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Johnson Uwe - I giorni e gli anni. Dalla vita di Gesine Cresspahl. Vol. 2

I giorni e gli anni. Dalla vita di Gesine Cresspahl. Vol. 2
Zoom della copertina
TitoloI giorni e gli anni. Dalla vita di Gesine Cresspahl. Vol. 2
AutoreJohnson Uwe
Prezzo € 32,00
Prezzi in altre valute
Dati2005, 507 p., brossura
TraduttoreAngiolini D.; Pasqualetti N.
EditoreFeltrinelli  (collana Le comete)

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Descrizione
Il secondo volume de "I giorni e gli anni" abbraccia il periodo dal dicembre 1967 all'aprile 1968: ritroviamo Gesine Cresspahl e sua figlia Marie immerse nella turbolenta e variopinta quotidianità di New York; nel frattempo continua a dipanarsi il racconto dell'infanzia della protagonista, dalla seconda metà degli anni trenta alla fine della guerra. Il respiro lungo del racconto johnsoniano comincia a ripagare il lettore e dare i suoi frutti, permettendo di recuperare appieno quegli elementi che sembravano a prima vista gratuiti nell'insistito collage metropolitano del primo volume.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
È probabile, anzi auspicabile, che i lettori italiani, già coinvolti in profondità dai romanzi di Uwe Johnson ( Congetture su Jakob , 1961; Il terzo libro su Achim , 1963; Due punti di vista , 1970), possano cominciare a considerare come un capolavoro la ricchissima tetralogia, I giorni e gli anni , della quale gli stessi traduttori, avevano già presentato, nel 2002, la prima sezione (cfr. "L'Indice", 2003, n. 1).
Johnson aveva venticinque anni quando pubblicò il libro dell'esordio, e già allora, seguito con passione dal pubblico, lanciò un drastico programma rivoluzionario: si trattava di contestare gli schemi generici del realismo e di identificare nel narratore una caratteristica sindrome d'incertezza e di dubbio: dunque, si collocavano nella dimensione di "congetture" i riflessi residui della mostruosa esperienza bellica. Era, oggi lo si capisce con chiarezza, l'esordio di un dibattito sviluppatosi, negli ultimi tempi, quasi con virulenza: basti considerarne gli esiti nelle proposte di un narratore della generazione successiva, Winfrid Georg Sebald (nato nel 1944, scomparso tragicamente nel 2001), sospeso, ma con inattesa sicurezza, tra le fuggevoli ombre del ricordo e l'inesorabile forza istituzionale della memoria.
Johnson, nato nel 1934 in Polonia, quando verso quei territori si proiettava la minaccia del nazionalismo nazista, e successivamente trasferitosi a Berlino Ovest per evadere dal regime instauratosi nella Germania orientale, emigrò infine negli Stati Uniti, dove, nel 1984 chiuse una tormentata esistenza, spesa per la rivendicazione di diritti umani che potessero conciliare la sfera del privato con la missione della partecipazione sociale: cosí, alla luce di questi dati, non è completamente legittimo assegnargli un profilo ideologico che rientri negli schemi convenzionali, e conviene limitarsi a sottolineare, nella sua scrittura, anzitutto un'urgenza di comprendere, estesa, con sconcertante generosità, a eventi estremamente contraddittori; e conviene constatare in lui la coesistenza di principi umanistici sempre a rischio di genericità, con pulsioni civili e sociali, ogni volta necessariamente sottratte alle ambiguità di ogni engagement .
Analizzando il titolo è agevole intendere come questa monumentale opera contesti vigorosamente l'autorizzazione al realismo invece tradizionalmente concessa alla storia: "i giorni", vissuti nella totale frammentazione della quotidianità, intervengono qui in modo perentorio a smantellare la struttura degli "anni", cioè l'operato dello stratificarsi dei singoli, innumerevoli, eventi; ed è del tutto naturale che la scrittura assuma provocatoriamente l'assetto di un diario, articolandosi con pedantesca precisione, dal "venti dicembre 1967, mercoledì" al "diciannove aprile 1968, venerdì".
Come non bastasse, Johnson procede allo smantellamento del ruolo del narratore onnisciente, e lo fa precisando nel sottotitolo che tutti i materiali del libro non si costituiscono in testimonianza di una presenza autoriale, bensí risultano "estratti" dall'esperienza esistenziale di una donna tedesca, Gesine Cresspahl, che, emigrata a New York, è ormai protagonista di una complicata vicenda d'integrazione nella metropoli americana: Gesine sta a sintetizzare un presente quasi onirico, contrapposto a un passato tenace, che si riallaccia impietosamente, con un moto regressivo riferito alla piccola provincia tedesca (il Mecklemburgo), a un primo e un secondo inganno: l'antisemitismo e l'ossessione nazionalista dei nazisti, da un lato, l'intolleranza e l'approssimazione dei regimi comunisti, dall'altro. Ma le trovate funzionali a una sorta di suicidio dell'autore non si arrestano qui e assumono l'autorevolezza e insieme l'inconsistenza di un interlocutore impersonale: è addirittura un giornale, il "New York Times", a governare come elemento di scansione il fluire del tempo, attraverso la memoria di uno scrittore esemplato come esclusivo registratore di esterni e condannato, sul polo opposto, a un'interiorizzazione totale confinante con la claustrofobia (al clima affettuoso e familiare dei remoti ricordi mecklemburghesi si contrappone simmetricamente quello, certo non meno privato, della nuova società dell'esilio, che viene accettata con simulato gradimento (la formula, abilissima, consiste nel chiamare "zia" il giornale americano, attribuendogli così la funzione di cronista di tutto ciò che interferisca con il peso dell'estraneità sull'ideale perfezione della sfera privata).
Verrebbe in mente, a questo punto, la nobile invenzione di Elsa Morante, quando proponeva di scrivere con la terribile iniziale maiuscola la parola "storia". Johnson ostenta una sistematica imparzialità nell'attribuire a fazioni e a nazioni ben differenziate ogni abuso del potere a danni dell'umano: eccolo registrare, in data 15 marzo 1968, manifestazioni storiche tanto prevedibili quanto inarrestabili, come l'estrema convulsione del sistema sovietico ("Il Viceministro della Difesa della Cecoslovacchia, un colonnello-generale Janko, si è tolto la vita sparandosi un colpo, secondo una versione, nell'automobile di servizio che doveva condurlo ad un interrogatorio a proposito della sua partecipazione alla congiura militare a sostegno di Antonín Novotný; secondo l'altra versione, nel suo appartamento, quando è venuto a sapere che il gabinetto discuteva del ruolo da lui avuto") e come la degenerazione imperialista del sistema statunitense ("A Bentre, quella città sul delta del Mekong che durante l'offensiva dei Vietcong era stata distrutta dagli americani 'per salvarla', il governo sudista non ha fatto ancora pervenire un solo mattone, un solo solo sacco di cemento per la ricostruzione. 2500 famiglie sono senza tetto. 456 civili sono stati uccisi e 200 richieste di certificato di morte sono ancora al vaglio"). Ma per arrivare al ventre dell'abisso scavato da Johnson, serve usare il suo stesso coraggio, arretrando sino all'inferno di menzogne e di morte dell'agonia del nazismo ("D'ora in avanti il giornale locale usciva con il nome di 'Lübecker Zeitung': sette volte la settimana doveva uscire a dimostrazione della sicurezza di vittoria. Biglietti per Lubecca si potevano acquistare soltanto mostrando una triplice autorizzazione della polizia, dell'amministrazione civile e di quella di partito. Cresspahl [il padre di Gesine] doveva stare alle notizie del giornale. Il quartiere dei commercianti dalla Marienkhirche in giù era quasi completamente distrutto. Le torri campanarie della Marienkhirche erano ancora in piedi divorate dal fuoco. Sankt Petri era un cumulo di macerie. Due terzi del centro cittadino erano completamente distrutti dagli incendi che si erano propagati").
Non ci si può sottrarre, quando si considera un simile andirivieni di frammenti memoriali, alla tentazione di ravvisare nell'opera essenzialmente una sorta di costruzione musiva o, se si preferisce, di puzzle: è per questo motivo che i due traduttori italiani, nella nota introduttiva al volume, menzionano le sperimentazioni di Georges Perec; ma anche si spingono ad annunciare l'effetto di flou , di sfumato, nebbioso, imprevedibile, che apparenta, negli esiti più profondi, Johnson al genio malizioso delle provocazioni avanguardistiche: "L'edificio è metafora antistorica per eccellenza, poiché nell'edificio i materiali presi dalla geologia dei sedimenti vengono ricombinati e in parte strappati alla vicenda minerale, con un gusto architettonico, che espone in piena luce materiali a suo tempo metamorfosatisi nelle viscere della terra; è così che accanto al magistero della filologia tedesca e al suo gusto geologico di forare carote nella storia delle parole compare in quest'opera un gusto chimico per le libere associazioni".

Giorgio Cusatelli

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