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Tabucchi Antonio - La testa perduta di Damasceno Monteiro | Un truce fatto di sangue. L'inviato di un giornale popolare di nome Firmino. Un avvocato anarchico e metafisico, ossessionato dalla Norma Base, che assomiglia a Charles Laughton. L'antica e affascinante città di Oporto. Un romanzo che sotto le apparenze di un'inchiesta costituisce una riflessione sull'abuso e sulla giustizia.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Coletti, V., L'Indice 1997, n. 5
Quando si scriverà la storia della narrativa del secondo Novecento, il ruolo e l'importanza del "giallo" dovranno essere dichiarati a tutte lettere anche per il romanzo d'autore. La trama poliziesca è infatti una delle poche capaci di coniugare il fascino antico dell'intrigo (del "romance") con quell'esigenza descrittiva e interpretativa del reale che è propria del grande romanzo moderno (del "novel"). Per questo essa è stata assunta da tanti e tanto autorevoli scrittori, da Glauser a Dürrenmatt, da Mendoza a Montalbán, da Gadda a Sciascia. Caratteristiche ricorrenti del "giallo" d'autore sono: un delitto in cui sono perlopiù coinvolte alte sfere del potere economico e politico o apparati dello stato; un investigatore informale (perlomeno nei modi) e intelligente; personaggi strani (clienti, colpevoli, complici, ecc.) sui quali, più che sullo stesso protagonista, si ferma il gusto analitico e descrittivo del romanziere; una cura esasperata dei dettagli, anche secondari.
"La testa perduta di Damasceno Monteiro" di Tabucchi appartiene in pieno a questo genere letterario. Ci sono un investigatore atipico (qui un giovane giornalista); un deuteragonista stravagante su cui si appunta l'attenzione del narratore (si tratta di un avvocato obeso, disinteressato, solitario, che sembra sempre divagare e invece accumula nei suoi discorsi una folla di riflessioni e di curiosità che rivela un osservatore acuto e disincantato del genere umano); un delitto commesso da poliziotti; dovizia e accuratezza di particolari (qui, come anche in altri libri del "genere", soprattutto i cibi). In qualche caso, in questo tipo di romanzi ha un ruolo diretto la letteratura stessa, in prosa o in versi. Non ne fa economia Montalbán, ad esempio, e Tabucchi la usa a piene mani: il giornalista è uno studioso del romanzo neorealista portoghese e di Vittorini e cerca di applicare le teorie estetiche di Lukács; l'avvocato è un eccentrico esperto del diritto e disserta a tutto campo su Flaubert, Kafka, Gide, Hölderlin, Freud e Mitscherlich. C'è Pessoa, come ovvio data l'ambientazione portoghese del romanzo e le competenze del suo autore, c'è persino un episodio (quello del pescatore di cadaveri nel fiume) di matrice dickensiana e già letterariamente riutilizzato da Claudio Magris nel "Conde". E accanto alla letteratura c'è spazio anche per il cinema: un'evidente ed esplicita sinopia cinematografica sta dietro modi e soprannomi dell'avvocato; la struttura filmica della scena iniziale (un gitano che scopre il cadavere dell'assassinato nel bosco) è tanto chiara quanto perfetta. Nulla di strano in tutto questo. Tabucchi fa dire (in forma di citazione!) all'avvocato grasso che, "poiché l'oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell'essere umano, e poiché non c'è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali", tra i giurati di un processo dovrebbe esserci sempre uno scrittore.
Narrativa e diritto occupano dunque, per Tabucchi come per tanti romanzieri, due spazi molto più vicini e simili di quanto si potrebbe pensare. Dietro un narratore c'è spesso un inquirente e, quasi sempre, un giudice; il romanzo giudica il mondo e perlopiù lo condanna. Il giallo d'autore del Novecento lo fa montando abilmente istruttorie meticolose in contrasto con una realtà che vuole o si accontenta di indagini corrotte e incomplete. La ricerca del colpevole coincide così, perfino un po' moralisticamente, con quella della verità. Al tempo stesso, il racconto risulta sostenuto o perlomeno irrobustito dalla trama poliziesca, che offre un riparo anche ai suoi difetti, alle sua cadute. In questo caso, per altro, non ce n'era bisogno, perché tutto fila liscio, senza intoppi, guidato dall'autore con consumata bravura.
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