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De Marchi Cesare - La vocazione | Luigi Martinotti lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l'interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l'incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile "insofferenza dell'insicurezza", che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi Martinetti obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali e esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall'imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l'intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l'inspiegabile tenerezza per il figlio di lei. Solo l'amico Giuseppe estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive - riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla.
Tiziano tiziano.cornegliani@libero.it (09-02-2010) Non avevo mai letto nulla di Cesare de Marchi. Incuriosito dalla trama di questo suo ultimo lavoro, “La vocazione”, ho preso il libro e l’ho letto. È stata una gradevole sorpresa: il libro è molto bello e mi è piaciuto molto.
Tutto ruota intorno alla figura di Luigi, un giovane uomo con la passione per la Storia, una “vocazione”, da cui il titolo del libro, contro ogni circostanza avversa e contro ogni buon senso. Ma senza questa vocazione la vita era come “senza oggetto, non valeva la pena di essere vissuta". Di raro, sopravviene la tentazione dell’inerzia, ma è una tentazione fugace. Alla vocazione non si può resistere...
Il libro è scritto molto bene: una prosa ricca, forbita senza però divenire leziosa. Certe espressioni, talune descrizioni, sono così compiute che si può dire che De Marchi ha fatto sua la lezione di Cechov che raccomandava che le descrizioni fossero tali da far vedere al lettore ciò che si descrive. E, di fronte a certi tramonti, alla pioggia, ai giardinetti di Genova… beh, è come essere lì. Talora la prosa assume il ritmo di una cantilena, ma ciò non dispiace; l’unica cosa che non mi è piaciuta è quell’uso di quei “congiuntivi sospesi” (facessero, andassero…) che proprio non digerisco, anche se sempre più stanno affermandosi nella nostra lingua.
L’ultimo capitolo è bellissimo, quasi perfetto, ma se siete anime fragili rimandate la lettura: il gorgo in cui precipita Luigi è talmente vivido che rischia di trascinare giù anche noi… Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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