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Titolo | Nemesi |
| Autore | Roth Philip | Prezzo Sconto 15%
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€ 16,15
(Prezzo di copertina € 19,00 Risparmio € 2,85)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2011, 183 p., rilegato | | Traduttore | Gobetti N. |
| Editore | Einaudi
(collana Supercoralli) |
| | Disponibile anche in ebook a € 9,99 | Nella promozione Einaudi fino al 11 marzo |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Al centro di "Nemesi" c'è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l'esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l'accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l'animatore deve far fronte quando nell'estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l'immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains - la cui "fresca aria montana era monda d'ogni sostanza inquinante" -, "Nemesi" mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l'epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile. Philip Roth deve aver scoperto la fonte dell’eterna giovinezza letteraria in una stradina di Newark o nello stato del Connecticut, dove attualmente vive. Ogni suo nuovo romanzo sembra incorporare il fuoco sacro dello scrittore agli esordi. L’energia dirompente, l’ingenuità, una brezza di entusiasmo capace di spazzare via anche il più piccolo acaro di affaticamento. Allo stesso tempo, ne è prova anche l’ultimo romanzo, appare evidente l'unicità di Roth nel panorama internazionale, scrittore padrone della materia, demiurgo che toglie e restituisce, personificazione della “giustizia distributiva”, come appunto la dea Nemesi.
Nell'estate del 1944 gli Stati Uniti si trovano a combattere due guerre. Quella al fronte contro tedeschi e giapponesi e quella a casa contro il flagello della polio. Nell'estate del 1944 e nei successivi anni fino alla messa in commercio del vaccino la polio sarebbe stata un avversario temibile quanto i kamikaze giapponesi. Ne verrà colpito anche il presidente Roosevelt. Nella prima parte di Nemesi, Roth mette in campo un narratore onnisciente o almeno così crediamo. Ma siamo abituati a non fidarci troppo di Roth e anche per questo lo amiamo. Ecco la vita di Eugene Cantor, per i suoi amici Bucky, un ragazzo ebreo di Newark, vent'anni, atleta eccellente, un futuro come insegnante di educazione fisica. Sua madre è morta durante il parto. Suo padre è un truffatore mai presente. Eppure Mr. Cantor è cresciuto nell'amore, ha imparato il senso del dovere, a essere determinato, coraggioso nelle difficoltà. Valori assorbiti dai suoi nonni materni, gli unici veri genitori che abbia mai avuto. Sarebbe stato un soldato perfetto, Mr. Cantor, ma un difetto alla vista gli ha negato la possibilità di arruolarsi.
Quella che per molti sarebbe stata una fortuna per lui diventa una vergogna difficile da sopportare. Si vergogna a farsi vedere in abiti civili, piange quando i suoi migliori amici partono per l'addestramento. Il pensiero del "come sarebbe stato se" accompagnerà l'intera esistenza del protagonista. Se sua madre fosse sopravvissuta al parto, se suo padre non fosse stato un ladro, se il difetto alla vista non gli avesse impedito di arruolarsi, se lui fosse stato più attento... Pagina su pagina, Roth mina le fondamenta del suo piccolo eroe, punisce la sua vita, stringe all'angolo la sua lucidità.
Bucky Cantor, quando aveva dieci anni, ha ucciso da solo un topo nel negozio di suo nonno, grazie a quella determinazione e forza di volontà che ora vuole trasmettere ai ragazzi del campo giochi di cui è responsabile, vittime preferite della polio. Diventa ben presto un modello per loro. Difendere quei ragazzi dal contagio diventa la sua missione di soldato in patria. Roth costruisce un personaggio imbevuto fino al midollo di rettitudine morale, un guerriero che ha bisogno di un nemico da combattere. E se non possono essere i giapponesi sarà la polio, e poi Dio e infine se stesso, quando non troverà più nessun altra forza verso cui dirigere la propria superbia.
La costruzione del personaggio sembra rispondere alla legge meccanica e simbolica, maggiore sarà il suo peso e più forte sarà il rumore che farà quando crollerà a terra. Per questo in alcuni momenti il protagonista appare ai nostri occhi come un eroe invincibile, puro di cuore, che tutti amano, generoso fino all’annullamento personale. Qualcuno ha scritto che le vere storie d'amore di Philip Roth, non sono tanto quelle vissute dai personaggi, ma forse quelle che il grande scrittore americano vive con i protagonisti dei suoi romanzi. E nelle ultime pagine Roth restituisce a Mr. Cantor un attimo di bellezza perduta, come un dio buono che torna sui propri passi.
A cura di Wuz.it
| La recensione de L'Indice |
 Nessuno legge un romanzo di Philip Roth per sapere come va a finire. Eppure, a metà di questo libro, il lettore sa che la nemesi non tarderà ad arrivare, anche se non sa ancora quando né come. E non soltanto, com'è ovvio, perché così vuole il titolo. Perché ne sente il peso, il fiato sul collo, anche quando le cose sembrano mettersi per il meglio; e perché la dea, simbolo di una giustizia superiore che distribuisce a ciascuno il suo pezzo di buona e cattiva sorte, non può non vendicarsi contro chi è stato troppo fortunato. È l'antica regola dell'invidia degli dei. In realtà, però, il protagonista di questo romanzo, Bucky Cantor (il cui nome di battesimo è Eugene, in greco "ben nato", "di nobili origini"), non è stato molto favorito dalla sorte: la madre è morta di parto, il padre condannato per furto e scomparso, dalla nascita è stato allevato (seppure molto amato) dai nonni in una delle zone più povere di Newark. Quello che ha lo deve tutto al suo impegno, alla forza e al desiderio di lottare con tenacia per ciò in cui crede. Ma, evidentemente, per la dea Nemesi questo non fa molta differenza. Il romanzo si apre nel luglio del 1944, l'anno in cui Newark è colpita da una terribile epidemia di poliomielite, quando Bucky, ventitré anni, riformato per la guerra a causa di una forte miopia, lavora come animatore nel campo giochi di Weequahic dove allena un gruppo di ragazzi, ebrei come lui, al gioco del baseball. Il nonno, scomparso da qualche anno, gli ha insegnato a fare bene il suo dovere, e così Bucky è diventato un precoce campione sportivo, abile nel lancio del peso e del giavellotto, dotato di "un'incrollabile buona salute". Forse è per questo che, nella rovente Newark di quell'estate, afflitta dall'afa e infestata dal fetore dei vicini allevamenti di maiale, decide di lottare e di resistere contro la malattia, senza farsi prendere dalla paranoia del contagio e lasciando il suo compito soltanto per raggiungere l'amata Marcia sulle Pocono Mountains, dove l'aria sembra pulita e il contagio impossibile. Una scelta, quella di lasciare Newark, estremamente sofferta, che comporta un esito contrario a qualunque aspettativa. Il primo atto di coraggio è, per Bucky Cantor, quello di pulire il campo giochi invaso dagli sputi di un gruppo di italiani del quartiere dell'East Side High, arrivati lì con il deliberato progetto di contagiare i bambini ebrei. "Prima vi attacchiamo la polio", dice uno di loro con i pollici infilati nei pantaloni e lo sguardo pieno di disprezzo. "Noi ce l'abbiamo e voi no, perciò abbiamo pensato che potevamo venire qui e attaccarvela". La minaccia sembra banalmente paradossale, ma si compie in tutta la sua crudeltà, come un "piccolo" correlativo simbolico dell'analogo progetto di morte che, nello stesso periodo, si stava compiendo nel mondo su vasta scala. E se Bucky non può combattere nell'esercito americano, può però lottare contro quel bacillo di cui a una decina d'anni dall'inizio delle campagne di vaccinazione non si conoscevano neanche bene le modalità di trasmissione. Incurante del contagio, il giovane lava il selciato con acqua calda e ammoniaca e corre a rincuorare i genitori dei bambini che in quei giorni muoiono l'uno dopo l'altro. Ma della polio, appunto, come del male, non si sa niente: "Avete lavato via gli sputi ma non avete lavato via la polio", dice il proprietario di un bar abbandonato per la paura del contagio. "Non si vede. È nell'aria, e tu apri la bocca, la respiri ed ecco che te la sei beccata. Non c'entra niente con gli hot dog". Nella Peste (a cui Roth si riferisce in un'intervista del 2008), Camus scriveva: "Il bacillo della peste non muore né scompare mai". E, come la peste, la polio si manifesta e sopravvive in tutta la sua agghiacciante insensatezza. "Bisogna tutto credere o tutto negare", affermava padre Paneloux nel romanzo di Camus, dopo che la morte del piccolo figlio del giudice aveva spazzato via ogni ragionevole spiegazione religiosa. Nemesis sembra cominciare proprio di qui, dall'episodio di maggiore crudeltà ed estremo sconcerto della Peste: la morte dei bambini, che diventa sostanza tragica del romanzo. Bucky è molto simile al dottor Rieux, il medico che nella Peste combatte strenuamente contro la malattia. Come lui, non crede all'eroismo ma all'onestà ("La sola maniera di lottare contro la peste è l'onestà"), alla necessità di "fare il proprio mestiere". E, come Rieux ("Mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati"), ma con più violenza, Bucky rivolge la sua indignazione contro Dio, "che aveva creato il virus": "Dio non ce l'ha una coscienza? Dov'è la Sua responsabilità? Oppure Lui non conosce limiti?". L'indignazione, del resto, corrisponde a un altro significato della parola nemesis, e al tempo stesso ci riporta al precedente romanzo di Roth (Indignazione, Einaudi, 2009; cfr. "L'Indice", 2009, n. 11), dove si scatenava un'analoga ribellione contro l'ingiustizia della Storia e della vita, e dove si esprimeva lo stesso feroce contrasto tra un incoercibile desiderio di amore e bellezza, e la necessità di subire una disumana sofferenza. Ma qui l'indignazione, per quanto spesso diretta a Dio, chiama in causa gli antichi motivi tragici del Caso, della Sorte. L'eroe Bucky si ribella, ma non riesce a rimanere indenne. La sua fortuna, a dispetto delle difficoltà, è legata alla sua forza e alla capacità di amare e di farsi amare: dai bambini del campo, dalla fidanzata Marcia che rappresenta la promessa di quanto di più bello e di felice ci possa essere. Il loro incontro nel campeggio sulle Pocono Mountains, i tuffi con gli amici, il rosbif e il pasticcio di pasta, la festa degli indiani, l'amore su una piccola isola in mezzo al lago restano tracce luminose di una felicità insidiata dalla vendetta degli dei. La nemesi arriva, e trascina Bucky e Marcia via dall'isola, come nella Cacciata dal Paradiso terrestre di Masaccio. E colpisce due volte: con la malattia e con la colpa. Perché Bucky, a differenza di Rieux, si ammala e contagia. In questo modo, tradisce anche la propria onestà: "L'uomo onesto", leggiamo ancora nella Peste, è "colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile". Il destino tragico di Bucky, che pure sopravvive alla malattia, si rivolge quindi contro se stesso, in una vita di disamore e di solitudine, nella speranza di riscattare la propria distrazione. Quello che gli è restituito, e quello che leggiamo, si trova ormai soltanto nella narrazione, nel "romanzo", che si compone nelle conversazioni di Bucky con Arnie, l'amico di Weequahic, quando tutto è già finito, tutto è già compiuto. In questo modo Roth riafferma la tendenza della sua ultima narrativa (Everyman, Il fantasma esce di scena, Indignazione e L'umiliazione) a guardare la vita dal punto di vista esterno ed estremo della morte, della malattia, quella prospettiva a cui Michail Bachtin, in L'autore e l'eroe, attribuiva una grande forza estetica (ed etica): "Il rapporto esteticamente creativo con l'eroe e il suo mondo è un rapporto come con qualcuno che deve morire". Ma qui l'aspetto più interessante è che questo punto di vista permette anche di superare lo schema tragico apparentemente convenzionale, quello della caduta dell'eroe. Pur svuotandosi di sostanza e di centralità, il racconto restituisce a Bucky ciò che il destino gli ha tolto; si conclude, infatti, con un nuovo inizio, con la sua immagine di campione nel lancio di giavellotto, un'immagine di forza, felicità e bellezza che nessuna invidia divina e nessuna nemesi potranno mai distruggere. Chiara Lombardi |
Recensioni 1 - 20 di 23 recensioni presenti. Media Voto: 4.47 / 5Dave (14-02-2012) Era il primo libro di Roth che leggevo e devo dire di non averlo trovato memorabile.
Roth narra i tormenti ed i sensi di colpa di un ragazzo ebreo del New Jersey durante una grave epidemia di polio nel 1944.
E' bello lo squarcio storico dell'epoca, in cui apre una breve finestra sullo stile di vita degli immigrati di terza generazione lungo la costa est americana.
E' meno convincente il tema del libro che appare un po' troppo di nicchia rispetto al contesto più ampio ne quale venne a trovarsi. Si punta, in particolare, troppa attenzione ai tormenti dello sfortunato protagonista lasciando alla fine della lettura un senso di incompletezza e di amaro in bocca di cui ci si vuole libarare quanto prima. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Aléxandros (25-07-2011) Un gran libro, per un Roth senza dubbio in forma. Si legge velocemente e molto volentieri. Proprio a voler essere pignoli, un po' noiose e certamente troppo lunghe alcune divagazioni della seconda parte, che nulla aggiungono alla storia se non carta. Finale amaro, ma vero. Commovente. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
luca bidoli luca.bidoli@virgilio.it (30-06-2011) L'ho appena finito di leggere, anzi me lo sono mangiato. Certi libri hanno e danno questo effetto, salutare, infinito, di rivelare te stesso a te stesso, di schiuderti s sensazioni, impressioni, emozioni, prima dimenticate, assopite. Da tempo, da molto tempo, non mi acadeva di leggere un libro così intenso, reale nella sua apparente irrealtà, perfetto. Qui ed ora. Forse, scrivo forse, non è il più grande libro di Roth, forse non è all'altezza di altri, sempre suoi, comunque. Ma, anche se fosse il meno perfetto dei suoi libri, comunque sarebbe ad altezze vertiginose, rispetto a quello che mediamente, tristemente, inutilemente, si trova oggi in libreria. Da leggere, con una pagina finale che ha la semplice bellezza di una scrittura perfetta. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Feliciana (14-06-2011) Non ai livelli del grandissimo Roth (Pastorale, Inganni, L'Animnale Morente, eccetera) ma ugualmente ad altissimo livello.
Sempre un magnifico Roth, uno dei più bei libri tra gli ultimi pubblicati. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
espedito (12-06-2011) semplicemente perfetto.straordinario roth in questo libro.splendido.senza parole Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Giulio ZV (11-06-2011) Sottoscrivo le parole di Giuliana. "Nemesi" è l'ennesimo gioiello che il grande Roth ci ha regalato. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
giuliana giulivan2000@libero.it (19-05-2011) Ancora sotto la spinta delle emozioni che sempre mi procurano i libri di Roth ,l'ho finito ora,devo scrivere subito qualcosa.Non so bene cosa ,se dire che sono commossa ,che mi sembra un miracolo che ogni libro di questo autore mi susciti sempre dei sentimenti cosi' forti tanto che cerco di non leggerli la notte perhè poi faccio fatica a dormire...Una cosa voglio dire :il dispiacere di vedere le pagine che si assottigliano,quasi mi rovinano il piacere enorme della lettura. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
arnaldo del papa (21-04-2011) Recensione di NEMESI di Philip Roth
Tutte le critiche danno un altissimo voto a questo romanzo e lo hanno giudicato in modo esatto. Effettivamente è un racconto corposo, denso di sentimenti, comportamenti, stati d'animo, atteggiamenti ecc. che sono sapientemente illustrati, che fanno del racconto un'opera valida e applaudita, dire osannata. C'è una cosa che mi è ostico, che è fuori dal mio modo di essere, scusate la presunzione. È questo senso del dovere a tutti costi, anche della morte ( e questo si potrebbe accettare - ci sono tanti eroi )ma quello che mi sconcerta è che questo senso del dovere non è un gesto eroico , impulsivo, ma la vita stessa dedicata al dovere bruciando i sentimenti delle persone che ti sono attorno e che ti amano,soffrendo loro fino alla morte. Non sono eroi solitari , vivono in famiglie. Non è un il destino improvviso ma una scelta sofferta e voluta. Questi "eroi" mi fanno venire in mente i protagonisti dei racconti di Amos Oz dove questo "dovere" sovrasta e accantona l'amore. Non lo capisco . Il motivo è da ricercarsi nel fatto che sono tutti e due di estrazione ebraica? Arnaldo Voto: 4 / 5 |  |  |  |
elda (10-04-2011) Scritto con impareggiabile maestria, "Nemesi" è un romanzo intenso, amaro, disperato, dissacrante, che fa riflettere e pone interrogativi irrisolvibili sul significato e sull'origine del male. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Claudio M. (04-04-2011) Non appena ho terminato di leggere questo nuovo, ennesimo gioiello di Philip Roth, la prima esclamazione che si è subito venuta ad impossessare della mia voce è stata semplicemente: PORCA MISERIA SE QUESTO E' DAVVERO UN BEL MODO DI SCRIVERE!
Ringrazio l'Editore per averlo pubblicato e, soprattutto, chi si è brillantemente occupato della traduzione. Ringrazio IBS per come è stata capace di pubblicizzarlo e vendermelo. Ringrazio l'autore (un grande autore) per averlo scritto.
C.M. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luigi Roveri (16-03-2011) L'ennesimo capolavoro, con uno stile che ricorda sempre di più i fratelli Singer. Uno premio nobel, l'altro morto troppo presto ma non inferiore al fratello più letto.
Roth non accetterebbe questo paragone, lo riterrebbe blasfemo quasi, ma credo sia proprio così. Meglio di così, oggi, non si scrive da nessuna parte al mondo.. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
silvia (15-03-2011) Perfetto. Questo romanzo è semplicemente perfetto. Lo è nella struttura,come sempre armonica e mai noisa; nella prosa asciutta ma pregnante; nelle emozioni che arrivano dirette e potenti come un pugno nello stomaco. Roth va oltre, è unico.
Bellissimo. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Gianni70 (13-03-2011) Sono un grande estimatore di Roth, è, insieme a McCarthy e McEwan il mio preferito ma...stavolta non coglie nel segno, pur continuando nel solco degli ultimi eccellenti lavori che raccontano della grande amarezza per ciò che la vita promette e che in verità poi non ci riserva, le grandi speranze e la durezza della realtà, il destino di ognuno spesso stravolto da avvenimenti e situazioni completamente inaspettate. Il limite del libro a mio parere è che il libro è noioso, tranne che nel finale. L'ho letto in pochissimo tempo (come di solito mi capita con Roth) ma non perchè avvinto dalla lettura ma perchè aspetavo il colpo da maestro che di solito mi riserva alla fine...e cosi è stato, ma stavolta è stato prolisso fino a rasentare la noia in alcuni passaggi e ha stiracchiato quello che poteva essere un buonissimo racconto. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
mimma (12-03-2011) philip roth è un grande ed ogni libro ci conferma in questa convinzione, ma in questo ho trovato qualcosa di più che non mi sarei aspettata, ha portato vicino a noi, che fortunatamente non l'abbiamo vissuta, l'angoscia che la polio portava nell'esistenza di tanti ragazzi, una malattia oggi scomparsa in tanti paesi, anche se non ancora eradicata, grazie alle campagne di prevenzione e per la quale non abbiamo più percezione dell'enorme gravità ad essa correlata Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Raffaele (12-03-2011) Come al solito il massimo per uno dei maggiori scrittori contemporanei, forse il principale.
Il rammarico è di averli già letti tutti; l'auspicio, che vengano pubblicati/ripubblicati i suoi primi romanzi fine anni 60 primi anni 70. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
marcello marcello.bezzi@uniroma1.it (01-03-2011) Non è fra i migliori di Roth,ma l'angoscia esistenziale e l'intima ribellione a Dio ti trascinanano inesorabilmente oltre la narrazione di memorie un po' ripetitive:comunque l'essenza ebraica fasciata di pessimismo e senza un briciolo di speranza esala da ogni pagina e ti affascina Voto: 3 / 5 |  |  |  |
claudio (26-02-2011) Non ho letto il precedente di Roth, Controvita, ma questo mi pare il migliore dai tempi dei primi suoi libri. Grande romanzo. Merita sempre più il Nobel. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
francesco v (17-02-2011) Insomma. Non esageriamo...Bello per carità, ma romanzetto.Senza andare troppo lontani, Controvita è un altro livello Voto: 4 / 5 |  |  |  |
sordello (16-02-2011) Ho avuto anch'io la stessa tentazione di Paolo qui sotto: inviare il commento prima di aver finito di leggere il libro; ho resistito (non c'è voluto molto, l'ho letto in 4 giorni) e posso solo dire che è un capolavoro, il migliore Roth dai tempi di Pastorale. E' un romanzo travolgente, epico, tragico, a tratti "insostenibile" per il senso di attesa che infonde durante la lettura.
Grandissimo Roth, grazie. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Carlo Mei (16-02-2011) Ennesimo splendido romanzo dell'amato Roth. Confesso che come sempre ho interrotto qualsiasi lettura e, come sospeso, mi sono accostato a Bucky Cantor il giovane eroe al centro di questo romanzo breve ma intensissimo. Si ritrova lo stesso vigore fisico, idealismo e forte tempra morale che apparteneva a Marcus Messner, protagonista sfortunatissimo del precedente 'INDIGNAZIONE'. E una volta terminata la lettura di queste pagine a cui Roth, nel celebrare l'umana impotenza di fronte alla morte, tiene incollato il lettore, sento il richiamo di questo simpatico ritrovo: coloro che mi hanno preceduto in questi commenti non potevano meglio esprimere le mie stesse emozioni e la immensa stima per questo grande della letteratura. Non perdete tutto questo... Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 23
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