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Ortoleva Peppino - Un ventennio a colori. Televisione privata e società in...

Un ventennio a colori. Televisione privata e società in Italia, 1975-95 TitoloUn ventennio a colori. Televisione privata e società in Italia, 1975-95
AutoreOrtoleva Peppino
Prezzo
Sconto  50%
€ 3,62
(Prezzo di copertina € 7,23 Risparmio € 3,61)
Prezzi in altre valute
Dati1995, 128 p.
EditoreGiunti Editore  (collana Saggi Giunti)

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Descrizione
Lo sviluppo della televisione privata o commerciale in Italia è un fenomeno unico nel mondo industrializzato sia per le sue dimensioni sia per le trasformazioni che ha indotto. Pochi temi come questo hanno diviso l'opinione pubblica, anche prima delle vicende politiche del 1994-95. Il saggio di Ortoleva, frutto di un lavoro di osservazione avviato da metà degli anni Ottanta, propone un'interpretazione del fenomeno, andando al di là dei personalismi e delle polemiche immediate.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
ORTOLEVA, PEPPINO, Un ventennio a colori, Giunti, 1995
MONTANELLI, INDRO, Una Voce poco fa, Il Mulino, 1995
COLOMBO, FURIO, Ultime notizie sul giornalismo, Laterza, 1995
BUGLIANI, ROBERTO, Zucchero e altri veleni, Pietro Manni, 1995
recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1995, n. 8

In un brillante articolo sulla "New York Review of Books" il polemista australiano Robert Hughes, l'autore del discusso "La cultura del piagnisteo", citava una battuta un po' snob, secondo la quale la televisione non è qualcosa che si guarda ma qualcosa su cui si appare ("Why waich it, anyway?", "New York Review of Books", 16 feb6raio 1995). Al di là dello snobismo dell'intellettuale che va in televisione anche se la ignora, la battuta può essere assunta come metafora di una reale degenerazione: la televisione non è più un mezzo che comunica, un tramite fra noi e altre realtà, ma è un mondo a sé stante, una realtà autonoma, che sempre più frequentemente identifichiamo come virtuale. Questa intuizione sul ruolo assunto nella società americana da un media potente come la televisione ormai può valere anche per la società italiana e può addirittura essere estesa alla nostra stampa: anche i giornali tendono a essere non qualcosa che si legge ma qualcosa che accade.
Come questo possa accadere è spiegato nel libro di Furio Colombo, che vive e lavora a New York, è docente alla Columbia University, è stato un lettissimo collaboratore della "Stampa" mentre oggi scrive per "la Repubblica". Non lo spiega didatticamente, non lo spiega in teoria, ma attraverso il racconto di numerose vicende, quasi tutte ambientate in quell'avventuroso groviglio che è il giornalismo americano.
Prendiamo il processo al campione nero O. J. Simpson tuttora in corso: "Il pubblico ha fame di notizie e ne è nata una corsa febbrile ad esaurire la richiesta - scrive Colombo -, come se si trattasse di un bene indispensabile. La produzione di notizie su quel processo è aumentata rapidamente, includendo fatalmente una quantità di 'imitazioni' della verità, e molte invenzioni allo scopo di dare soddisfazione al lettore. Hanno giovato alle vendite e all'audience, senza avere nulla a che fare con il rigore della professione. È accaduto di più. Si è assistito, in forma più scoperta del solito, a notizie 'su ordinazione', ovvero su richiesta popolare, un fenomeno che, purtroppo, è sempre meno insolito nel giornalismo contemporaneo".
Le notizie su ordinazione non sono falsi. Sono piuttosto ricostruzione ed enfatizzazione, scorporando un fatto dal suo contesto ed emarginando quanto può inficiarlo. Un caso lampante di queste notizie che deformano la realtà senza tuttavia essere false sono le cosiddette "leggende metropolitane'', genere in gran voga da noi, ma di origine americana. "Sono narrazioni di fatti a cui manca sia una fonte che una verifica ma che sono molto ricche di dettagli". In genere hanno per protagonisti individui ai limiti della devianza, oppure bambini. Il gusto della leggenda metropolitana può trasformare il problema della convivenza fra italiani e immigrati in una costellazione di aneddoti su prostituzione, droga, schiavitù, violenza, ossessioni sessuali.
Costruito come un manuale in una ventina di didattici capitoletti, "Ultime notizie sul giornalismo" offre un quadro spettrale, sia pure dietro la misura e il garbo che contraddistinguono l'autore, sempre alieno dalla retorica e dall'enfasi. Sorprendente il giudizio assolutamente negativo che l'autore esprime sul genere dell'intervista - "una perdita di tempo in televisione, una pagina sprecata sul giornale" -, in nome di un'assunzione di responsabilità dei giornalisti che è l'humus etico in cui ha radici quest'appassionata difesa di ciò che è realmente notizia.
Naturalmente le degenerazioni dell'informazione hanno il loro epicentro nel conflitto televisivo fra "da un lato la ricorrente tentazione pedagogico-autoritaria, dall'altro la demagogia dell'audience e del 'dare al pubblico quel che desidera'", come si legge nel saggio controcorrente di Peppino Ortoleva, "Un ventennio a colori", che ricostruisce le vicende della televisione commerciale nell'arco che va dal 1975 al 1995.
È interessante notare che ricompare qui, fin dalle prime pagine, l'idea della televisione come mondo virtuale, tuttavia saldamente agganciato alla realtà attraverso il consumismo. Rispetto a un'epoca pionieristica e tradizionalistica, quella del ventennio di Ettore Bernabei, tanto per capirci, in cui la televisione era vista come un rischio di americanizzazione, come una perdita di valori, per cui alimentava appunto una funzione "pedagogico-autoritaria", il ventennio '75-'95 appartiene alla neotelevisione: "La Tv a colori, l'ambiente ideale per l'emittenza commerciale e più in generale per una televisione che avvolge come una pellicola tutti i momenti dell'esistenza, è forse la grande 'fantasmagoria' di cui la società italiana è spettatrice in questi anni, un universo letteralmente surreale, ma che può essere in parte trasformato in vita vissuta attraverso gli atti di consumo".
La chiave provocatoria su cui è costruito tutto il libro è l'idea che le vicende dell'Italia d'oggi e in particolare lo scontro fra neoconservatorismo e progressismo possano essere letti come una contrapposizione culturale fra un "partito della televisione" e un "partito gutenberghiano". A prova di ciò Ortoleva cita i conflitti che opposero, nell'America di Reagan, i tecnici dell'amministrazione, che si dicevano teledipendenti, e gli intellettuali liberal.
Ma questa contrapposizione si è trasformata in un gigantesco falso problema, nel senso che ha prodotto un tira e molla in cui è andata perduta quasi ogni traccia delle concrete questioni che concernono la televisione. Riforme, decreti, sparizioni, lottizzazioni, bracci di ferro hanno essenzialmente accresciuto il potere "di condizionamento e, diciamolo pure, di ricatto di tutti i partiti". Attraverso un excursus che analizza in particolare i caratteri dei telegiornali sia Rai, sia Fininvest, Ortoleva arriva alla conclusione che con Berlusconi "l'attrazione fatale fra sistema televisivo e sistema politico è giunta al suo approdo logico: la televisione che si fa partito".
Due personaggi agli antipodi come Montanelli e Bugliani offrono una controprova, del tutto soggettiva, del malessere dell'informazione. L'ex direttore del "Giornale" lo fa con una scelta degli editoriali scritti per la defunta "Voce", in cui mette a nudo, con tardiva generosità, la sua impotenza di fronte alla "Destra che non c'è", a una destra anch'essa virtuale, per la quale pure ha predicato. Mentre Bugliani, intellettuale di sinistra, usa le armi della satira e della parodia, mettendo in scena in una decina di raccontini il grottesco bailamme e teatrino della cosiddetta Seconda Repubblica, quale appare nell'eroicomico epos della nostrana informazione giornalistico-televisiva.

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