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De Luca Erri - Una nuvola come tappeto | De Luca ci presenta le sue riflessioni sul Vecchio Testamento sotto forma di piccoli racconti. Si tratta, come lui stesso afferma, di un "tentativo di essere lettore di Bibbia in un'epoca fredda". Un lettore che ha studiato per anni, da sé, la lingua ebraica. Ne risultano una lettura e una traduzione del testo sacro assai sorprendenti.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Catalano, G., L'Indice 1992, n. 4
(recensione pubblicata per l'edizione del 1991)
Alla sua seconda prova d'autore Erri De Luca non delude. Anzi, conferma le nostre speranze e, forse, le matura senza clamore, come si addice alla sua personalità schiva e isolata (n‚ il passato politico n‚ l'esperienza operaia sono serviti, grazie a Dio, a farne un personaggio). "Una nuvola come tappeto" è una nuova, diversa promessa. Dà testimonianza di una ricerca capace di rinnovarsi in diverse direzioni: ora, lo fa a diretto confronto con un testo, il testo per antonomasia, la Bibbia, con cui la stessa storia dell'esegesi ha avuto inizio nella nostra cultura. Non c'è atto di scrittura senza lettura, dice Gadamer. Barthes aggiungerebbe con minore verosimiglianza e con maggiore arditezza che la lettura di un testo non è avulsa dal desiderio di continuare a rimanere dentro di esso, trasformando colui che legge in colui che scrive su ciò che legge. Se, insomma, lo scrivere e il leggere sono così indissolubilmente legati, il nuovo libro di Erri De Luca appare come adeguata prosecuzione del suo itinerario di scrittore. Il tentativo di rinarrare alcuni eventi e figure della Bibbia si inscrive nelle trame di questa strettissima parentela. Lo scrittore riscrive sul già scritto, consapevole dell'eredità, ma anche cosciente dell'impossibilità di gestire una tradizione che la mente umana non può più dominare. È così che la scrittura si inserisce nelle crepe di un paradosso irrisolvibile: la memoria recuperata attraverso la dimenticanza, la Bibbia reinterpretata in una voluta ignoranza del bagaglio riguardante la sua interpretazione. L'immobilità di "campi che sono fermi eppure mutano a passi di stagione", metafora per l'autore di pagine sempre identiche e pronte a trasformarsi a ogni nuova lettura, si apre alla rinnovata aspirazione di percorrerle. Perché antichissimo, il testo può cercare nuova vita, può intraprendere la strada di una narrazione. Può farlo nell'affetto per pagine consunte dall'assidua lettura, nell'amore per quell'idioma straniero, di cui l'autore sente il suono nell'orecchio, un suono che si trasforma in un'eco interna solo a colui che sa udirla.
Tutto il sapere in un unico libro, il libro dei libri, libro del mondo, del cielo e della terra nella loro indivisione, nella loro unione di sacro e profano. Il grande libro, scrive De Luca, non è stato spogliato del sacro. L'attuale inattualità del sacro è posta con la lieve audacia di chi testimonia che questa sacralità è parte di noi, parte della nostra storia. Storia di uomini nata da una babele di lingue che hanno sostituito l'unicità della lingua divina. Dispersi, dopo il crollo della torre, gli uomini hanno continuamente cercato di ricostruire l'unione, di ritrovare quell'unità smarrita che non sarà possibile ritrovare: la sua esistenza può essere solo garantita da questo desiderio che ha alle sue spalle la dispersione. La nuvola come tappeto è il segno di questa ricerca che attesta l'ansia di scorgere sulla terra le tracce del cielo. Da qui l'affollarsi delle visioni, la scommessa del sogno con cui Daniele rompe l'enigma del faraone, il linguaggio delle rivelazioni, l'iniziale testimonianza di tutti i cicli e gli eventi di cui la Bibbia è l'annuncio. Da qui anche la vera e propria ritessitura del racconto, poiché il testo biblico è innanzitutto racconto, narrazione di nascite e di morti, di avventure, di amori e odi umani, di parole e di arcani. In questa tessitura infinita lo scrittore cerca la sua stessa voce: nell'attenzione alle proprietà della grammatica ebraica, come all'incommensurabilità del testo a cui si dedica, lo scrittore esprime il suo narrare, un colloquio attuato con una lingua discorsiva, scarna, a volte nodosa, di quella ruvidezza ricca di sensibilità, dove la metafora fuoriesce da costruzioni leggermente desuete e dove l'essenzialità si afferma nella discreta ma sicura intenzione del proprio dire.
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moonshadow (06-09-2005) Come in altri libri sembra quasi che De Luca abbia raccolto frasi geniali e le abbia forzatamente amalgamate con il resto del libro che invece e' abbastanza vuoto. Un libro che ho trovato parecchio noioso. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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