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Starnone Domenico - Via Gemito

Via Gemito
Zoom della copertina
TitoloVia Gemito
AutoreStarnone Domenico
Prezzo € 16,53
Prezzi in altre valute
Dati2002, 392 p., 6 ed.
EditoreFeltrinelli  (collana I narratori)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
"Via Gemito" è la storia di un uomo che se non avesse avuto una famiglia sarebbe diventato un grande pittore, questa almeno sarà la convinzione di tutta la sua vita. Federì è un artista, ma deve fare il ferroviere, e al mondo non potrà mai perdonare il destino scelto per lui. E se la prende con la moglie, una donna soffocata nel ruolo di sarta e madre, e con i figli. Ed è uno di loro, il primogenito, a raccontare questa figura di padre verboso e rancoroso, violento con le mani e con le parole.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensioni di Barenghi, M. L'Indice del 2000, n. 11

La copertina dell'ultimo libro di Domenico Starnone, Via Gemito, riproduce un dipinto. Che però nulla ha a che fare con il pittore e scultore napoletano Vincenzo Gemito, cui è intitolata al Vomero la strada dove il narratore vive dai quattro ai quattordici anni (dal 1947 al '57). Si tratta invece di un particolare di un'opera di Dürer, il ritratto di Hyeronimus Holzschuher: un viso barbuto, pensoso, non sereno, dalla canizie incipiente, le iridi chiare, lo sguardo soffuso di un turbamento rattenuto che forse - rifacendosi a una delle parole-chiave del libro - si potrebbe definire la memoria dello sgomento.
Il personaggio centrale di Via Gemito è il padre dell'io narrante, Federico detto "Federì", ferroviere per necessità, pittore di un certo talento, fervido e frustrato. In quella che è per molti versi la scena centrale del romanzo, il narratore bambino posa come modello per I bevitori, la tela più impegnativa della carriera artistica paterna. Poco dopo la madre, invitata a esprimere un parere, nota che il braccio di un'altra figura è troppo lungo. Il padre va su tutte le furie. Il bambino oscilla fra paura e sconcerto. Anche a lui quel braccio era sembrato lungo. Ma che abbia ragione il padre? Che sia l'effetto calcolato d'una singolare perizia pittorica? "Mentiva, mio padre, inventava scuse là per là? O - mi veniva il sospetto, mi viene tuttora - noi due, io e mia madre, sbagliavamo, e sbagliando volevamo mettergli i bastoni fra le ruote ed eravamo davvero per motivi oscuri i principali nemici della sua arte? Non sapevo decidere, ero solo sfinito dall'angoscia. Ormai mi sgomentava essere stato messo in quel quadro". Un autoritratto, dunque, l'immagine della copertina? Può darsi. Sono passati molti anni: il bambino trepidante, immobile nell'atto di versare acqua da una brocca, ora ha la barba grigia. Ma dello sgomento è rimasta una traccia, negli occhi e nel ricordo.
Il libro è dedicato alla madre, Rosa, detta Rusinè, vittima delle frequenti esplosioni di collera del marito: sottomessa e silenziosa, ingiuriata di continuo, non di rado percossa. Il racconto prende avvio proprio dalla rievocazione di questo aspetto della tempestosa vita familiare, con il narratore adulto che ignora sdegnosamente (che vorrebbe sdegnosamente ignorare) le proteste del genitore ormai vecchio e vedovo, intento a convincersi di aver picchiato la moglie una volta sola, in ventitré anni di matrimonio. Ma Domenico (detto, come il nonno, "Mimì") fatica a mantenere le distanze dal padre. E poiché non riesce a dimenticare, si sforza di ricordare. In questo caso, peraltro, la memoria non gli offre se non immagini trascoloranti e confuse, con la madre che fugge scarmigliata per i corridoi di tutte le case della sua vita.
Anche la scena finale del romanzo vede insieme gli stessi tre personaggi; ma questa volta la situazione è affatto diversa. È un gioco fra i genitori, una sorta di freudiana scena primaria. La madre vuole sapere se il padre è stato al mare. Lo afferra, lo lecca sul braccio e sulla spalla per sentire se la pelle sa di sale. Mimì, in un angolo, guarda. Il padre ammicca. Lui chiude gli occhi.
Via Gemito è, prima di ogni altra cosa, il romanzo di un personaggio. E, diciamolo subito, si tratta di uno dei personaggi più memorabili della nostra narrativa degli ultimi anni. Pittore autodidatta, nonché (per breve tempo) pugile dilettante, Federì è prepotente, presuntuoso, sbruffone. La sua parlata è un misto di monologhi torrenziali e di osceni vituperi. Rissoso e sprezzante, trova sempre qualcuno con cui prendersela: i succubi familiari, i prosaici parenti bottegai, i colleghi invidiosi, i critici malevoli. Strafottente ed egocentrico, manipola i fatti di continuo: perfino nel racconto della travagliata nascita del primogenito egli si appropria del ruolo di protagonista, relegando la moglie in una posizione marginale.
Il filo rosso della vita di Federì è una divorante passione per la pittura, manifestatasi in età tenerissima, ostacolata da un padre insensibile e brutale, e coltivata con perseveranza ammirevole, fra molte difficoltà. Ma ai suoi occhi (e nei suoi discorsi) le difficoltà divengono una sequela di trappole e congiure, che lo costringono a una lotta senza tregua per l'affermazione d'un genio misconosciuto. Inutile dire che il rapporto del narratore con il padre è segnato da una forte ambivalenza emotiva: e non solo in virtù del legame oscuro e tenace che inevitabilmente avvince il figlio - la psiche umana funziona così - a un genitore in grado di suscitare in lui tanta ansia. Se da un lato Federì è un despota insoddisfatto e iracondo, dall'altro il suo entusiasmo per l'arte è sincero, il suo talento innegabile (ancorché difficile da valutare), la sua personalità, infine, davvero fuori dal comune: e quando pitta (cioè dipinge) emana un odore di contentezza "come un bambino che gioca".
Federì domina l'intero libro: sia quando la narrazione riferisce le sue gesta, o ripercorre i suoi racconti (con una carica demistificatrice variabile, ora aspra, ora quasi divertita, ora amaramente rassegnata), sia quando si rivolge alle attività presenti della scrittura e della rimemorazione. Di fatto, il padre è nel racconto sempre: a seconda dei casi, protagonista diretto, interlocutore, oggetto di ricerca, filtro (anche tramite quaderni di memorie, di cui peraltro si apprende poco). La dedica a Rusinè assume così il significato di una sorta di risarcimento: giacché alla madre, tanto più amata ma anche tanto meno invadente e loquace, rimane, nella stessa memoria del figlio, uno spazio che si scopre dolorosamente esiguo. Il che tuttavia non esclude che sia proprio la presenza (sia pur muta o passiva) della madre a conferire profondità alla narrazione. Senza Rusinè, sarebbe tutto molto più banale e schematico; perfino Federì correrebbe il rischio del bozzettismo.
Almeno un cenno merita la caratterizzazione linguistica dei personaggi. Dato il carattere dialettofono dell'ambiente, non stupisce incontrare un certo numero di espressioni vernacole; meno scontata è invece la trascrizione del parlato dialettale, che ci restituisce un napoletano brusco, oltraggioso, ripetitivo, del tutto privo di risvolti pittoreschi. Tale eloquio non è esclusivo di Federì, ma sono certo i suoi umori contundenti e plebei a trovarvi l'evidenza più immediata: il rumoroso autoritarismo ("Chi cazz cumànna kaddìnt, io o voi?"), l'impazienza aggressiva ("Mimì, io parlo parlo e tu manc-pocàzz"), la crucciosa frustrazione ("Ho sbagliato, so' stato 'nu strunz. Ti dovevo dire: Rusinè, chi s'è visto s'è visto e nummeromperocàzz!").
Già da alcuni anni Domenico Starnone aveva manifestato la tendenza ad attenuare la verve comica a cui deve la sua notorietà letteraria. La satira spassosa della vita scolastica, l'intelligente e ironica raffigurazione dei travagli professionali e generazionali avevano lasciato spazio non solo a un gusto per il paradosso non di rado più grottesco che ilare, ma anche ad approfondimenti meditativi non immuni da squarci di cupezza. Da questo punto di vista, Via Gemito rappresenta senza dubbio un cimento cruciale: il passaggio a una narrativa autobiografica di respiro decisamente più ampio e ambizioso, che scava alle radici di un sofferta esperienza esistenziale. I risultati gli danno ragione. Nonostante qualche lungaggine (specie nell'ultima parte, dove si profila un'immagine di Napoli un po' sbiadita) e qualche indugio di troppo sui patemi adolescenziali del narratore, il romanzo appare robusto, ben congegnato, e steso con mano sicura.
Resta, non di meno, un dubbio. Considerando l'insieme dell'opera di Starnone, Via Gemito appare senz'altro il libro più importante: la felice riuscita della prova nella quale l'autore ha profuso il maggior impegno letterario ed emotivo. Non daremmo per garantito, invece, che dal punto di vista generale della narrativa italiana ciò equivalga a un superamento definitivo dell'immagine dell'autore di Ex cattedra, Fuori registro e affini - insomma, dello scrittore-insegnante capace di usare l'umorismo come un'arma e come una corazza. Anche se non osiamo pensare che cosa direbbe, a questo riguardo, Federì.

I vostri commenti
Recensioni 1 - 20 di 26 recensioni presenti.  Media Voto: 4 / 5

Silvana silvana_santo@libero.it (01-02-2006)
Un capolavoro. Intimista al punto giusto, ma, allo stesso tempo, un perfetto ritratto di una certa Napoli, anche a me così familiare. Chi è cresciuto qui non può che immedesimarsi, commuoversi, a tratti indignarsi..E chi ha altre origini geografiche, se legge tra le righe, può capire molte cose della "napoletanità", sfatare dei miti, trovare delle spiegazioni. Mi ha fatto venir voglia di scrivere!
Voto: 5 / 5

enrico fotoenri@libero.it (02-07-2005)
Scritto divinamente, ma, in alcuni passaggi, fin troppo ripetitivo...ho "rischiato" di non finirlo. non è un romanzo avvincente, di quelli che ti tengono incollati alle pagine. è piuttosto un libro interessante in relazione al tema trattato. è un romanzo che si può leggere "a caso": non importa la pagina da cui si parte, nè quella in cui si decide di smettere; si può leggere anche a ritroso! ogni parte costituisce una sintesi del tutto. non c'è il rischio di perdere il filo! dipende dalla vostra pazienza.
Voto: 3 / 5

francesco mastellone (11-04-2005)
splendido
Voto: 5 / 5

lucia castellini darklux@yahoo.it (08-04-2005)
Ho letto il romanzo di Starnone qualche anno fa. ricordo ancora perfettamente l'atmosfera, lo scenario. è un romanzo molto ben riuscito, che riprende il tema comunque ampiamente trattato dalle arti (anche nel cinema) del rapporto maschile col paterno, spesso sentito come invadente, e l'istintiva sintonia col materno. Mi è giunta intatta l'impossibilità del giudizio, pur nell'evidenza della sofferenza. anche la scena finale del libro, freschissima, commovente, ribalta un po' tutto il tono del libro, perché riafferma l'esistenza dell'amore fra i genitori, e l'impossibilità di pensare al loro rapporto nel senso di vittima e carnefice. Sono arrivata a Via Gemito attraverso Denti. E' un romanzo straordinario anche quello, solo completamente diverso: surreale, straniato, però anche lui imperniato sull'impossibilità del giudizio, pur nell'evidenza in questo caso della sofferenza non provata ma provocata. anche la trasposizione cinematografica è stata efficace. Starnone mi piace molto anche come sceneggiatore. Mi accingo a leggere un suo libro, di cui ahimé non rimembro il titolo. Vi farò sapere!
Voto: 5 / 5

bianco xxxbiancolupo@yahoo.it (senza le tre x iniziali) (01-03-2005)
Inevitabile che ti faccia venire in testa la ''lettera al padre'' scritta (e mai consegnata al destinatario) da Kafka. Ovviamente (e non me ne voglia Starnone) non intendo paragonare i 2 autori. Ma uguale rimane il sapore in bocca: pietà per tutti, padri e figli, un senso di meraviglia nel guardare cose conosciute, addirittura visute, ma che leggendo cambiano quasi profilo. Starnone evita accuratamente le napoletanerie, come moltissime autobiografie penetra meglio in epoche storiche, cambiamenti di una città, di mentalità. Alcune pagine rimangono davvero nella memoria. Mica poco. Ancora oggi, anni dopo aver letto 'sto libro, urlo a mia moglie: ''Vanesia!''. Bravo Starnone. Davvero mi sei piaciuto.
Voto: 3 / 5

giuliana (17-02-2005)
E' un libro bellissimo. Mi ha riportato a mio Padre, non per il personaggio di Federì, ma per il periodo in cui è ambientato, per quella Napoli che non c'è più. Ho avuto la sensazione, per tutto il tempo che l'ho letto, di poter respirare, vedere, sentire il mondo vissuto da mio padre. Grazie. Davvero. Una curiosità: mia madre leggendolo ha avuto la certezza di aver conosciuto la famiglia di Rusinè; lei, gli zii, le zie, il fratello.
Voto: 5 / 5

SergioPicariello Sergiopic78@libero.it (15-12-2004)
Starnone evoca la sua infanzia, descrive il ricordo della sua infanzia e ci consegna il ritratto di una Napoli laboriosa ed orgogliosa, quella che forse non c'è più. Il libro si lascia leggere ed appassiona, forse stona qualche ripetizione evitabile, ma nel complesso l'autore dà prova di grande sagacia letteraria. Dopo "Via Gemito" ho letto "Denti" rimanendo molto deluso. Inutile la polemica sulla presunta capacità della sinistra di riuscire a pubblicare libri del genere: "Via Gemito" ha meritato il premio Strega e il grosso successo editoriale che ne è seguito. (Sbaglio o la giuria dello Strega non è propriamente un Soviet?!?).
Voto: 3 / 5

ant lomell@libero.it (23-10-2004)
Un libro che regala emozioni(per chi le sa percepire) dall'inizio alla fine, complimenti a Starnone! Ho letto "Denti" e non vi trovo nulla di particolare, quest'ultimo libro è degno del premio strega, e si inserisce splendidamente nel panorama narrativo italiano
Voto: 4 / 5

Michele Gargiulo gargiulo_michele@tin.it (17-04-2004)
E' il primo libro che leggo di Starnone e trovo che si tratta di un libro intenso e triste, che commuove. Il riferimento a critici e pittori contemporanei cosi' vivo fa quasi pensare a uno sfondo in qualche modo autobiografico e di questo mi piacerebbe saperne di piu'. Non capisco perche' c'e' chi invece di limitarsi ad una valutazione "mi piace/non mi piace", "interessante/non interessante" tirino fuori idiozie su sinistra (o magari destra). Che c'entra? Quando si imparera' a valutare le cose per quello che sono e non secondo il punto da cui si guarda? Saluti Michele Gargiulo
Voto: 4 / 5

costantino (25-02-2004)
Un libro fantastico.Mi ha rapito dalle prime pagine.Lo consiglio a tutti.
Voto: 5 / 5

Fabiola fabiola.menon@tin.it (26-01-2003)
Splendido affresco del padre. Bravo Starnone.
Voto: 4 / 5

Lucia Imbesi, New York Agatocle@cs.com (25-12-2002)
Questo e'uno dei pochi libri di memorie che ho letto e che mi e' piaciuto di piu': per il suo stile letterario; per il ritratto ricchissimo e perceptive del protagonista; per l'intuito psicologico dell'autore che, forse senza saperlo, e' riuscito cosi' bene a dismostrare come i nostri genitori, la nostra storia familiare e sociale ci condiziona non solo la vita ma anche la personalita',il carattere, le nostre difese. Bravo.
Voto: 4 / 5

Ivan Federico ivan@digitalgraffiti.it (03-09-2002)
Non vorrei esagerare, il libro mi è piaciuto senza farmi gridare al miracolo (ma mica è sempre obbligatorio, o no?), abbiamo letto di peggio e di meglio, l'unica cosa che mi ha spinto a scrivere è l'intervento di AM (starebbe per Alleanza Mediocre?): no caro AM, non facciamone una questione di politica, non ti è piaciuto?!, nessun problema, ma non buttarla sempre sulla "sinistra" che pubblica, che dirige, che filma, che gira, che dipinge... Forse devo andare in libreria con la tessera di partito ed acquistare solamente quanto mi consiglia il MinCulPop? E poi viene il sospetto che se la sinistra è in grado di farsi pubblicare una cosa brutta (è un tuo giudizio e lo rispetto pienamente), la destra forse non è capace nemmeno di scriverle, certe cose (e questa è una stupida risposta ad una stupida affermazione). E non tirarmi fuori la storia che le case editrici sono comuniste, perché basta che butti un occhio al mercato. Dai, parliamo di libri senza infilarci sempre in mezzo 'sta politica, è sempre la vecchia storia, ha pure stufato... ;-)
Voto: 3 / 5

AM (21-08-2002)
Per carita', bello stile, ma del tutto inconcludente. Beata la sinistra, se sa farsi pubblicare cose cosi'...
Voto: 2 / 5

Gaspare Amoroso (02-06-2002)
"Federì", così si chiama il protagonista, ama i suoi dipinti, sostiene di vedere cose riservate solo ad un grande artista. E'convinto però, di essere sfortunato, di non essere nel posto giusto, di non aver sposato la donna giusta ecc. ecc. Tutto quì? Potrebbe sembrare. In realtà il vero tema dominante non è l'amore per l'arte o le incomprensioni di una critica sempre più avanguardista, capace di svincolare l'autore dal quadro realizzato, gettarlo nell'arena inconprensibile di un periodo in cui dell'arte si è detto proprio di tutto, ma il rapporto fra un padre e un figlio. Questo libro ci fa riflettere su una violenza di cui non siamo abituati a parlare, quella fatta di gesti quotidiani, di imbarazzi, di sguardi, di convinzoni pericolose e fuorvianti. Ho trovato le ultime pagine, in cui l'autore descrive la morte della moglie del protagonista, di grande effetto.
Voto: 4 / 5

Marina (29-04-2002)
Non è vero che quando si parla di Napoli sia sempre al negativo. Qui il negativo sta nel periodo storico, un periodo di guerra, di povertà e fame ovunque (non solo Napoli). Attraverso i suoi ricordi Starnone è stato capace, pur senza fare sconti a questo padre "duro da vivere" anche nel corso dei suoi anni maturi, di comunicare quella freschezza di immagine che si ritrova nella cinematografia neorealista del dopoguerra. E' vero a volte è triste come "Sciuscià", ma a volte è comico come "I soliti ignoti".
Voto: 5 / 5

leo leandroma@katamail.com (30-03-2002)
Favoloso! Fa venir voglia di trasferirsi a Napoli e imparare il dialetto locale tanto ci si immedesima! Io di Starnone ho letto quasi tutto, questo libro è la ciliegina sulla torta!
Voto: 5 / 5

Andrea (20-01-2002)
Mi dispiace per Sonia e Elisabetta, per me via Gemito è stato una compagnia intelligente, leggera nel tono, dolorosamente acuta nella sostanza. Credo che con questo libro Starnone saldi un conto, che questo sia per lui il punto di arrivo di una ricerca, e ho paura che non tornerà tanto presto a farci compagnia. Peccato, perché alla fine di via Gemito mi sono separato dal suo mondo, da Federico e Rosa, con malinconia, come se li avessi conosciuti davvero.
Voto: 5 / 5

elisabetta rizzo (04-11-2001)
Non sono riuscita ad andare oltre le prima settanta pagine circa.Devo dire che con Starnone ho ceduto alla tentazione di comprare un libro con tanto di Premio (lo Strega, credo) e ho fatto male: grande delusione e tristi considerazioni di ordine letterario-sociologico: quando si parla di Napoli ci si deve sempre rattristare o è possibile una narrazione solare e ottimista?? E' Napoli a tirarsi dietro la malinconia di un mancato riscatto dell'intero Sud??? Comunque un romanzo noioso, nella migliore tradizione dei nostri scrittori (italiani) contemporanei... Avrei voluto qualcosa di meglio, peccato!!! E' giusto anche avere il coraggio di non arrivare alla fine del romanzo: non vi pare??? Cordialità, Elisabetta. Taranto, primi di novembre 2001.
Voto: 1 / 5

Sonia (23-10-2001)
A mio parere, decisamente sopravvalutato.
Voto: 1 / 5

Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 26

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