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Dato alle stampe alle soglie dei grandi mutamenti del 1989, "Fiasco" è imbevuto di uno dei più grandi timori dell'uomo dell'est europeo: il fallimento della libertà, che si presenta, dall'altra parte del muro, come il fallimento della ricerca della felicità. Un fallimento, un fiasco, in cui si riconosce anche lo scrittore. Imre Kertész, nato a Budapest nel 1929, deportato ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945, ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2002. Kertész impiegò circa dieci anni a scriere "Essere senza destino" (pubblicato in Ungheria nel 1975 e ignorato fino alla fine degli anni Ottanta), il primo capitolo dell'ideale trilogia che prosegue con "Fiasco" (1988) e "Kaddish per un bambino non nato" (1989).
Media Voto: 5 / 5Lele (28-12-2003) Un libro che è la degna e naturale continuazione del precedente. Effettivamente più ostico rispetto al primo lavoro, ma dopo un inizio spiazzante per chi ha apprezzato la fluidità e la semplicità di narrazione di "Essere senza destino", si scopre essere una gradiosa opera.
Pagina dopo pagina viene costruita l'identità di un personaggio alle prese con la consapevole impotenza di poter scegliere.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
ematt (25-11-2003) Un libro più difficile del primo dell'ideale trilogia (Essere senza destino), ma che rende magistralmente le atmosfere degli anni del regime comunista, l'irrazionale repressione della libertà che porta inevitabilmente al fallimento qualsiasi aspirazione dell'uomo dell'est. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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