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Claus Hugo - Corrono voci | Il romanzo è ambientato a metà degli anni Sessanta. Réné, un uomo di una ventina d'anni che ha combattuto nel Congo belga prima di disertare l'esercito, ritorna nel suo villaggio natale nelle Fiandre occidentali, Alegen. Sul suo corpo e nella sua psiche sono impressi i segni di un passato violento e misterioso. Nessuno, neanche i suoi genitori, è particolarmente felice del ritorno di questo strano ragazzo. Quando un'epidemia mortale si abbatte sul villaggio, Réné diventa il capro espiatorio. Sono il pettegolezzo e la sua forza dirompente - che a volte distrugge, a volte lascia tutto immutato - i veri protagonisti del libro. Tutto si basa su fantasie, supposizioni, indagini più o meno accurate, castelli in aria e piccole vendette private. Quello che viene fuori è l'inquietante anima di un classico paesino di provincia, che dietro la facciata apparentemente tranquilla e pacifica nasconde uno spirito marcio, pronto ad aggredire qualsiasi cosa turbi la sua routine.
| La recensione de L'Indice |
 La famiglia del giovane René, mercenario in Congo negli anni sessanta e disertore, al ritorno improvviso del figlio vive uno strano malessere, entra in sospetto presso la popolazione. La diceria di nuovo untore applicata al reduce presto coinvolge tragicamente tante vite a lui collegate, con il concretarsi di una malattia epidemica letale. Questo l'inizio del racconto episodico, rapsodicamente articolato in brevi ritratti e rapide azioni, sconcertanti e quotidiane, da cui si compone un allarmante quadro patologico, attraverso un campione sociale isolato e provinciale, ma significativo. Con questo romanzo del 1996 l'autore fiammingo belga giunge forse alla resa dei conti nella lunga militanza anticolonialista iniziata nel 1970 con il dramma Vita e opera di Leopoldo II. Si comprende così, dopo l'unico, fondamentale romanzo apparso in Italia, La sofferenza del Belgio (Feltrinelli, 1999), la portata degli interessi dello scrittore, la qualità della sua arte, estesa a diversi generi letterari e dello spettacolo. Sorprende la suggestione comunicata nel trattare le conseguenze dell'eredità della guerra; le connivenze, le violente repressioni trasferite dal mondo personale a quello politico e viceversa. I personaggi di Claus (provocatoriamente mossi da sensualità e crudeltà, animati da dialoghi teatrali) in linguaggio sentenzioso raffinato o volgarmente efficace rivelano atroci corresponsabilità. Gli avventori del bar Coperchio di rame alimentano il coro cittadino, da cui si diffonde la peste delle verità alluse, dei sensi di colpa irrisolti. A livello più profondo e arduo, lo scrittore agisce mediante l'uso della lingua, in un gioco di parole davvero rischioso e creativo (tradotto con ammirevole aderenza). Ne deriva un autodafé impietoso in cui sarcasmo e ironia sono gli strumenti critici più affilati. Gianni Poli |
Daniele misidan@libero.it (18-11-2006) Il libro è scritto bene, ma il tono della trama oscilla tra comico e grottesco nella prima parte, per poi virare decisamente verso il tragico da metà alla fine. Sembra che l'autore stesso sia rimasto indeciso sino alla fine a dare una linea al suo romanzo. Il finale è poi raccogliticcio. Peccato, in quanto la scrittura di Claus è buona, e alcune pagine del libro sono toccanti. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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