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Deaglio Enrico - La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca

La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca
Zoom della copertina
TitoloLa banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca
AutoreDeaglio Enrico
Prezzo € 5,68
Prezzi in altre valute
Dati2003, 136 p., 14 ed.
EditoreFeltrinelli  (collana Universale economica)

Disponibile per la spedizione in 1 giorno lavorativo

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Descrizione
Budapest, inverno 1944. Sono mesi in cui i nazisti ungheresi deportano e sterminano centinaia di migliaia di ebrei. In questa città il commerciante padovano Giorgio Perlasca si ritrova ricercato dai tedeschi per frode commerciale. Vaga per Budapest e trova rifugio e un passaporto presso la legazione della Spagna. Improvvisamente il console abbandona il paese e Perlasca riesce a farsi accreditare come nuovo console di Spagna. Per cento giorni questo sconosciuto italiano si dimostrerà un organizzatore eccezionale e riuscirà a salvare dalla morte cinquemila ebrei di Budapest.

I vostri commenti
9 recensioni presenti.  Media Voto: 4.22 / 5

Giulia (07-02-2009)
Molto nobile il tema della lotta contro il nazismo,toccante ed emozionante la storia. Lo consiglio.
Voto: 5 / 5

Vanna (27-01-2007)
Ho letto e riletto il libro di Deaglio cui va uno speciale ringraziamento per aver fatto conoscere al grande pubblico il nome di un autentico eroe come Giorgio Perlasca.Un pensiero riverente alla Sua memoria e una preghiera per la sua pace. Vanna
Voto: 5 / 5

ale bedica alebedica@hotmail.it (26-01-2007)
Questo libro mi è stato consigliato da un mio amico che conosce il mio interesse per la letteratura ungherese degli anni trenta-quaranta.All'inizio di quel periodo,nessuna capitale europea presentava contrasti così tanto numerosi e stridenti come quelli che affioravano da Budapest.Da un lato c'era la piacevolezza della città,i fasti della gastronomia,l'Opera,il culto delle donne;dall'altra,c'era una nazione malata dai traumi,dalla depressione psicologica e dai veleni politici scaturiti con la fine della Prima guerra mondiale.Decisamente il dopoguerra più convulso,tenendo conto dei sussulti turchi e tedeschi,di tutte le nazioni sconfitte.Il potere economico era concentrato a Budapest negli uffici di una trentina tra industriali e finanzieri ebrei,la cui influenza non appoggiava sul vuoto.Infatti il 40%dell'elettorato,il 50%dei giornalisti e degli avvocati,il 60%dei medici e buona parte del mondo dello spettacolo,erano di origine ebraica.Tutto un versante della politica e della cultura -il versante nazionalista- tendeva perciò a distinguere la capitale dal resto del paese,chiamandola Giudapest.Una sorta di scisma che avrebbe contribuito ad infiammare gli umori antisemiti ed a saldare i legami di Horthy con la Germania nazista.Deaglio spiega esaurientemente,attraverso la storia di Giorgio Perlasca,tutta questa tensione e tutte le brutalità che ne sono conseguite nella indifferenza degli ungheresi (e di gran parte del mondo)."Per gli italiani essere a Budapest era un po' come essere a casa" dice Perlasca.E' questo il motivo che in nessuna libreria delle case borghesi italiane potevano mancare i libri di Ferenc Kormendi,Sandor Marai e Lajos Zilahy,perchè descrivevano perfettamente le angosce di una gioventù senza speranze alla viglia della 'finis Europae.Adesso sono tutti nell'oblio,eccetto Marai,forse per lo sfondo della retorica fascista che traspare in essi,oppure perchè qualcuno ricorda che la piazza più elegante di Budapest era intitolata a Mussolini e che Galeazzo Ciano non si perdeva una 'prima'dell'Arizona
Voto: 4 / 5

antonio.Cap (15-01-2007)
indescrivibile!!!!!!!!
Voto: 2 / 5

Elisa (17-03-2006)
non mi è molto piaciuto.. ho trovato molto noiosa la parte iniziale.. però mi è interessato.. mi ha fatto pensare alle opere di quest'uomo.. comunque avrei organizzato il libro diversamente..
Voto: 3 / 5

roberto cocchis roberto.cocchis@tin.it (24-05-2005)
Il classico libro da far leggere istituzionalmente nelle scuole: importante e significativo, ma scorrevole e alla portata di tutti, escluso magari qualche revisionista a oltranza. Certo che un esempio come Perlasca, in una società che, in tutti i modi più subdoli, cerca di affermare modelli come "l'uomo forte" e legittimare in tal modo tutti i tipi di leccapiedi e opportunisti, è molto, molto, molto difficile da seguire. Uno che si comportasse come lui, oggi come oggi, rischierebbe, tra le tante possibili conseguenze, innanzitutto l'emarginazione e l'isolamento. Ragione di più per proporlo ai ragazzi, specie da parte dei genitori (quelli responsabili, almeno).
Voto: 5 / 5

Samuel (24-02-2005)
Emozionante.
Voto: 5 / 5

Emanuele eterazzi@libero.it (22-03-2002)
Mi meraviglio di come un personaggio del genere possa essere stato nell'ombra per così tanti anni. Un libretto che tutti dovrebbero leggere.
Voto: 5 / 5

luca t. fabullo@katamail.com (28-11-2000)
Il testo di Deaglio, scritto assai bene perchè agile e di piacevole lettura senza essere affatto romanzato, ha una pluralità di pregi, dei quali è naturalmente in parte debitore alla straordinaria vicenda che racconta ed allo spessore morale del protagonista: dal punto di vista storico ricostruisce l'impegno di un italiano (per di più sinceramente fascista) che - come altri, ma non tanti come ci piacerebbe pensare - ha concretamente agito per aiutare e salvare un gran numero di ebrei (nel caso di specie, ungheresi); si tratta di una vicenda stranamente poco conosciuta proprio in Italia, dove spesso ci si compiace di minimizzare l'antisemitismo degli anni '30 e '40, ma - non a caso - si esita ad indicare con precisione cosa è riuscito a fare chi, come Perlasca, ha messo la propria vita e la propria intelligenza al servizio della difesa degli ebrei, non limitandosi alla contemplazione dei propri pacifici sentimenti, per poi lasciare che la Storia li offendesse impunemente. Questa considerazione ci sposta sull'altro pregio del libro, che è quello di un semplice ma fondamentale insegnamento: è nel momento in cui la scelta morale ha senso che bisogna compierla, accettandone i rischi. Perlasca, lo racconta lui stesso in un breve dialogo con Deaglio risalente a poco prima della sua morte e riportato nel libro, non nutriva particolari sentimenti a favore degli ebrei nè era mai stato una persona che ponesse i principi al di sopra della vita: era nella vita, che solo così rimaneva la sua vita, che non intendeva avallare l'orribile strage, ed era nella vita che ha creato lo spazio per operare con semplicità (ma con grandissimo coraggio) contro lo sterminio, sfruttando alcune circostanze favorevoli (i pregressi rapporti commerciali con la Spagna, ad es., e la sua conoscenza dello spagnolo assieme alla fuga dell'ambasciatore iberico da Budapest) e una personale capacità di iniziativa che verosimilmente ne avrebbero fatto un uomo capace e determinato in qualunque campo. Qui è Rodi è qui devi saltare! venne detto all'atleta che si vantava di saper compiere balzi prodigiosi, ma solo quando era nell'isoletta. Qui è la croce del presente, commentava Hegel la storiella; questa croce Perlasca sembra essersela laicamente addossata senza alcuna remora e senza particolari travagli intellettuali. "Cosa avrebbe fatto lei al mio posto?", chiede una volta a Deaglio, quasi a dimenticare che la risposta è nei milioni di tedeschi, italiani, polacchi, ungheresi ecc., che in verità non hanno fatto proprio nulla e hanno lasciato che il genocidio si compisse. Questa semplicità di Perlasca - il non poter fare altrimenti che così, per poter continuare a vivere con se stessi - è giustamente sottolineata da Deaglio nel titolo del libro che ovviamente risponde a quello con cui Hannah Harendt ha reso memorabile il proprio resoconto del processo ad Eichmann. In quel processo tutti coloro che venivano chiamati a rispondere dei propri comportamenti ne sottolineavano, appunto, la "banalità", quasi che la macchina dello sterminio sarebbe potuta funzionare senza tanti gesti e adesioni di per sè non straordinari. Deaglio accetta la "sfida" dei testimoni/complici del processo Eichmann, per mostrare con efficacia che agire per il bene anzichè per il male non necessariamente avrebbe richiesto comportamenti eccezionali. Ma in cuor nostro sappiamo che di uomini come Perlasca non ce ne sono mai stati molti, e gli siamo grati della speranza di saper essere, se fosse necessario, "banali" come lui.
Voto: 4 / 5

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