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Celestini Ascanio - Io cammino in fila indiana | C'è un rivoluzionario in bicicletta, che quando arriva al parlamento per buttare la bomba si accorge di non essere il primo: gli tocca mettersi in coda, come alle poste. C'è l'uomo di governo che "quando faccio politica, non ne faccio una questione politica". C'è chi cammina in fila indiana ed è contento di considerarsi solo un numero, tanto da non tollerare che qualcun altro gli si affianchi sostenendo di essere semplicemente Mario... Ogni personaggio procede "sulla superficie sconnessa di un pianeta che pare fermo e invece si muove, perché quando ti muovi piano è quasi come se non ti muovi per niente", consapevole dell'equilibrio precario nel quale si trova, ma consapevole soprattutto che "precipitare è tutto un altro discorso". I racconti di "Io cammino in fila indiana" con un andamento narrativo capace di accordarsi agli scarti improvvisi del pensiero - tanto da assumere di volta in volta la forma della poesia civile, o della preghiera laica -, le storie ambientate nel "piccolo paese" mostrano quello che siamo diventati. Distribuendosi in tanti "Io" che giocano con lo specchio deformante - eppure fedelissimo - dell'apologo o della fiaba, l'autore prende per mano il lettore e lo guida attraverso la cronaca e le assurdità dei nostri anni recenti. Si ride molto, ma amaramente.
| La recensione de L'Indice |
 Una volta terminata la lettura, è il caso di tornare all'epigrafe di Carlo Pisacane posta in apertura ("Noi come matti, discordi, è vero, corriamo dietro un fantasma, ma corriamo), per riprendere fiato, per riemergere almeno un po' dal nichilismo esalato dal "piccolo paese" che "c'era una volta", come recita l'attacco di molti dei testi riuniti in questo ultimo volume di Ascanio Celestini. È una raccolta di pezzi brevi, alcuni dei quali già recitati in tv (ad esempio nel programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano Vieni via con me), altri inediti. Trentasette narrazioni in versi scioltissimi, nel tipico stile filastrocca dell'autore (tranne Vita breve di un sasso che precipita, in prosa, poetica cronaca metafisica di un "Dopostoria" in cui un bambino attraversa la campagna romana giocando con i sassi che incontra), più un prologo, un intermezzo e un epilogo dedicati all'ossessione della goccia che cade e inesorabile distrugge: basterebbe alzarsi e andare a chiudere il rubinetto, ma no, nessuno lo fa, e alla fine si "affoga serenamente". Io cammino in fila indiana perché si deve stare in fila, mai affiancati né in cerchio, perché nel cerchio si è tutti uguali, e poi partiti di governo dei mafiosi e dei corrotti, e un partito dell'opposizione "che non sarebbe mai andato al governo perché trovava più elegante passare le sue giornate a giocare a bridge e sorseggiare scotch nel salottino privato del Bar della Mafia in via della Corruzione", e poi metaforici topi, pidocchi, zanzare, umani impotenti, divorati dall'ansia, aggrappati a illusioni assurde: "Quando partecipo a una riunione, / mi siedo, tiro fuori la pistola e poggio sul tavolo. // È solo una tecnica, / la uso per vivere in pace coi miei simili". Ironia, tanta, trovate surreali, tantissime, ma tutto sempre più amaro. Come se in questo paese davvero qualunque cosa possa accadere, anzi, sia già accaduta. Però niente, "Sorridi, non è successo niente, la vita continua". Incapaci di scuotersi dal torpore. Giuliana Olivero |
Lorenzo_pallacorda (11-03-2011) Tanti racconti semi-surreali che si leggono con piacere e che richiedono un minimo di riflessione. Pungente. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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