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Natoli Salvatore - Dizionario dei vizi e delle virtù | La parola chiave di questo dizionario dei vizi e delle virtù è "saggezza". Si può non possedere una dottrina, si può non avere il conforto di un'ideologia, ma è possibile comunque dissipare il velo di nebbia che si leva ogni volta che siamo chiamati a giudicare o a giudicarci.
| La recensione de L'Indice |
 NATOLI, SALVATORE, Soggetto e fondamento. Il sapere dell'origine e la scientificità della filosofia
NATOLI, SALVATORE, Dizionario dei vizi e delle virtù
recensione di Cresto-Dina, P., L'Indice 1997, n. 6
Il privilegio che Marguerite Yourcenar attribuiva agli uomini del II secolo - gli ultimi ad aver sperimentato una radicale libertà in virtù della loro collocazione storica tra un mondo in dissoluzione e un mondo nuovo di là da venire - può non essere del tutto estraneo alla condizione moderna. Ma l'etica neopagana che Natoli ritiene appropriata all'attuale complessità sociale e alla conseguente differenziazione delle prestazioni e dei codici di condotta non esclude un riferimento essenziale al destino del cristianesimo di fronte al venir meno della cristianità come civiltà. Si tratta in altri termini di un neopaganesimo postcristiano. Pertanto l'apertura ai contenuti della fede evangelica, costante nelle quaranta voci di questo "Dizionario", non si deve solo all'originaria destinazione delle medesime.
Apparse sul quotidiano "Avvenire" tra il settembre 1995 e il luglio 1996, queste riflessioni esercitano nei confronti della tradizione cristiana lo sguardo predisposto al confronto che Nietzsche considerava peculiare al moderno in quanto tale. L'attualità di un incontro tra il credente e il non credente è il frutto di una posizione storicamente acquisita. È vero che la scelta mediante la quale l'individuo si costituisce come soggetto morale implica in linea di principio un'assunzione di responsabilità nei confronti della propria condotta, e dunque un riferimento primario dell'individuo a se stesso. Ma una tale consapevolezza non può andare disgiunta dal compito di una continua interpretazione dell'universo simbolico all'interno del quale si compiono le scelte. Prima ancora di configurarsi nei termini del dovere - scrive Natoli riprendendo una propria formulazione - l'etica si configura in quelli del senso. Che un tale senso si costituisca anzitutto storicamente, nella forma di tradizioni, linguaggi, discorsi, impone di considerare i rapporti che una moderna etica del finito, concepita come una sorta di meditazione profana incentrata sulla transitorietà e insieme sull'autosufficienza delle cose terrene, intrattiene con una tradizione che presuppone invece la "creaturalità" del finito e assume l'insufficienza dell'umano come promessa di salvezza e annuncio di liberazione dalla morte.
Natoli non sembra tuttavia interpretare i rapporti tra cristianesimo ed etica neopagana come trascrizione di un nucleo originario di credenza in termini profani. All'idea di secolarizzazione egli oppone piuttosto l'idea di un'alternativa obbligante, che provoca il pensiero e lo sollecita a una continua verifica dei propri limiti e dei propri compiti. Portando a compimento la dissoluzione della cristianità, il neopaganesimo "lascia essere il cristianesimo come "opzione"".
Il "Dizionario dei vizi e delle virtù", richiamandosi al filone della tradizione sapienziale e della letteratura morale, costituisce dunque il più recente contributo a quell'esplorazione di "luoghi" del pensiero cui l'autore ha dedicato negli ultimi anni la maggior parte del proprio lavoro filosofico. In modo complementare il saggio "Soggetto e fondamento" - già pubblicato nel 1979 dalla Editrice Antenore di Padova e ora opportunamente riproposto da Bruno Mondadori - si muove su un piano teorico e metodologico che con una certa libertà potremmo definire "trascendentale" o "sistematico". Mentre l'intento principale degli scritti posteriori di Natoli è stato quello di verificare il modo in cui il pensiero può generarsi entro luoghi di volta in volta determinati, l'oggetto di quell'indagine preparatoria era stato il costituirsi medesimo di un luogo privilegiato del pensiero. Si trattava di quella topologia del soggetto che attraversa tutta la parabola del pensiero occidentale e che trova in Aristotele e in Cartesio i suoi momenti paradigmatici. Al di là di ogni declinazione in senso etico-politico o anche solo antropologico, il "topos" del soggetto veniva affrontato in quanto categoria logico-ontologica e attinto nella sua figura originaria come "fondamento". Le modalità attraverso le quali l'uomo moderno si è costituito come soggetto erano analizzate in base al risolversi della dimensione aristotelica dello "hypokeimenon* ("subjectum", fondamento) nella posizione cartesiana del soggetto-coscienza.
Da una tale ricostruzione emergeva, insieme con una peculiare necessità teorica del soggetto, come principio d'ordine e di stabilità, "modello generativo del dire e delle sue trasformazioni", anche l'impulso in virtù del quale l'dentificazione del fondamento ha conosciuto nel tempo sistemazioni via via funzionali a una sempre rinnovata richiesta di originarietà: soggetto è di volta in volta ente determinato, materia, atto puro, coscienza, Dio, ordine del mondo, ragione sufficiente, fino al venir meno, nelle filosofie post-idealistiche, di ogni fondamento assoluto e alla conseguente moltiplicazione materiale degli ordini del discorso. Secondo l'autore, questa dinamica, che mostrava come nessuna delle configurazioni materiali del soggetto potesse aspirare a un'originarietà costitutiva, non pregiudicava, neppure nei suoi esiti più recenti, l'istanza stessa del fondare, come istanza necessaria, inevitabile. Tuttavia, proprio alla luce di questi esiti, il concetto di fondamento non poteva che rivelare una connotazione in ultima analisi procedurale, finalizzata alla stabilizzazione di singoli contesti discorsivi. "Il soggetto è un punto mobile, eppure è inevitabile il fondare". Tra il riconoscimento di questa inevitabilità e la presa d'atto della costitutiva infondatezza del mondo si sarebbe svolto un itinerario speculativo che Natoli, seguendo la lezione di autori come Heidegger, Foucault e Nietzsche, avrebbe in seguito concepito in termini di "teatro filosofico", all'insegna di una costante messa in opera di forme finite della rappresentazione, allestimento di fondali destinati ogni volta a chiudere "la scena che si apre sull'abisso".
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