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Dickinson Emily - Sillabe di seta. Testo inglese a fronte | Il "caso" Emily Dickinson deflagrò nel 1890, con la pubblicazione di un volumetto di poesie che ebbe un successo straordinario. È oggi considerata tra i più grandi lirici moderni. La sua opera, con l'eccezione di sette poesie pubblicate in vita, apparve in varie edizioni postume incomplete; la prima edizione critica uscì nel 1955. È una poesia assertiva, lucida, dura, quella di Emily Dickinson, che inquieta e incanta il lettore. Un personaggio fuori dal comune che scelse una vita di solitudine e isolamento, non volle lasciare traccia pubblica di sé e tenne le proprie poesie nascoste. Per lei parlano i suoi versi, enigmatici, scarni, che suscitano stupore e curiosità, ammirazione e inquietudine.
| La recensione de L'Indice |

"Cercai di non perderla mai di vista", scrive Barbara Lanati nell'introduzione a Sillabe di seta, la sua nuova raccolta di poesie di Emily Dickinson (1830-1886), come farebbe non tanto il cacciatore con la sua preda quanto il corteggiatore con il suo oggetto d'amore. Spesso la letteratura, un autore, la sua opera e la sua vita sono capaci di stabilire un rapporto di questa natura con lo studioso. Per Barbara Lanati le tappe più importanti nel suo contributo alla fortuna italiana della solitaria poetessa del New England (Amherst, Massachusetts) sono cadenzate nel tempo: 1977, 1986 (poesie), 1991 (una scelta delle lettere), 1998 (L'alfabeto dell'estasi, la biografia). Sillabe di seta raccoglie 140 composizioni fra le meno note, molte risalenti agli anni 1861-1863, il primo e più fertile e tormentato periodo creativo della poetessa che intrattiene attraverso "Sillabe di Velluto - / Frasi di Seta" (n. 334) un suo, apparentemente virtuale e privato (ma in realtà molto vigile), rapporto col mondo, proprio negli anni in cui negli Stati Uniti infuria la guerra civile. Il pregio di questa raccolta è quello di aver scorporato, e reso con grazia e misura, altri piccoli "tesori" dal folto canone (circa 1775 poesie). Ne risulta generalmente - al di là del rispetto del timbro gnomico, il piglio impertinente ed eretico, il gusto per il prezioso, ineludibili per chiunque si provi a proporre una scelta - una trama che controlla gli estremi, le parabole scioccanti, le lucide visioni dell'indicibile per cui Emily ci è più familiare. Controlla, la trama intessuta in queste Sillabe, per poi sorprenderci ogni tanto con una di quelle epifanie che mozzano il fiato, per esempio: "Un Cervo Ferito - balza molto più in alto - / Così almeno racconta il Cacciatore - / È solo l'estasi della morte - / E poi la Selva è silenzio!" (n. 165). Tuttavia, si alza da queste pagine soprattutto una voce che s'avventura nella scoperta di territori al di là delle pareti che quella stessa voce sente talora come la sua "prigione": unica compagnia, negli anni, parole di "zaffiro", libri e un vocabolario. Ed è questa una voce che viaggia, magari in mongolfiera (n. 1053), esplora paesaggi (persino l'Ovest, e si pensi alla più o meno coeva corsa al West), incontra il mare (straordinarie sono le "marine" qui raccolte), una voce che coltiva "passione per la vita", anche perché quest'ultima non pare poi meno misteriosa dell'altra condizione sua nemica. In nome della vita, e del suo agitarsi, del suo fluire, un "fiore Artico" (n. 180) attraverso latitudini si fa strada verso l'Eden, una farfalla raggiunge il mare (n. 354), un brigantino il suo "mistico ormeggio" (n. 52): mistici/erotici altrove, "isole incantate", "terre di fiaba", alternative nostrane all'ipotetico paradiso del Dio calvinista: "Perché", dice Emily, "quella del Cielo è un'altra storia, / Lo immagini, poi - lì - il Risveglio - / E quella potrebbe essere la mia Fine!" (n. 172). Dalle sue poesie Emily non dovrà temere il "risveglio". L'inafferrabile, enigmatica eppure così comprensibile Emily Dickinson non finirà mai di stupire i suoi (e generazioni di) lettori. Qualcuno, come Barbara Lanati, ha conquistato il privilegio di bussare alla sua porta per portarla ancora una volta qui, in Italia, fra Vesuvi e Venezie, fra i suoi paesaggi più vagheggiati. C. Ricciardi insegna lingue e letterature angloamericane all'Università di Roma Tre |
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