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Narrativa straniera  Classica (prima del 1945) 

Puskin Aleksandr - Umili prose: I racconti di Belkin-La donna di picche-Kirdzali-La...

Umili prose: I racconti di Belkin-La donna di picche-Kirdzali-La figlia del capitano TitoloUmili prose: I racconti di Belkin-La donna di picche-Kirdzali-La figlia del capitano
AutorePuskin Aleksandr
Prezzo
Sconto 15%
€ 8,08
(Prezzo di copertina € 9,50 Risparmio € 1,42)
Prezzi in altre valute
Dati2006, 233 p., brossura
CuratoreNori P.
EditoreFeltrinelli  (collana Universale economica. I classici)
 Disponibile anche in ebook a € 3,99

Disponibilita immediata
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Descrizione
Oltre che per le opere di poesia e di teatro, Puskin è considerato un classico anche per i suoi racconti che hanno lasciato una potente impronta sulla narrativa russa successiva, al punto che autori come Tolstoj ne raccomandano la lettura e lo studio. "I racconti di Belkin", che furono tradotti in francese da Mérimée, rappresentano semplici figure, dai sentimenti autentici, in una narrazione lineare e con splendide scene di sfondo. Sono cinque racconti che l'autore attribuisce a un certo Ivan Petrovic Belkin, che li avrebbe uditi raccontare e poi trascritti: sono la storia di un duello rimandato e di un rancore covato nel tempo, quella di un amore contrastato tra una ricca fanciulla e un semplice fante, quella di un fabbricante di bare e del suo invito ai morti ad andarlo a trovare, quella di un padre vedovo lasciato solo dall'unica figlia, e quella di una nobile di provincia che inganna in amore il povero vicino. "La dama di picche" è uno dei racconti più caratteristici di Puskin: mescolando alla narrazione realistica elementi fantastici, narra dell'ossessione, fino alla follia, di un giovane per il segreto di una contessa che vince sempre alle carte. "La figlia del capitano" è un romanzo storico ispirato alla rivolta di Pugacëv. Chiude il volume il racconto "Kirdzali".

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Attenti al Nori. Non prendetelo sottogamba. Dovunque giochi, arriva subito in serie A. Ogni tiro è un goal. Contano le buone scuole, come dicevano le nostre nonne? Forse. Viene infatti dalla rinomata scuderia Piretto, al secolo Gianpiero, slavista coronato che, dopo lungo noviziato a Bergamo con la ferrea madre badessa Kaucisvili, approda a Parma verso la metà degli anni ottanta e fa subito salire alle stelle le azioni della sonnolenta russistica locale: i suoi dotti corsi e i suoi frivoli discorsi, la sua curiosità, la sua passione per quel che racconta, che sia Dostoevskij, Bulgakov o un cantautore dell'ultima generazione, elettrizzano il pubblico studentesco parmense. Tra cui c'è appunto il Nori, che, come altri, viene fulminato sulla via di Damasco: e si butta a corpo morto sulla letteratura russa, lasciandosi sedurre da futuristi e avanguardisti. Una carriera di tutto rispetto, buoni esami, molte letture, soggiorni estivi nei pittoreschi convitti studenteschi leningradesi dove frequenta una fauna balorda e stimolante, infine una lodata tesi sul futurista Chlebnikov da cui potrebbe partire per una onorata carriera universitaria.
Ma, invece di trarne qualche dotto saggetto (escogita, non senza un tocco di presunzione, una nuova, documentata etimologia per budetljan, termine russo per futurista, non da budet, futuro del verbo essere, ma da budi, termine antico slavo per amen: dunque invece di futuristi perché non amenisti?) decide di trasformarla in romanzo. Detto fatto. Feltrinelli lo acchiappa al volo e lo pubblica nel 2004: ecco Pancetta, stravagante intreccio di materiali disparatissimi, eruditi frammenti, impressioni e ricordi dei soggiorni studenteschi, incontri demenziali con personaggi reali e inventati, finte memorie e veri documenti, ricostruzioni stravaganti e sfrontate degli esordi futuristi (di fronte a Chlebnikov, matto ma geniale, Majakovskij è un canchero – concordo, N.d.A. – e Krucenych una mezza tacca), occhio spassoso e disincantato sulla Russia di allora e di oggi. Con il risultato che i lettori si sganasciano, ancor più gli ascoltatori delle poche letture pubbliche fatte dallo stesso autore, mentre i baroni accademici storcono il naso e depennano definitivamente il nome di Nori dai loro calepini.
Bello sbaglio: complice sempre la Feltrinelli, ecco ricomparire il Nori, qualche mese dopo, nelle vesti di accreditato traduttore e non di un qualche sgallettato giallista russo dell'ultima ora, ma del celebre poeta e romanziere romantico Jurij Lermontov. Nori sceglie il suo capolavoro in prosa, Un eroe del nostro tempo: difficile infatti, sostiene, che una traduzione rovini una prosa, mentre è ben difficile che conservi una poesia. Parole sante. La prosa di Un eroe del nostro tempo piace a Nori per la semplicità e l'assenza delle tirate romantiche nelle quali, dice, indulge Lermontov nei suoi primi tentativi non poetici: "Un singolarissimo cerchio fatto da cinque tasselli, due estratti dagli appunti di viaggio di un narratore molto discreto, tre dal diario di un ufficiale dell'esercito russo, testimonianza sincera della di lui malattia". Di nuovo un goal: Lermontov si legge come fosse un contemporaneo, la traduzione scorre magnificamente, le osservazioni finali sono dense, stimolanti, piene di idee, dimostrano un uso brillante della bibliografia (da non perdere le note dello zar Nicola I dopo la lettura del romanzo), scacciano la noia delle consacrate introduzioni.
Nori non molla, anzi raddoppia: in pochi mesi, tra la fine 2005 e l'inizio 2006, non solo pubblica un nuovo romanzo (Ente Nazionale della Cinematografia Popolare, appunti di un viaggio demenziale intorno al mondo dal Mississippi a Marrakesh, dalla Carelia a Mosca e poi via sulla transiberiana fino a Vladivostock), e annuncia per il 2007 al Mercadante di Napoli uno spettacolo su Aleksandr Vertinskij, raffinato chansonnier degli anni venti e trenta (l'orma pirettiana si fa sentire ancora), ma si rimette a tradurre. E chi sceglie, sfidando i più grandi, da Landolfi a Lo Gatto, da Bazzarelli a Leone Ginzburg? Niente po' po' di meno che la gloria nazionale, l'idolo, il mito, il più grande tra i grandi, Aleksandr Sergeevic Puškin. La prosa, naturalmente, "l'umile prosa", come la definisce lo stesso autore in una strofa dell'Onegin, che Nori opportunamente mette come epigrafe: "Io forse, se dal ciel fu decretato, / d'esser poeta cesserò ben presto, / e da novello demone invasato, / Febo spezzando e la sua minacciosa / ira, coltiverò l'umile prosa". Com'è noto, d'esser poeta non cessò, per fortuna, né ben presto né più tardi, ma l'umile prosa cominciò, sia pur tardivamente (a partire dal 1827, dunque quindici anni circa dopo il suo esordio in poesia) a coltivarla in modo eccelso, sfornando uno dopo l'altro alcuni tra i sommi capolavori del secolo.
Quale prosa? Non tutta, certo. Nori ha idee precise: a una prima lettura (che risale al 1985) non gli piacciono, per esempio, le opere incompiute. "Non che fossero brutte, erano un po' deludenti". E aggiunge, a sostegno della sua scelta: se non le ha finite, una ragione potrebbe essere che non piacevano nemmeno a Puškin. Una scelta opinabile, su cui si potrebbe discutere a lungo, ma senza nessun costrutto: che non piacessero a Puškin nessuno può dirlo, ma non piacciono a Nori, punto e basta. Che poi, giusto per fare un esempio, l'incompiuto Il negro di Pietro il Grande a me sembri una delle migliori prose puskiniane, sintesi impareggiabile di ironia, leggerezza, incisività, concisione, sono fatti miei, e io non sono Nori. Il criterio è chiaro: nelle Umili prose ci sono solo i racconti che Puškin ha pubblicato da vivo.
Nella nota iniziale Nori è, come suo solito, schietto, brusco, dice le cose alla buona, vorrebbe fingersi un po' minchione ma in realtà non lo è affatto. Fa un'affermazione che sembra lapalissiana ed è invece preziosa: prima di Puškin chi conosceva all'estero la letteratura russa? Sacrosanto: farebbe bene il lettore non slavista del 2006 a ricordare che prima di Puškin nessun prosatore aveva varcato i confini dell'impero zarista e che quella sua prosa modernissima per limpidità e stringatezza, per trasparenza e ironia è un punto di partenza, non di arrivo.
Un altro elemento che attira Nori, comune ai quattro racconti scelti (già presente peraltro in Lermontov): vengono raccontate cose che si sono sentite raccontare da qualcun altro. È un modo, dice Nori, per tagliar fuori il problema della verosimiglianza, per farla finita con il narratore onnisciente, per far nascere continuamente nel lettore la domanda "Chissà se è vero?". Una domanda che solletica Nori, e aggiunge una sorta di suspense al suo mestiere di traduttore.
E poi Nori conclude: tutte le mattine che mi svegliavo nel periodo in cui traducevo le prose di Puškin, pensavo che avevo una gran fortuna. Sarò un sempliciotto, ma questa affermazione mi sembra la miglior garanzia per un buon lavoro.
E adesso veniamo alla traduzione. In alcuni punti è perfetta: Nori riesce a mantenere addirittura l'ordine delle parole della frase puskiniana, il suo ritmo interno, la sua cadenza, le sue scansioni brevi, secche, usa sostantivi e aggettivi privi di ridondanze, pochi verbi (e dove può li elimina), preferisce le coordinate alle subordinate. Si serve di tempi desueti, come il trapassato prossimo, che impreziosiscono senza appesantire. Leggiamo l'attacco di La donna di picche: "Una volta avevano giocato a carte dalla guardia a cavallo Narumov. La lunga notte invernale era passata inavvertitamente; si erano seduti a cena dopo le quattro del mattino", a fronte, per esempio di Polledro che usa prima l'imperfetto "si giocava" (più vicina al russo igrali è la terza persona plurale scelta da Nori) e poi il passato remoto "passò"; e meglio di Clara Strada Janovic che allunga l'avverbio nezametno (ben reso da Nori "inavvertitamente") con "senza che nessuno se ne accorgesse".
Altra virtù del traduttore: il rispetto dei diversi registri linguistici dell'originale, il tentativo di riprodurli. Nella Tormenta (anche nei titoli un po' di aria fresca: Il direttore della stazione piuttosto che il desueto Mastro di posta) i contadini a cui si rivolge il protagonista nella notte di tempesta parlano finalmente non nel solito italiano standard che non corrisponde affatto all'originale, ma in uno strano idioma zoppicante: "Te mando il figlio, te compagna", "Chette serve?", "Desso arriva, s'incarpina". Anche in La signorina contadina, quando la protagonista si spaccia per contadina, Nori abbassa il suo livello linguistico: "Vai te, padrone, da una parte, che io vado da un'altra".
Qualche riserva? Intanto la scelta del lei invece del voi, ormai universalmente accettata ma neutra e banale. È così bello arrivare a Napoli e sentirsi dare del voi. Ma amen, anche qui Nori è Nori, io sono io. Di fronte a questa legittima scelta che butta Puškin in pieno XXI secolo, Nori reintroduce gli appellativi affettuosi francamente pesanti e da tempo eliminati, i vari "babbino, mammina, zietto, anima mia, madre mia"; e perfino il plurale, "babbini" ("Babbini, un guaio!") che mi sembra di singolare bruttezza.
Leggere queste Umili prose dà una grande soddisfazione. Si ride, ci si commuove, si rimane con il fiato sospeso (oh, quel terzo capitolo della Donna di picche, che capolavoro assoluto!), si avrebbe voglia che non finissero mai. Nori chiude la sua nota introduttiva con una frase di Gogol' a proposito della Figlia del capitano che voglio citare anch'io: "Questa è la vocazione del poeta: farci uscire da noi stessi e farci tornare in una forma purificata e migliore".
  Fausto Malcovati

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