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Gino & Michele - Neppure un rigo in cronaca | "Neppure un rigo in cronaca" è una storia abbastanza autobiografica, un po' nostalgica, un po' gialla, decisamente divertente, ambientata nella Milano di fine anni cinquanta, prima del boom economico. Quando, nei quartieri di periferia, che avevano ancora l'aspetto di paesoni, la vita si svolge in piazza, i bambini giocano a tollini in strada, compaiono le prime fiat 500, arriva la 7Up, i gelati si fanno con le polverine e tutti cercano invano di azzeccare una risposta a "Lascia o raddoppia?" Mentre in centro sorge la Torre Velasca, il nuovo simbolo della città borghese e moderna. E proprio qui si svolge la piccola grande avventura di cui sono testimoni i narratori del romanzo, due bambini, assieme alla loro amica del cuore, Maria detta Madù. Al diciannovesimo piano della Torre Velasca una banda criminale improvvisata ha infatti deciso di compiere una rapina a scopo di denuncia politica. Protagonisti del colpo sono il maestro di scuola elementare di origini napoletane Silvio Diotallevi, il gelataio comunista pugliese Defendente Lopane, il proprietario del Bar Tabacchi, dove ci si ritrova a giocare a biliardo e a guardare la tv, Gilberto Alberti e suo cognato, il giornalista frustrato Claudio Brusa. A loro si uniscono poi un piccolo malavitoso, Antonio Mitri, e un attore marxista noto per la sua noia, Paolo Ciampin. Tutto è stato pianificato nei dettagli perché scoppi lo scandalo...
Media Voto: 3.5 / 5Claudio S. santocla@live.it (21-02-2010) Io ne ho 57 di anni e ho ritrovato odori e sapori di una Milano che non c'è più e mai più tornerà. Una città che non era metropoli e che manteneva la sua identità di grosso paesone dove, chi aveva voglia di lavorare, aveva grandi chances. Il meltin'pot era dato dai "terroni" che salivano, come mio padre, dal Sud e innervavano la crescita di Milano, un po' come il vino da taglio delle "Cantine Lo Muscio". Ho ritrovato espressioni e idiomi che non ricordavo più, in un dialetto che si sente parlare sempre meno. Mi ha ricordato l'oratorio, i preti, il campo di futbol, le campagne e gli orti che circondavano la città. I pesci fritti che si mangiavano a Morsenchio, i giri in bici con lo zio, i falò con le cassette dell'Ortomercato. Una città meno pericolosa, senza droga, con le posterie e le latterie, i giardinetti e i pennarelli Lampostyl, il Maestro che era uno solo e non era il Maestro unico o di riferimento e che, se c'era bisogno, ti mollava una stecca quando non comprendevi che dovevi star fermo.
La trama del colpo mi ha preso meno.
Uè, starò mica diventando vecchio? Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Antonio (31-10-2009) Romanzo scritto sull'onda della nostalgia e abbastanza godibile. Avendo ormai 55 anni, mi ricordo benissimo quei tempi e anch'io spesso provo lo stesso rimpianto per le cose perdute: una su tutte la possibilità di arrivare una mattina e parcheggiare la propria cinquecento davanti alla Torre Velasca. Al giorno d'oggi una cosa del genere risulta fantascienza. I personaggi sono ben delineati, sempre con una nota umoristica che contraddistingue i due autori. Ecco, forse avrei apprezzato di più il libro, se ci fosse stato meno umorismo e più suspence. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
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