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Cavarero Adriana - Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità

Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità TitoloCorpo in figure. Filosofia e politica della corporeità
AutoreCavarero Adriana
Prezzo € 16,00
Prezzi in altre valute
Dati2000, 290 p., 2 ed.
EditoreFeltrinelli  (collana Campi del sapere)

Attualmente non disponibile su IBS
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Descrizione
In una sorta di narrazione filosofica, gli strani rapporti fra la politica e il corpo, che giungono a sintetizzarsi nella metafora del 'corpo politico', vengono indagati attraverso una narrazione filosofica originale che ne rintraccia le figure in Antigone e Ofelia e nei filosofi Platone e Hobbes.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Forti, S., L'Indice 1996, n. 9

Si va sempre più affermando anche in Italia quella corrente del pensiero contemporaneo impegnata nella paradossale arte di far parlare ciò che la tradizione "metafisica e logocentrica" avrebbe messo a tacere. Un contributo prezioso e originale a questa interrogazione decostruttiva dei sacri testi filosofici viene offerto dalla filosofia della differenza sessuale; in particolare da una delle sue più significative esponenti italiane, Adriana Cavarero, il cui lavoro è stato esportato con successo in Europa e negli Stati Uniti. Proseguendo, ma anche ampliando, l'impresa iniziata con "Nonostante Platone" (Editori Riuniti, 1990), in "Corpo in figure" la Cavarero chiama di nuovo a raccolta le sue diverse competenze disciplinari - dall'antichistica al pensiero politico - per cercare di sciogliere alcuni nodi della non chiara relazione metaforica tra corpo e politica. Primo tra tutti, l'equivoco di una riflessione politica che, servendosi dell'immagine del corpo per rappresentare le proprie concezioni dell'ordine, sembra contrastare quella "filosofia prima" che avrebbe definitivamente eliminato dal proprio orizzonte il problema della corporeità. In realtà, in maniera del tutto funzionale al dominio "fallologocentrico", il discorso che per secoli ha raffigurato la "città" attraverso immagini corporee non sarebbe meno "disincarnato", astratto e fintamente neutro di quello metafisico.
Qual è allora il corpo che viene escluso dalla "polis", quale, invece, quello che in essa viene accolto per rappresentarne la struttura? Quali sono, insomma, i corpi politici e quali quelli "impolitici"? La politica - così si articola la risposta - erige il proprio edificio sull'espulsione e sulla negazione degli elementi e delle istanze corporee. In particolare sulla rimozione di quella datità fondamentale che vuole che si nasca individui unici e sessuati da corpo femminile (temi, questi, ripresi e sviluppati di recente dall'autrice in uno dei suoi saggi forse più belli, "Nascita, orgasmo, politica", "Micromega", "Almanacco di filosofia '96", pp. 141-149). Se allora i concetti, le analogie, le metafore della politica si figurano sull'immagine del corpo, quel corpo è un corpo maschile, per di più ritratto in una sua pretesa perennità che non conosce le naturali scansioni della nascita e dell'infanzia, della vecchiaia e della morte.
Il dominio logocentrico, inoltre, non si accontenta di quell'equazione politico-maschile che rende impolitici e insignificanti i corpi femminili, ma identifica strumentalmente questi ultimi con il tremendo, il perturbante, il notturno, insomma con un'estraneità spaventosa che pare detenere una potenza eversiva. Questa, sintetizzata drasticamente, è la tesi centrale del saggio, che sorregge le molte altre domande poste dall'autrice ad alcuni testi cruciali che del corpo politico parlano: dalla "Repubblica" di Platone alla "Politica" di Aristotele, dal "Policraticus" di Giovanni di Salisbury al "Leviatano" di Hobbes. Le risposte ai numerosi interrogativi vengono trovate dalla Cavarero lungo un percorso che inizia con l'"Antigone" di Sofocle e termina con il "controcanto" di due scrittrici contemporanee: Maria Zambrano e Ingeborg Bachmann.
Nelle bellissime pagine, d'intensità quasi poetica, dedicate alla tragedia di Sofocle, l'autrice, prendendo spunto dall'interpretazione hegeliana, fornisce un'originalissima lettura dell'"eroina del principio femminile". Antigone non è soltanto al centro di una scena che raffigura la contrapposizione tra dure leggi della città e vincoli degli affetti; rimanda pure al contrasto tra il maschile criterio dell'amico-nemico e la femminile attitudine alla philia, "tra un sangue maschile che arrossa le spade" e "un sangue femminile" che dà la nascita. La sorella che vuol dare sepoltura a Polinice, affinché la sua individualità, i tratti corporei e soprattutto i lineamenti del viso, non venga disfatta dal pasto delle fiere, è mossa all'azione dall'indissolubilità del legame materno. Se lotta per il fratello è perché, innanzitutto, è figlio della sua stessa madre.
È vero, Sofocle raccontando una mitica preistoria della città, intenta a contrastare il corporeo e il femminile, guarda con terrore al materno e alla nascita, evocatori di oscuri recessi, in cui il confine tra umano e animale si confonde. La sua tragedia, tuttavia, riesce ancora a pronunciarsi e a misurarsi su questa corporeità che custodisce il potere dell'origine. Una corporeità che verrà invece sempre più rimossa e che, quando ricomparirà sulla scena politica metaforicamente, assumerà le forme vigorose e maschili, fintamente perenni. Nonostante ciò, la sua irriducibile realtà continuerà a turbare, con lapsus, incongruenze e contraddizioni, quell'ordine del discorso politico che vorrebbe parlare un linguaggio neutro.
Così se, da una parte, Platone inaugura l'ordine logocentrico della filosofia occidentale, dall'altra, soprattutto nel Timeo, non può fare a meno di lasciare gli indizi di una corporeità rinnegata, che si prende la rivincita sul logos, rischiando di capovolgere il dominio gerarchico della psyche sul soma. Sarà Aristotele, nelle cui opere si fa compiuto il passaggio a un'"anatomia", disciplinata e "ordinata", che ha nel maschio il suo modello universale, a consegnare la metafora del corpo politico a quel mondo medievale in cui essa vivrà una delle sue stagioni più fortunate.
Dopo un'attenta analisi delle differenze tra le diverse metafore medievali e delle novità che queste introducono rispetto alle immagini greche, e dopo un'intelligente lettura della dottrina dei due corpi del re, la Cavarero si sofferma su alcuni passaggi cruciali dell'Amleto. Shakespeare, come Sofocle, racconta la vicenda di un travagliato passaggio: nella fattispecie, la transizione drammatica, che si consuma nei primi anni del Seicento inglese, da una concezione sacrale della regalità a un'idea secolare e secolarizzata della sovranità. E non a caso, come nella tragedia sofoclea, anche nel dramma shakespeariano vi è di nuovo un corpo di donna a occupare la scena. Ofelia, però, non è soltanto vittima del contesto politico. Proprio in virtù della sua "estraneità", il corpo della fanciulla riesce alla fine a immortalarsi in un'immagine acquatica che si mantiene intatta oltre la morte. Un potente contrasto figurale di quel corpo politico che sta collassando tra cadaveri in putrefazione e che trova invece nuovo e mutato vigore nell'immagine hobbesiana del Leviatano.
Nelle opere politiche di Hobbes, infatti, non vi è più nessuna malinconica narrazione del tramonto di un'epoca. La genesi della nuova comunità chiamata Stato prende avvio dal disordine assoluto dei molti per culminare nella figura dell'assoluto ordine dell'uno. E se le immagini evocate per rappresentarlo sembrano contrapporre la geometrica razionalità della costruzione statale alla potenza mitica del mostro marino, questo non è dovuto a una distrazione della lucida mente del filosofo inglese. Hobbes, con i suoi molteplici e contrastanti richiami metaforici, esplicita pertanto l'aporeticità di un ordine compiuto e razionale; rende evidente, cioè, la reciproca contaminazione, o meglio implicazione, tra la forma politica (l'ordine) e il suo oggetto (il disordine, il conflitto). L'autore del Leviatano riesce sì a smascherare alcune delle terribili verità su cui si fonda il discorso politico, ma non rompe il silenzio, che durerà per secoli, su quella solitudine "impolitica" destinata da sempre ai corpi femminili.
Ed è appunto per narrare, da un'altra prospettiva, il racconto delle tante Antigoni e delle molte Ofelie che l'autrice rilegge, nel suggestivo finale del libro, "La tomba di Antigone" di Maria Zambrano e "Ondina se ne va" di Ingeborg Bachmann. Così, se l'eroina di Sofocle nella tomba, in cui esperisce una seconda nascita, riesce ora a cogliere la verità dell'enigma del materno, Ondina-Ofelia sogna adesso di conferire a quell'altrove in cui gli uomini l'hanno esiliata un significato nuovo, non più espresso nella lingua del millenario e maschile discorso occidentale.

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