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Melville Herman - Bartleby lo scrivano |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Marenco, F., L'Indice 1991, n. 7
Ciò che rende interessanti le traduzioni di Celati è che già come autore in proprio lui sia così esclusivamente dedicato a "dar voce" alle cose. Come risulta anche dall'intervista che pubblichiamo qui accanto, nella sua scrittura le preoccupazioni principali non sono i fatti, i personaggi o l'intreccio, ma la voce, cioè la cadenza, la forma, o come lui dice la tonalità emotiva - ciò che viene puntualmente confermato in sede critica nell'introduzione a questo famoso racconto dell'Ottocento americano: "I cosiddetti 'fatti' d'un racconto sono solo una segnaletica per attirare la nostra attenzione verso un nodo di tonalità emotive".
Al centro della sua pagina c'è un enorme, debordante, ipernutrito narratore, personificazione di quella predisposizione e abitudine ad ascoltare e riferire, a ripetere e mimare, a ricordare e trasmettere nel tempo, a pubblici sempre nuovi e diversi, che tiene in moto la ruota infinita dei racconti. Una voce, un narratore nel quale parlano infatti le mille voci e i mille narratori della tradizione, scritta e orale, accavallando accenti e tic, stili e ghiribizzi, senza un'identità precisa, e anzi con infinita mutevolezza. Un esempio da "Le avventure di Guizzardi": "...per via c'era un vecchio simulante mendicità onde accrescere le sue ricchezze già nascoste il quale costui al vedermi con fiori nelle mani irrideva forte sempre: 'Fiori!' Come annuncio di venditore che voglia offrire la propria merce ai passanti. Ciò che indubbiamente non gradivo spesso gettando insulti spesso minacce di morte a lui", e uno, parodistico, da "Lunario del paradiso": "Andarci? Non andarci? Questo è il dilemma. Se cedere ancora una volta alle voglie di rivedere una faccia, e poi cadere nella disperazione fumandomi un milione di sigarette, oppure prendere le armi contro un mare di guai e contrastandoli por fine ad essi, non si sa come. Dormire, sognare forse, quello sì. Sogni moltissimi che facevo nella camera a fiorellini sotto l'angolo del tetto..." Può un orecchio così libero e aperto, così sacrilegamente invadente, adattarsi alla pensosità umbratile, alle sensibilissime sonde dell'ultimo Melville? Questo è il dilemma!
Tutto dipende, naturalmente, da come ci si dispone a leggere quella famosa frasetta che lo scrivano Bartleby ripete di fronte a ogni domanda, a ogni sollecitazione del mondo - "I would prefer not to"-, opponendo a tutti la sua indifesa, sommessa, eppure assoluta passività. Bartleby compare nel centro della modernità - l'attività e l'accumulazione di un mondo votato al progresso e dominato dalla comunicazione convenzionale e standardizzata, ben rappresentato nell'ufficio laborioso di un avvocato newyorkese - con lo scandalo di una presenza inconcepibile, e di una risposta che non è una risposta ma un rifiuto della comunicazione.
Celati accoglie e accentua il tono fra l'innaturale e il capriccioso che quella frase ha in inglese, e la rende con un lambiccatissimo "avrei preferenza di no", che ci sorprende e ci irrita proprio come il traduttore certamente vuole: è contro questo macigno improvvisamente caduto da un altro mondo sulla strada della reciprocità che vanno a infrangersi gli sforzi affannosi che l'umanità compie per tenere aperto un passaggio alla volta di Bartleby, per capirlo e controllarlo e dominarlo ancora, quell'inesplicabile individuo, in qualunque modo possibile.
Nel testo melvilliano il racconto è fatto dal solerte avvocato che impiega Bartleby, e che parla con la voce molto mediana e moderata del buon senso, completamente identificato con la dimensione normale della vita; uno che non si pone obiettivi troppo alti, che tiene alla considerazione dei grandi, che conserva un giusto senso della misura, e non è privo di ideali e slanci umanitari - sempre contenuti nell'ambito del ragionevole, sempre parti del mondo possibile - e che dal comportamento di Bartleby viene completamente sconvolto. Con tutta la sua imprevedibilità, il confronto è allora fra la voce della normalità americana e la voce dell'anormale e del peregrino, secondo un contrasto che era già emerso nel centro della narrativa di Nathaniel Hawthorne, e che il suo amico Melville porta direttamente nella modernità letteraria: egli infatti fa del problema del disadattamento e dell'isolamento un problema di linguaggio, di contrapposizione fra la parola tutta spiegata nel tentativo di comunicare secondo le più elaborate mediazioni sociali, e una parola concentrata in una sua caparbia, impossibile assolutezza, e quindi illimitata o nulla nella sua significazione: una parola modernamente "opaca".
Com'era da prevedere, l'avvocato presta a Celati una nuova figura di narratore, ma di un narratore per nulla attuale, un po' démodé e manierato, che lui va a pescare nelle pieghe della "nostra" tradizione, in quel grande territorio che è il romanzo ottocentesco, e internamente ad esso, in quell'angolo di puro piacere dell'ascolto e della narrazione disinibita che è la pagina di un Nievo: "A volte un procuratore legale, ch'aveva affari con me in comune e capitava nel mio ufficio, trovando che non v'era nessun altro oltre lo scrivano, tentava d'ottenere da lui qualche preciso ragguaglio circa dove io fossi; ma senza far caso alle sue vane ciance, rimaneva Bartleby immobile all'impiedi nel mezzo della stanza..."
Non credo che c'entri, nella scelta di questa voce così particolare, una preoccupazione di mimesi storicamente accurata, tant'è vero che una mano simile si ravvisa in un'altra traduzione pubblicata da Celati negli ultimi tempi, "La favola della botte" di Jonathan Swift - un testo settecentesco -, credo invece che c'entri il senso del contrasto di cui si diceva, fra due modi di vivere il discorso; e non credo di sbagliarmi molto nell'assegnare alla traduzione di "Bartleby" una posizione primaria nell'universo narrativo di Celati. Perché - la nostra intervista ne fa ancora fede - "Bartleby" ripropone in ogni sua pagina quella divisione fra parola ancora costruttiva, fiduciosa e obbediente ai modelli prevalenti, alle mediazioni sociali, e parola libera ma "fallimentare", già vincolata al rispetto e alla forza del silenzio, quell"'idiosincrasia" unica e perenne che il nostro narratore riconosce come sua, e sulla quale si attesta ormai ogni sua richiesta di dialogo.
L'edizione è corredata da un'acuta introduzione, da una scelta di lettere che Melville scrisse tra il 1850 e il '52 (il periodo di composizione del racconto) e da un breve resoconto dl ben 89 interpretazioni sfornate dall'industria accademica, messe lì con perversa malizia per farci tutti arrossire di fronte alle autorevoli sciocchezze che si possono dire. In risposta alla quale, io dico che Gianni dovrebbe dedicare un po' di tempo a correggere le bozze, per non lasciare tanti nomi e titoli errati.
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20 recensioni presenti. Media Voto: 4.4 / 5nicoletta (10-10-2010) Racconto di una perfezione stilistica quasi assoluta, una lettura fluida e immediata che cela dentro di sè infinite chiavi di lettura, un libro senza tempo per tutti i tempi, quando l'ho finito ho detto "ancora, ancora" invidio chi ha il privilegio di leggerlo per la prima volta Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Haddock (12-06-2009) Questo di Melville è senza ombra di dubbio un capolavoro assoluto della letteratura mondiale. In una biblioteca non può assolutamente mancare. Dopo averlo letto, il personaggio di Bartleby, ti rimane dentro, e sarà difficile dimenticarlo. E', come dice Borges, "il racconto perfetto", scritto con uno stile narrativo magistrale, che ti cattura dalla prima pagina e ti accompagna, pagina dopo pagina a scoprire la natura di un uomo particolare che con il suo "preferirei di no", dice tutto e il contrario di tutto (da notare che in realtà Bartleby non rifiuta mai, dice solo che preferirebbe di no). Se da un lato la lettura può apparire lieve e soave come de resto lieve e soave possiamo considerare la figura di Bartleby, dall'altro è una sferzata e una frustata al cuore e all'anima di ognuno di noi. Per tutti questi motivi consiglio vivamente a tutti di leggerlo. P.S. A mio parere la migliore edizione rimane quella dell'Einaudi dove, al corrente testo in italiano si accompagna ad ogni pagina, il testo originale in inglese. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Claudio (08-03-2009) Ritengo che il lasciare, con la totale ambiguità della propria opera, il compito di dare un contenuto di significato all' arbitrio del proprio lettore sia uno dei più bassi fra gli artifici letterari. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Francesca (01-03-2009) Bartleby e la società si negano a vicenda.
L'avvocato, voce narrante del libro, si fa portavoce di una società legata unicamente ai nostri modelli culturali, una società sempre all'affanata ricerca di risposte perchè avida di scoprire il mistero che risiede in ogni individuo e più in generale il mistero dell'universo; una società altresì che tende a rifiutare tutto ciò che è decadente, diverso e imprevedibile capace talvolta di moti compassionevoli ma solo laddove ciò non intacchi il benessere personale.
Bartleby con un silenzio di un'inaspettata forza sovverte il sistema, fa crollare certezze e scuote le coscienze di ciascuno.
Poniamoci una domanda: quale individuo non si spazientirebbe a guardare un muro per ore in quanto inutile perdita di tempo? beh Bartleby con un'inusuale capacità di decidere per sè il superfluo non se ne preoccupa affatto e in questo sta la sua forza: vivere seguendo unicamente le sue pulsioni, le sue "preferenze" che nulla devono al consenso generale e ancor più ai principi dell'utilitarismo.
Come "una lettera smarrita" che non assolverà la sua funzione in quanto mai giungerà a destinazione così Bartleby è smarrito nel mondo perchè da nessuna parte desidera arrivare e tantomeno uno scopo raggiungere e ciò in evidente contrasto con i dettami di una società nevrotica in corsa continua per ottenere successo, consensi e potere.
Ma alla fine è il nostro Bartleby a detenere il potere più grande arrivando con disarmante paradosso a rifiutare LUI il mondo che lo circonda nella maniera più assoluta e definitiva possibile...ossia con la morte.
Sicuramente uno dei capolavori dell'epoca moderna...DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Manuel (28-07-2008) Si infiltra con dolcezza nella nostra coscienza e... la sovverte. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Fabrizio attalo53@hotmail.com (21-07-2008) Che tristezza leggere recensioni che attribuiscono un valore infimo a questo meraviglioso capolavoro. Dunque è possibile essere del tutto insensibili all'assoluto della bellezza. Quando lessi Bartleby, rimasi senza fiato, con un groppo alla gola, quasi incredulo che si potesse arrivare a questo livello di assoluta perfezione. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Stefano O (29-05-2008) Quando è stato scritto questo racconto ,la sfinge deve aver temuto davvero che il segreto ultimo le stesse per essere sottratto,e un fremito deve aver percorso l'universo.
Spaventosamente bello e terribile.
Non è ammessa un'unica spiegazione,ma tutte:ovvero nessuna. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
alfonso (27-03-2008) io penso semplicemente che questo Bartleby è l'esatto doppio, ma di segno contrario, di colui "che fece per viltade il gran rifiuto"... La sua insomma non è "viltade" ma grand'eroismo, tragica e potente indolenza controcorrente, che "rifiuta" appunto l'affanno, l'insensata corsa, l'efficienza senza soste, il lavoro fine a se stesso, o meglio, con un unico fine (denaro?, gloria?, potere?). E non poteva che essere "grande" il suo "rifiuto", esemplare direi, tanto grande da includervi la vita stessa. E' l'opposto insomma dell'uomo medio allevato a Manhattan, già nel giovane 800, con concupiscenti "hot dog" e mitici guadagni borsistici da terra promessa. Mi dispiace ma questo B. forse è l'opposto di tutti noi, progenie di tanta grazia... buona lettura. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Marco (16-07-2007) Interessante l'inizio con la descrizione dei personaggi, mi ricordano molto quelli di Pirandello, interessante anche l'evolversi della disputa tra colui che racconta ed il protagonista, il finale però non l'ho capito!
La condizione del protagonista sembra richiami quella di ognuno di noi nel nostro posto di lavoro. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Renata (21-12-2006) Bartleby è ognuno di noi, ma è contemporaneamente colui che non potremmo mai essere. E' l'espressione di un disagio esistenziale chiaro e senza riserve, è l'urlo sprigionato con la forza di un "preferirei di no" sussurrato a mezza voce, in un misto di forza e di innocenza. La vicenda di Bartleby non è altro che la storia del graduale abbandono della vita, e la sua posizione è quasi profetica, resa ancora più pregnante e misteriosa dall' ovattata allusione alla sua precedente occupazione come impiegato di un ufficio di lettere smarrite. E' quasi come un personaggio allegorico, distaccato dala sua fisicità per ascendere alla dimensione generale del "bene" che, soffocato dal dolore urlato dal mondo, decide di allontanarsi definitivamente dalla dimensione terrena. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Francesco (15-12-2006) E' il più bel libro che abbia mai letto. Assolutamente geniale. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Damiano superdamy77@libero.it (05-11-2006) Avrei preferenza di dare a questo capolavoro un bel 10 ma se il massimo è cinque voterò due volte! Da leggere assolutamente! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Gaetano sodastream1979@libero.it (04-10-2006) dare un giudizio su questo racconto? no, "avrei preferenza di no" ....e vabbè lo dico, divertente,surreale,geniale,vero! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Lorenzo Berti paperogonfio@gmail.com (21-09-2006) Ok, il mondo è bello perché vario, ma I'd rather not... un sacco di cose, tra cui leggere opinioni del genere riguardo a un capolavoro come questo. Melville ha scritto la Vita; il semplice, banale andamento piccolo piccolo della vita, il suo fruscìo di sottofondo. Almeno qui. Ed è stato grande, grandissimo.
Molti di noi si sentono un po' Bartleby, io non certo escluso. E questa, penso, è la maggior vittoria di un autore. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Massimiliano Guarda (31-08-2006) Meraviglioso racconto.
Ah, Fabio!
Ah, Stefano!
Ah, umanità!
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
FABIO SCARNATI fabioscarnati@yahoo.it (11-07-2006) Concordo riga per riga,parola per parola,con quanto scritto da stefano;soprattutto riguardo all'esempio delle pagine bianche.E non mi si venga a dire che non l'ho capito.Voto 1.Con buona pace di quelli che,come Borges,considerano questo libro un capolavoro. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
stefano algenor@libero.it (02-07-2006) E' il genere di racconto che ti lascia perplesso. Lascia spazio a talmente tante interpretazioni che quasi quasi è indifferente l'averlo letto. Rischia nella sua vaghezza di essere giudicato "insulso".
A volte ho l'impressione che certi autori nella loro vita professionale abbiano scientemente lanciato un bell'amo senza nulla appeso solo per starsene di nascosto a vedere quanti abboccano.
Anche delle pagine bianche sono un capolavoro se le riempiamo con il significato che vogliamo. Io voglio leggere cose che abbiano un significato intrinseco; viceversa non sarei un lettore, ma uno scrittore. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
cica (22-02-2006) capolavoro assoluto, uno dei migliori racconti che sia mai stato scritto, una fonte inesauribile di riflessioni ,un racconto di impronta kafkiana che esalta lo spirito , un racconto UNIVERSALE che non ha una collocazione ne storica ,ne geografica e non si sente la necessita', leggendolo, di sapere da dove proveniva Bartleby, cosa aveva fatto fino ad allora, che infanzia aveva avuto, lui e' cosi' , potrebbe avere un'ambientazione ovunque, potrebbe anche essere nel futuro, un Daniel dell'isola di Houellebeck Voto: 5 / 5 |  |  |  |
borbottin (25-11-2005) ma nessuno ha letto questo libro?mi viene da dire quello che una volta uno scrittore esclamò riguardo a Mozart ed al suo Requiem rivolgendosi a una persona che non lo aveva mai ascoltato:vi invidio la fortuna di poterlo ascoltare per la prima volta.E' un gioiello.Scrittura scorrevole ma non piatta bella storia con un finale...che è secondo me uno dei segreti di questo capolavoro.Ma soprattutto un personaggio che non dimenticherete mai più.Bartleby Voto: 5 / 5 |  |  |  |
omar lastrucci (17-06-2005) capolavoro. Voto: 5 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20
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