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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Tabucchi Antonio - Il filo dell'orizzonte

Il filo dell'orizzonte TitoloIl filo dell'orizzonte
AutoreTabucchi Antonio
Prezzo
Sconto 15%
€ 5,52
(Prezzo di copertina € 6,50 Risparmio € 0,98)
Prezzi in altre valute
Dati2002, 112 p., 13 ed.
EditoreFeltrinelli  (collana Universale economica)

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Descrizione
Una città di mare che somiglia a Genova, un oscuro fatto di sangue, un cadavere anonimo, un uomo che istruisce una sua privata inchiesta per svelarne l'identità. Ma il procedimento di Spino, il detective della vicenda, non segue una logica di causa/effetto. Invece delle apparenze visibili egli cerca i significati che queste apparenze contengono e la sua ricerca corre sul filo ambiguo che separa lo spettacolo dallo spettatore. Così la sua inchiesta "impazzisce" e da indagine su una morte slitta sul piano delle segrete ragioni che guidano un'esistenza, trasformandosi in una sorta di caduta libera, vertiginosa e obbligata al tempo stesso: una ricerca senza respiro tesa verso un obiettivo che, come l'orizzonte, sembra spostarsi con chi lo segue.Un indimenticabile romanzo-enigma che sotto l'apparenza del 'giallo' nasconde un'interrogazione sul senso delle cose.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Stegagno Picchio, L., L'Indice 1987, n. 3

"Il filo dell'orizzonte" è l'ultimo romanzo di Antonio Tabucchi, il più scabro e il più inquietante dei sette finora da lui pubblicati. Consiglio gli estimatori di casa nostra di questo singolare narratore di leggerlo come un nostos, un ritorno. Ritorno narrativo ad un tema e ad una collocazione localistica "nostrana" da parte di un romanziere che, dopo l'esordio "rusticano" con "Piazza d'Italia", nel 1975, prolungato in saga nazionale dal "Piccolo naviglio" (1978), si era invece vigorosamente affermato quale autore di racconti di ambientazione esotica, di sapiente e a volte ironico snobismo internazionalista. Ma soprattutto ritorno ad una narrativa più tesa, più tematicamente concentrata, dopo la girandola inventiva delle narrazioni brevi. Quasi un poliziesco, con un morto in apertura, un perito settore che si improvvisa detective, un'inchiesta a schidionata attraverso i luoghi e i personaggi che possono aver avuto qualche peso o interferenza con il "fatto" e, infine, un explicit a sorpresa che solleva il giallo ad exemplum, lo colora di metafisica. Perché l'indagine, segreta e quasi colpevole, condotta come un imperativo categorico da un non addetto ai lavori, chiamato solo dal Caso ad un rendiconto che sempre più inconfessatamente lo coinvolge, seminata com'è di indizi autobiografici, si conclude quasi ex abrupto con un reale o metaforico salto nel buio, morte, fuga, appuntamento con quell'Altro che forse è l'Io.
Fuori quadro, come fa spesso, per sfiducia nella critica, per timore di essere interpretato riduttivamente, banalizzato ma anche per connivenza con quella stessa critica, per introdurre il gioco nel gioco, o anche per depistare ancor più il lettore, l'autore stesso, dalla poscritta, dalla quarta di copertina, ci offre qualche chiave ermeneutica. La città potrebbe esser Genova. E se il protagonista si chiama Spino, Spino potrebbe essere un'abbreviazione di Spinoza "filosofo che non nego di amare" e che, fra l'altro, "era sefardita, e come molti della sua gente il filo dell'orizzonte se lo portava dentro gli occhi. Il filo dell'orizzonte, di fatto, è un luogo geometrico, perché si sposta mentre noi ci spostiamo. Vorrei molto che per sortilegio il mio personaggio lo avesse raggiunto, perché anche lui lo aveva negli occhi".
La critica, dal canto suo, si è sbizzarrita in interpretazioni che sono tutte sottili e apportatrici di senso, nella misura in cui la letteratura è proposta e parziale risposta agli interrogativi del nostro angosciato incosciente collettivo. Si sono istituiti fili conduttori fra queste e altre opere di Tabucchi, primo fra tutti quel "Notturno indiano" (1983), che, pur nell'ambientazione esotica, proponeva lo stesso tema del viaggio iniziatico, autoreferenziale. E come ogni volta si sono cercati agganci esterni nella letteratura: citazioni capaci di costringere un autore entro uno specifico spazio culturale, di affiliarlo a scuole, epoche, famiglie stilistiche. In un bell'articolo pubblicato sul "Pass" madrileno nell'agosto del 1986, e cioè qualche mese prima della comparsa di questo ultimo breve romanzo, uno scrittore messicano come Sergio Pitol per il Tabucchi più noto nel paesi di lingua spagnola, e cioè il Tabucchi dei racconti del "Gioco del rovescio" (1981) della "Donna di Porto Pim" (1984) e del "Notturno indiano", aveva evocato tutto un olimpo di scrittori "impuri", radicati in una tradizione composita, non ortodossamente nazionale Joyce, Kafka, Cavafis, Babel, forse Canetti; e ancora Borges, Pessoa, Larbaud. Questo Filo dell'orizzonte parrebbe ora richiamare in primo piano Kafka, un Kafka più solare ed ironico (ma non so quanto meno angosciato) che trasporta il suo privatissimo, ma ineludibile processo, da una Mitteleuropa di cortili e di androni praghesi ad un riviera di Liguria italiana dove una città corrosa dagli anni e invasa dai detriti, dai topi, dalla peste, si sgretola come un fondale di rappresentazione consumata, ma anche si dispiega a chi la osservi dall'alto, in un "orizzonte largo, da golfo a golfo", dove "la brezza del mare arriva spavalda".
Come completa, modifica, risemantizza l'immagine che avevamo del narratore Tabucchi questo nuovo breve, intrigante, enigmatico romanzo? Fino ad oggi pareva che, ancor più che agli italiani, che pure, pubblico e critica, gli hanno sempre dedicato un interesse di privilegio nella nostra provincia letteraria, Tabucchi piacesse agli stranieri.
Forse perché gli stranieri vedono in lui il modello, forsanche il prototipo al un diverso tipo al scrittore italiano. Uno scrittore di matrice insieme regionale ed internazionale, di scrittura raffinata, ma non espressionista, o perlomeno portatore di un espressionismo ben più sintattico che lessicale; cultista più che culterano e perciò stesso passibile di traduzione e cioè di assimilazione nel senso più ampio del termine. Assimilabile in quanto già potenzialmente simile.
Regista sapiente di un film che è metafora, ma insieme sberleffo della vita, Tabucchi usa le parole come una cinepresa per sorprendere gente come noi (come lui: quasi tutti i suoi protagonisti hanno la sua età reale, nati in quel 1943 di guerra in cui vecchio e nuovo mondo sembrano saldarsi in roghi generazionali). Sono personaggi nei nostri abiti di ogni giorno, ma insieme immersi in una metafisica luminosità di sogno o di cinema d'avanguardia. Internazionali, ubiquitari ed insieme attuali ed effimeri, come può essere attuale e metafisicamente ubiquitario un effimero film della von Trotta, di Herzog, di Wim Wenders, di Jodorowski: o, ancora, di Buñel. Perché nei film, a differenza che nella vita si può riavvolgere la pellicola, fermare un fotogramma, caricare di nuovi colori il cielo: e a distanza di anni, di fronte alla catastrofe di cartone, ridere. Epicamente, brechtianamente cantastorialmente, ridere. Certo, anche la vita, ogni conchiusa parabola vitale, vista dall'olimpo degli dei o dal dopo dei posteri, può essere interpretata come scherzo, acidulo correttivo moderno del sogno calderoniano. Ma scherzo con la maiuscola, come quel goliardico, innocente, paradigmatico Scherzo raccontatoci da Milan Kundera che subito si appalla addosso al suo autore schiacciandolo come una formica, un verme, nell'indifferenza dell'universo. Sono i piccoli equivoci senza importanza (altro tema e titolo paradigmatico di Tabucchi, 1985) a dirigere lo spettacolo di cui deus ex machina è il Caos e protagonista il detrito, il relitto, l'ostacolo che il caso appunto pone sul crocevia, all'angolo della strada, a condizionare, orientare motivare ogni tua scelta. E dove peraltro ogni verità ha un suo rovescio, ogni quadro è uno scherzo antropomorfo dell'Arcimboldo (citazione d'obbligo, oggi, nel nostro breve orizzonte di rivisitazioni).
Nel Filo dell'orizzonte riappaiono tutti questi motivi, queste isotopie che hanno finora segnato la narrativa di Tabucchi, in un processo circolare che va dal romanzo breve al romanzo fiume, al racconto e di nuovo al romanzo breve. Costruzione, frantumazione, riedificazione. Ora potrebbe esserci un silenzio, interrotto, magari, da presenze su altre scene, su piani diversi della letteratura. Ma non stupirebbe poi se il narratore Tabucchi si riproponesse con un nuovo "grosso" libro, magari un lungo romanzo, capace non solo di segnare una ulteriore svolta, ma di gettare nuovi lumi sulla sua precedente opera di "finzione": ché questa è la sua vera vocazione, quella di spiare la vita, tutta la vita (paesaggi, uomini, umane creazioni artistiche) per rubarne spunti, embrioni di storie esemplari.
È quello che in un certo senso sta succedendo fin da ora. Quando uscì Il primo romanzo, "Piazza d'Italia", i suoi personaggi apparvero evocati dal fondo di un'infanzia toscana di anarchiche alpi Apuane, dove i nonni e gli zii si chiamavano Garibaldo e Quarto e Volturno. L'evasione, solo mentale, aveva il sapore di un romanzo di Conrad o di Melville o di un racconto di emigranti toscani l'Argentina di "Caminito verde", dei tanghi di "Carmen e Paquito", o ancora di un cinema di paese da cui si poteva vivere il viaggio in puro transfert. Vogliosa di etichette, la critica parlò allora di realismo fantastico su base rusticana, di cento anni di solitudine all'italiana. Qualcosa di vero c'era. Ma era solo la scorza del libro. Da allora Tabucchi, che nella vita fa il professore di portoghese (si deve a lui, in massima parte, il revival italiano di Fernando Pessoa), il suo lungo viaggio reale e non solo metaforico per i mari di Melville e di Conrad lo ha compiuto davvero: imbarcato peraltro, come buon italiano di ventura, sulle caravelle del re di Portogallo anziché sui velieri delle nostre repubbliche marinare. È stato davvero in India e nelle Azzorre, in Brasile e a Macao. E da ogni porto ha riportato una storia portoghese, di marinai e di balene, ma anche di umani e politici giochi-del-rovescio in tempo di salazarismo.
I viaggi di ritorno ci restituiscono sempre ai luoghi d'origine più vecchi, più stanchi nel corpo e nell'anima: come scarniti e disseccati, ma perciò stesso più autentici. È così che "Il filo dell'orizzonte" ci restituisce il viaggiatore Tabucchi: meno esoticamente fascinoso forse, più cauto, più stilisticamente autentico. Anche perché nella tasca un po' logora del suo protagonista c'è, come sempre la fotografia di bambino fra i grandi fissata nella sospensione di tempo in cui nessuno era ancora morto, che è la chiave di tutta la sua narrativa. E a questo punto non varrà più la pena interrogarci a che genere letterario appartengano i suoi libri o ancora se questo Spino, che ha il nome di un filosofo che ha il nome di un cane all'appuntamento finale ritrovi la morte, se stesso o quell'altro se stesso che gli anni non hanno potuto cancellare da un fotografia sbiadita. 

I vostri commenti
  Media Voto: 4 / 5

REXLEX (01-03-2011)
Inizia come la storia di una coppia ma non è una storia sentimentale ( divertente e smaccato come l'autore toglie di mezzo la 'lei' che non serve più e che sarebbe solo d'impiccio ) , poi ogni tanto viene infilato dentro l'amico giornalista ma non è una storia di amicizia . Indi si fa giallo , si fa indagine ma l'inchiesta si perde per strada. E come la mettiamo con la boccetta di prodotto contro la caduta dei capelli e la visita al cimitero ? come direbbe qualcuno 'cosa mi stanno a significare ?'. Una nuvola , un filo steso dei panni , una pietra. Nell'una posso 'vedere' il martirio di San Sebastiano del Mantegna , nell'altro la scia di un elettrone , nell'ultima la sagoma stilizzata di un toro. Ma in realtà sono vapore acqueo , corda e un po' di silice . Cercare un senso , un significato recondito talvolta 'non è cosa' e ognuno può vedere ciò che vuole. Ci sono dei libri con alte sponde da cui è difficile deviare , qui c'è un'occasione e ciascuno poi vada o resti dove crede. La descrizione della città è stupenda. Come ai grandi pittori servono poche pennellate al nostro servono poche righe per renderla perfettamente.
Voto: 3 / 5
Ginevrina bellefizz@virgilio.it (31-10-2005)
Senz'altro Tabucchi è un grande autore dei nostri tempi ma con questo testo mi ha lasciata un pò titubante. Dire che è brutto sarebbe un'eresia, dire che non mi è piaciuto è già più abbordabile, dire che non l'ho capito è la verità più sorprendente. L'ho letto la prima volta in treno tra il viaggio di andata e ritorno per recarmi a lavoro. Sono rimasta frastornata e allora l'ho riletto nella pace del mio giardino, e ancora non ho capito la chiave che permette di accedere al libro. Non lo so. Non arrivo al senso
Voto: 3 / 5
marco valente aurellio@blu.it (15-12-2003)
Perfetto. C'è inquietudine, c'è metafisica, c'è la poesia di Pessoa ma anche quella di Montale; c'è la precisione denotativa degna dei migliori gialli, uno stile pulito e un episodio -quello in cui si vede attraverso il mondo restituito da una vecchia fotografia- che resta la pagina in assoluto più bella che parli di fotografia che io abbia mai letto. Complimenti a Tabucchi, questo secondo me è il suo libro migliore, pure se apprezzo molto i suoi altri romanzi.
Voto: 5 / 5
marco (09-03-2003)
L'ho letto in una sera e un pomeriggio, e di sicuro lo rileggerò perchè in un primo momento mi ha lasciato spiazzato. Lo stile è pulito e mi sembra ci sia una precisione geometrica nella costruzione delle frasi; nelle descrizioni è talmente preciso e 'cinematografico' che sembra di vedere il racconto, non di leggerlo; e proprio perchè ti dimentichi di leggerlo ti rendi conto di quanta maestria abbia Tabucchi nel saper costruire le sue storie. Meglio rileggerlo una seconda volta per gustare lo stile, e una terza volta per capirne i risvolti, forse esistenziali, forse filosofici. Per ora posso dire che stilisticamente è quanto di più preciso ed essenziale potrei chiedere a un narratore: bravissimo Tabucchi!
Voto: 5 / 5

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