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Tabucchi Antonio - Sostiene Pereira. Una testimonianza | "Tabucchi è convinto che è arrivato il tempo in cui dobbiamo chiedere anche alla letteratura di dire la verità: non la verità metafisica e del cuore, ma proprio la verità degli uomini, quella della loro condizione storica, dei pericoli che stanno correndo, degli assassini di cui sono autori e vittime" (Angelo Guglielmi)
| La recensione de L'Indice |

recensione di Coletti, V., L'Indice 1994, n. 5
(recensione pubblicata per l'edizione del 1994)
Il dottor Pereira è un giornalista di Lisbona. Dirige la pagina culturale di un modesto giornale di regime nel Portogallo salazarista della fine degli anni trenta. Della realtà non gli interessa più nulla; dialoga col ritratto della moglie morta; scrive o pensa di scrivere necrologi di grandi autori; traduce testi altrui. Ma, un giorno, assume un collaboratore, Monteiro Rossi, un bizzarro giovane che, anche per la suggestione di Marta, la sua ragazza, fa politica clandestina e attiva tra gli antifascisti. Poco dopo, conosce il dottor (Cardoso, un medico che vuole fuggire dal Portogallo asfissiato e mortificato dalla dittatura. La realtà rientra così nella vita del placido e disilluso Pereira e lui se ne lascia progressivamente, pacificamente coinvolgere, fino a solidarizzare con gli amici antisalazaristi e a dare ospitalità in casa propria a Monteiro Rossi braccato dalla polizia segreta. E anche se non riesce a proteggere il suo giovane amico, tosto scoperto e ucciso a manganellate, Pereira lo vendicherà, denunciandone apertamente l'assassinio in un articolo fatto uscire sul giornale, con una beffa al regime del paese, da cui se ne andrà senza rimpianti.
In questo romanzo salutiamo il ritorno, ad opera di uno dei più grandi tra i narratori contemporanei, di una tematica, se si può ancora usare la parola, più impegnata, meno letteraria e raffinata forse, ma anche più diretta, evidente e, in fin dei conti, più importante di quella da ultimo presente nei libri dello stesso Tabucchi e di tanti altri autori di questi anni. Il filtro del tempo, l'ambientazione anni trenta, i precisi e retrodatati contorni cronologici del racconto non ne impediscono infatti una lettura anche attuale o, per lo meno, lasciano intatto il fascino che i grandi motivi della politica, della libertà, della dignità esercitano, possono ancora esercitare in un bel romanzo. Peccato che a questa svolta verso la sostanza delle cose non faccia riscontro pieno e completo una parallela svolta nella scrittura, pur tanto diversa da quella abituale all'ultimo Tabucchi, ma ancora, temo, tentata di strizzare l'occhio agli addetti ai lavori della forma, a linguisti e narratologi, manipolatori vari del genere romanzo. Lo rivela il titolo, "Sostiene Pereira", che, ripetuto fino all'ossessione in tutto il libro, è anche il segno linguistico dominante della narrazione. È, o dovrebbe essere. Se un testo si svolge a partire da un: "tizio sostiene, afferma ecc.", infatti, occorre anche che esso, poi, sia orientato a svolgere tutto il tasso di ipoteticità che c'è in un fatto "sostenuto" e che quindi lo distanzi e discuta con altre ipotesi, lo interroghi con domande o, al limite, lo neghi clamorosamente. E, all'inizio, pare proprio che le cose stiano così. Il narratore-autore entra in dialogo col racconto del narratore-personaggio e avanza ipotesi, supposizioni, interloquisce: "Pare che Pereira stesse in redazione... Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre..., sarà perché sua moglie..., sarà perché lui... ma il fatto è che..." si legge nei primi capitoli, quando il testo declina volentieri verso la subordinazione richiesta dal 'verbum opinandi', raddrizzata qua e là da affermazioni di cui il personaggio conserva tutta la responsabilità: "Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l'articolo... Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse, perché quella rivista...., forse perché quel giorno..., o forse perché in quel momento... ma il fatto è che...". Poi, però, questo valore reale, non opzionale, del "sostiene Pereira" si perde o, perlomeno, il lettore lo smarrisce. La narrazione prende a svolgersi per frasi principali e passati remoti che non suggeriscono neppure alla lontana il dubbio del congiuntivo, la possibilità del condizionale, l'opinabilità dell'evento; si colloca in una netta, distaccata identità, allontanandosi, con la precisione ineluttabile dell'accaduto, dall'attualità, partecipe e ancora sgomenta, del testimone che rivive e "sostiene". Infine, il "[Pereira] sostiene" diventa un puro inciso ("Poi aprì la porta, sostiene"; "Pereira entrò in un caffè, sostiene, e ordin• un'acquavite") innocuo, neutro, senza riflessi formali nella disposizione del testo o della sua lingua; un inciampo che si potrebbe benissimo togliere senza che nulla venga a mancare nel libro. Perché Tabucchi, scrittore sorvegliato come pochi, abbia giocato con questo marchingegno (esibito al punto da diventare il titolo) senza poi, come avrebbe saputo fare benissimo (lo ha fatto benissimo in altre opere), disporre un'adeguata, conseguente strategia testuale, non so spiegarmi. Né riesco a convincermi che il verbo eponimo volesse essere solo un tic linguistico, una figura della ripetizione come il "beh pazienza" che il protagonista dice ogni volta che parla col ritratto della moglie o le molte limonate che beve durante il giorno; e non credo che il progressivo passaggio del valore di "sostiene" da quello dell'ipoteticità a quello della certezza, che, snaturandolo, lo assimila ai più diretti e tradizionali verbi e modi narrativi, sia figura di una fiducia progressivamente accordata dal romanziere al narratore personaggio. A ogni modo, il lettore non può fare a meno di interrogarsi su questo presente fasciato dal dubbio dell'opinabile, da questo segno tanto esposto, che sembra voler governare, orientare e segnare il testo intero e invece retrocede rapidamente a vistoso soprammobile stilistico e di fatto si defila, perdendo i propri originari connotati di affermazione decisa ma discutibile e lasciando libero campo a un passato accertato, ricostruito con esattezza, non più discusso evitato. Che sia la "morale" del libro, la "testimonianza" dichiarata nel sottotitolo, il suo modo di suggerire una lettura attualizzante?
recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1994, n. 5
Quali ragioni spingono Pereira a una scelta che capovolge la sua vita? Perché un giornalista scrupoloso e avveduto, che conosce i trucchi del mestiere e che non nutre molte illusioni, promosso alla cultura dopo aver consumato una vita nella cronaca nera - "di lei mi fido, ha fatto il cronista per trent'anni", gli dice il direttore - manda tutto all'aria schierandosi dalla parte di un rivoluzionario? Perché Pereira non rimane tranquillo nel suo ufficio - "una squallida stanzetta", per carità, "dove ronzava un ventilatore asmatico e c'era sempre puzzo di fritto", però anche un porto franco, una nicchia appartata - a compilare la rubrica delle ricorrenze e a tradurre scrittori francesi, senza lode ma senza infamia, un intellettuale con ambizioni pari alle sue non eccelse qualità? Invece quest'uomo marginale, troppo grasso e sudato per il suo cuore malandato, consumatore impenitente di omelette fritte e limonate ghiacciate, vedovo di una moglie morta di tisi, avaro di sesso, senza figli, con un unico amico, si trasforma lentamente ma quasi invincibilmente, come se neppure dipendesse da lui, nell'eroe nostro malgrado che tutti una volta o l'altra vorremmo essere: il simbolo di un riscatto, tanto più lampante quanto meno prevedibile. Ma qual è la molla che fa di Pereira un uomo onesto fino all'esilio da quell'onest'uomo che era? In questo interrogativo è racchiuso il fascino dell'ultimo romanzo di Antonio Tabucchi.
È vero che siamo nell'estate del 1938, data sintomatica nella storia dell'Europa: l'estate in cui non si poté far finta di non vedere. È vero che il Portogallo del dittatore Salazar appoggia la crociata franchista contro la repubblica spagnola. È vero che Il "Lisboa", il giornale di Pereira, ignora il massacro di un carrettiere socialista e dedica invece la prima pagina "allo yacht più lussuoso del mondo". È vero che Pereira parla alla moglie in fotografia del figlio che non hanno avuto e si sorprende a riflettere sulla morte e sulla resurrezione dei corpi che non desidera. Ma è anche vero che Pereira non si è mai occupato di politica. Diffida della politica come di qualcosa di malsano e pericoloso: "Oh, fece Pereira, la mia gioventù se n'è andata da un pezzo, quanto alla politica, a parte che non me ne interesso molto, non mi piacciono le persone fanatiche, mi pare che il mondo sia pieno di fanatici". Ed è anche vero che Pereira conosce e applica a menadito le regole del gioco, per cui quando Monteiro Rossi, il giovane intellettuale che si è incautamente scelto come aiuto, gli porta un articoletto su Garc¡a Lorca, lui non esita a cestinarglielo: "Eh, no, trovò la forza di dire Pereira, niente Garc¡a Lorca, per favore, ci sono troppi aspetti della sua vita e della sua morte che non si addicono a un giornale come il 'Lisboa', non so se lei si rende conto...".
Mettiamola così: Pereira non avrebbe alcuna ragione per entrare in conflitto con la direzione del giornale. Non è un oppresso, non è un ribelle, è un cattolico che crede nella comunione delle anime. E questo spiega il titolo del libro, l'inciso ricorrente nella narrazione su cui tutti i critici si sono interrogati: "Sostiene Pereira". Quel sostiene è una difesa, una giustificazione, di fronte a un'inevitabile e attualissima obiezione, che potremmo condensare nel fatidico: chi te l'ha fatto fare? Il fatto è che Pereira è un giornalista. E i giornalisti hanno, o avrebbero, delle regole etiche da osservare, di cui vanno persino fieri: "Io non dipendo dal mio direttore nelle mie scelte letterarie", dice piccato Pereira al suo Monteiro Rossi. "La pagina culturale la dirigo io e io scelgo gli scrittori che mi interessano, perciò decido di affidarle il compito e le lascio campo libero, avrei voluto suggerirle Bernanos e Mauriac, perché mi piacciono, ma a questo punto non decido niente, a lei la decisione". A queste regole i giornalisti possono crederci o non crederci. I più non ci credono. Ma Pereira è fra i meno.
Non avesse questo neo, non fosse così individualista, sarebbe una perfetta riproduzione di tanti giornalisti giunti alla fine di una mediocre e onorata carriera: scettici ma scrupolosi, fedeli al mestiere anche se disillusi, contemporaneamente incapaci di negare la propria routiniera professionalità ma anche di ribellarsi ai diktat del vertice. Quante volte ricorda didatticamente a Monteiro Rossi che si deve scrivere con le ragioni dell'intelligenza: ''Altrimenti, se scrive con le ragioni del cuore, lei andrà incontro a grandi complicazioni". Lasci perdere Lorca e Ma rinetti , Majakovskij e D'Annunzio, gli dice infatti. Scriva piuttosto su Mauriac e Bernanos, sull'anima e sulla morte.
Però gli è rimasto un senso della dignità: gli sembra che oltre certi limiti un giornalista non possa compromettersi con le sottintese esigenze del giornale e del potere. Che cosa fare per esempio quando anche i cattolici Mauriac e Bernanos prendono posizione contro il franchismo? L'informazione culturale si rivela una trappola: in apparenza un terreno neutrale, sgombro dalla battaglia politica; in realtà un mondo in cui è perfino più difficile truccare le carte. Ma probabilmente l'autore ha voluto soprattutto farci capire che non ci sono angoli in cui un giornalista possa fingere di non essere un giornalista.
Ciò che Tabucchi mette in scena nelle duecento pagine di "Sostiene Pereira" è, in verità, un pentimento: "sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un'altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista", dice Pereira al medico Cardoso, che è la levatrice del ridestarsi della sua coscienza. Cucita in un tessuto narrativo animato da una specie di pietas - per personaggi che galleggiano come possono in quell'estate portoghese carica di afose minacce - il romanzo ci offre una deliziosa intuizione: la capacità di trasformare i fatti in notizie, che è l'arte del giornalista, la sua vocazione a sostituire alla realtà la rappresentazione della realtà, sono come un diaframma che lo spinge sempre più lontano dalle cose di cui scrive. Manipolatore di parole che gli servono per riprodursi, la vera etica del giornalista è un pentimento che gli consenta di tornare a contatto con il reale, sostiene Pereira.
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Recensioni 1 - 20 di 72 recensioni presenti. Media Voto: 4.30 / 5Salvatore Palma (09-02-2012) Si tratta di un libro, ormai molto conosciuto, che ha ottenuto vari riconoscimenti letterari e che è ambientato a Lisbona nel 1938 durante il regime di Salazar. E' la storia di un tranquillo e diligente giornalista. Molto legato alla moglie defunta, col cui ritratto spesso dialoga, un giorno decide di assumere come collaboratore per la pagina culturale, l'autore di un articolo in cui occasionalmente si imbatte. Si tratta di un evento casuale che cambierà la sua vita e che lo porterà ad assumere decisioni coraggiose ed assolutamente insperate. Un romanzo bellissimo che si propone anche di indagare sul rapporto tra storia individuale e storia collettiva, tra vissuto personale e contesto storico-culturale nel quale siamo "chiamati" a operare. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
alfonso (26-12-2011) E'alta letteratura, scritta con la levità che il tema impone, per evitare inutili pedanterie. Tabucchi ci regala un'opera che sa essere di una leggerezza e di una profondità sorprendenti, per non parlare dell'ironia a cui l'autore fa ricorso: "Era una signora, bella, bionda, elegante, con una gamba di legno", che dire di questa e di tante altre espressioni che costellano l'opera. Il protagonista non è un uomo debole, ma una persona integra, che ha vissuto nella convinzione dei propri principi. E' il mondo che lo circonda che è cambiato, con il passaggio da un regime democratico incerto ad una dittatura sempre più invadente della sfera personale e devastante per quella pubblica. L'uomo ha vissuto un'esistenza tranquilla, finché tutto precipita nel torpore dell'accettazione che avviene nel segno dei buoni sentimenti patriottici, o pseudo tali, e del mito della modernità e del dinamismo. Allora il giornalista di cronaca nera, da poco responsabile alla pagina culturale di un nuovo giornale a bassa tiratura, scopre o riscopre la vocazione della propria professione e la missione della letteratura. La vita reale, ossia Monteiro Rossi, e i suoi impegni civici e civili, entrano nell'esistenza decadente di un uomo che reclama la propria parte nella storia. Deve solo eliminare le
scorie e le tossine che il senso comune e l'arretramento culturale impongono sulla vita di tutti ed a cui la maggior parte persino gli intellettuali si conformano (anche i professori universitari si sono integrati al regime - vedi l'amico e compagno di studi di Pereira). Questo percorso di emancipazione avviene con l'aiuto dell'uomo di scienza, il dottor Cardoso, e dell'uomo di Chiesa, Don Antonio, ed attraverso lo strumento più congeniale a Pereira, la pubblicazione di traduzioni di opere di letteratura francese, ed infine la pubblicazione di notizie vere e scomode. Sostiene Pereira che i sogni non devono essere rivelati, ma gli incubi, personali e collettivi vanno combattuti, come egli ha fatto. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Rosita (02-09-2011) Questo libro mi ha profondamente emozionata. E' bellissimo, puro e semplice. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
ru (02-07-2011) Mi è piaciuto molto!! è il primo libro che leggo di questo autore e mi ha sorpreso piacevolmente la scrittura!!!!!!!!!!!!! Voto: 4 / 5 |  |  |  |
paolo (09-06-2011) Una scrittura di un semplicità imbarazzante, elementare al limite dell'autocompiacimento, con alcune vistose incoerenze narrative (Cardoso invita Pereira ad una passeggiata e Pereira rifiuta, salvo, due righe più sotto, rispondere inspiegabilmente sì ad una nuova identica richiesta del dottore; e ancora, un giornalista professionista che per sapere che l'Italia appoggia i franchisti deve chiederlo al cameriere del ristorante e gli parla circospetto come fosse un cospiratore), alcune trovatine accattivanti tipiche della letteratura e del cinema italiani degli anni novanta, come il continuo intercalare "sostiene Pereira" ripetuto decine di volte con la variante "Pereira sostiene", la limonata, le omelettes alle erbe, i colloqui con il ritratto della moglie, fanno, evidentemente, il best - seller, non certo il capolavoro. Il personaggio di Pereira comunque salva il romanzo (quello del dottor Cardoso gli da una modesta mano, gli altri sono un disastro a cominciare dai due giovani rivoluzionari abbozzati come macchiette per finire con il Direttore del giornale che dovrebbe essere un personaggio tragico ma fa quasi tenerezza nella sua programmatica cialtroneria). La sua (di Pereira) progressiva presa di coscienza è resa in modo credibile, come lo sono l' iniziale paura, l'incertezza, la voglia di stare alla larga dai guai e poi, di fronte al conclamarsi della violenza, il bisogno imperioso di agire. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
umberto73 umbertoparri@yahoo.it (05-05-2011) Un grande romando civile,c'e tutto,dall'amicizia alla solitudine alla liberta:un capolavoro!Bellissima l'amicizia fra Pereira e il dottor Cardoso,la molla del cambiamento per Pereira."Non c'e niente di cui vergognarsi a questo mondo" "Le ragioni del cuore sono le piu importanti,bisogna sempre seguire le ragioni del cuore." Voto: 5 / 5 |  |  |  |
salgras (26-04-2011) Un capolavoro. Un inno alla libertà d'informazione, la madre di tutte le libertà, da difendere a tutti i costi dinanzi a qualsiasi tirannia. Da leggere: lo consiglio assolutamente a tutti. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Cristina V. (13-03-2011) Questo libro mi è piaciuto molto. Ambientato a Lisbona durante il periodo del regime Salazarista, il giornalista Pereira lotta contro se stesso e contro la censura per inseguire il suo ideale di verità. Complimenti a Tabucchi per la scrittura semplice e scorrevole. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Daniela (02-02-2011) Assolutamente lo consiglio! La scrittura è semplice e scorrevole, ma mai elementare o banale! I personaggi anche se non vengono mai descritti nel carattare sembra che li si conoscano in maniera profonda. Tratta con un'apparente leggerezza un tema drammatico. E' un libro che ti resta dentro ed anche se è ambientato alla fine degli anni '30, manda un messaggio molto attuale: una sensazione di malessere e di impotenza nei confronti della società, della politica e delle ingiustizie che tutti i giorni siamo costretti a vedere. L'accettazione rassegnata di tutto, con l'esigenza di vivere una vita "tranquilla" o forse perchè a volte porci delle domande e soprattutto trovare delle risposte causa sofferenza. Ma c'è una voce dentro di noi che bisbiglia, che ci dice che se accettiamo gli eventi passivamente è come se non stessimo realmente vivendo!
Pereira non è un eroe, per questo è facile da amare, per questo il romanzo sembra così vero! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
gitano (20-12-2010) un libro di facile lettura ma di grande impatto emotivo.il disgusto sostenuto da pereira sembra così epocale..poi però chiuso il libro si avverte il medesimo disagio ed il timore di subire troppo passivamente le vessazioni di questa società costruita a vantaggio di pochi eletti Voto: 5 / 5 |  |  |  |
elisa pardi (02-11-2010) Dopo aver atteso tanti anni prima di leggerlo l'ho trovato uno dei libri più belli mai letti. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Lorenzo (08-10-2010) Questo romanzo è da poco entrato nella mia selezionatissima lista dei libri migliori!
Davvero un capolavoro, scorrevole e coinvolgente!
Una vera "testimonianza" di ribellione in un mondo dove tutto sembra essere prestabilito e regolato dal regime. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
LaMelaMarcia (05-10-2010) Sostengo... ...che Tabucchi è un bravo scrittore, Pereira un bellissimo personaggio e che questo è un libro da leggere. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Tinama (19-09-2010)
La storia ha inizio con un pensiero sotto forma di domanda che incuriosisce e lascia il lettore in attesa di una risposta, che si potrebbe leggere in tanti modi, ma solo a lettura ultimata. Prosegue in modo piuttosto monotono, anche il protagonista appare una figura amorfa. La storia si dipana in una serie di azioni reiterate che verso la fine incalzano. E qui anche il protagonista sembra subire una metamorfosi assumendo maggiore spessore significativo. Matura la consapevolezza del suo essere al mondo, delle sue responsabilità come giornalista e come uomo fino al punto da rischiare la propria vita quando decide di denunciare gli orrori della dittatura del suo Paese.Da giornalista asettico, mediocre, diventa un rivoluzionario.
La bravura di uno scrittore o di un attore si misura sulla capacità di far credere reale quella che è una invenzione letteraria o scenica. Tabucchi ci è riuscito. E per di più ha tenuto il lettore sospeso ad un filo giocando con l’espressione “Sostiene Pereira” che dà il titolo al libro, ma non solo. L’espressione ritorna nella narrazione tanto spesso da diventare un intercalare noioso. Bisogna leggere tutto il libro per coglierne il senso.
E’ un romanzo che può toccare tutti i tempi e tutte le coscienze, individuali e collettive. Il risveglio di Pereira alla realtà politica della sua epoca può dire qualcosa anche a noi, in questo momento storico che stiamo vivendo. Non occorre molto per cogliere l’attualità di questa “testimonianza”. Quanto ancora manca alla nostra società per il risveglio?
Ma in “Sostiene Pereira” si può leggere ancora altro…Vale una rilettura.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Scipione (31-08-2010) alla fine del libro non potrai fare altro che correre a Lisbona a bere una limonata! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
andrea (30-06-2010) una scrittura davvero fantastica mi ha reso vorace e ho divorato una pagina dopo l'altra. Uno stile davvero particolare, mi ha stupito e lo consiglio! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Chiara Sav (10-01-2010) Davvero un capolavoro, un libro scritto benissimo, ricco di particolari e con un grande messaggio da comunicare a tutti: chi si sente pecora troverà il modo per diventare leone. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
SuBurriccu (14-12-2009) Tabucchi, sostengo, si inventa un libro in cui scrive "sostiene Pereira" ogni 10 righe...e tu che lo leggi quasi non te ne accorgi. Questa cosa è già di per se fantastica. La trama non è niente di che, come ha già sostenuto qualcuno. Ma è scritto benissimo. In modo semplice ma mai banale. I protagonisti non vengono quasi descritti, ma magicamente, dopo pochi capitoli, li si conosce come fossero vecchi amici. Da Monteiro Rossi al dott. Cardoso a Pereira stesso. Me l' avevano presentato come un capolavoro, e le mie aspettative erano forse troppo grandi. Capolavoro non è, secondo me. Ma è un libro divinamente scritto, sostengo. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Monica Garbelli (03-11-2009) Pereira scrive per un giornale di Lisbona al soldo del regime salazarista portoghese. Sistematicamente censurato non si cura della gravità della situazione politica in cui versano il suo paese e quelli oltre confine, così, quasi alienato, conduce una vita mediocre finché non incontra un giovane collaboratore, reclutato per realizzare coccodrilli su letterati di rilievo da pubblicare in caso d'improvvise disgrazie, il quale lo illumina sugli orrori delle dittature che imperversano in Europa nel 1938 introducendolo nella realtà dell'antifascismo militante.
La parte maggiormente significativa del romanzo è costituita dalla sofferta presa di coscienza che muove il protagonista, anti eroe per eccellenza, a risvegliarsi dall'oblio in cui era precipitato dopo la morte della moglie dando quindi sfogo alla ribellione – anzitutto morale – verso le ingiustizie davanti alle quali è dovere di ogni essere umano reagire indignandosi, a costo di mettere a repentaglio la propria vita affinché nessuno sia più vessato e fagocitato da folli dittature. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Marco (02-11-2009) Secondo me Tabucchi è stato straordinario a trattare un argomento così complesso ed intricato, qual è la vita sotto una dittatura e la resistenza ideologica e morale ad essa,in un romanzo dalla trama e dalla composizione strutturale semplicissime.E il dottor Pereira mi è entrato nel cuore.
Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 40 Recensioni 41 - 60 Recensioni 61 - 72
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