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Gershenfeld Neil - Quando le cose iniziano a pensare. Come gli «oggetti intelligenti»... |
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Titolo | Quando le cose iniziano a pensare. Come gli «oggetti intelligenti» rivoluzioneranno la terra |
| Autore | Gershenfeld Neil | Prezzo Remainder - 55%
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€ 8,14
(Prezzo di copertina € 18,08 Risparmio € 9,94)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 1999, 208 p. | | Traduttore | Paracchini F. |
| Editore | Garzanti Libri
(collana Saggi rossi) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 5 giorni lavorativi | | 
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| Con l'avvento di tecnologie dell'informazione sempre più miniaturizzate e invadenti, si stanno aprendo prospettive finora impensabili. Basandosi sulle attuali ricerche di laboratorio, l'autore presenta il mondo del futuro: le scarpe che si scambieranno informazioni a ogni stretta di mano, supercomputer grandi come una tazzina da caffé, libri universali che conterranno tutti i libri... Ma ormai è prossima una rivoluzione ancora più profonda e radicale: computer da indossare o consapevoli del nostro stato d'animo, denaro intelligente per gestire le transazioni su Internet, sedili e airbag in grado di riconoscere se il passeggero è un adulto o un bambino, divertimenti personalizzati...
| La recensione de L'Indice |

recensioni di Fasolo, A. L'Indice del 2000, n. 03
Cose che pensano: la medievale schala naturae, così profondamente radicata nel nostro modo vedere il mondo viene sovvertita, ultima perversione degli ingegneri della vita? Può darsi, ma nel caso dell'accattivante saggio di Neil Gershenfeld, fisico che dirige uno dei laboratori di punta del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, è una proposta, filosofica e allo stesso tempo pragmatica e applicativa, tesa a cambiare e a facilitare la nostra vita di tutti i giorni attraverso oggetti nuovi, capaci di utilizzare strumenti di informatica diffusa e a basso costo.
Questo inventore-scienziato, quasi fosse un Archimede Pitagorico in carne e ossa e cervello, parla di scarpe che comunicano con il corpo di chi le indossa, di fabbricatori-stampanti capaci di produrre cose funzionanti, di nuovo denaro informatico, di strumenti musicali interattivi che sanno trasformare ciascuno in grande esecutore, e così via... Per essere ancora più affascinati e sconcertati, basta aprire il sito del Media Lab (http://www.media.mit.edu): vi troveremo i programmi del laboratorio, i testi e le illustrazioni dei libri di Gershenfeld, i progetti del consorzio TTT (Things That Think).
Solo il progetto Affective computing basterebbe: "Una volta che il sistema di computazione affettivo abbia sentito e riconosciuto il quadro dei segnali, il modulo di comprensione del sistema assimilerà i dati nel modello di esperienza emozionale dell'utilizzatore". Per dirla in altri termini, avremo gioielli che esprimono i sentimenti della signora che li indossa, giocattoli che si adeguano all'umore dei bimbi, tappeti "affettivi" (non di carne, ma di plastica, morbida e deformabile, che riconosce la pressione e si adatta ad essa con alte qualità di risoluzione), calcolatori da "indossare", e così via.
Le idee del Media Lab sottostanti sono ben note: "Molte delle più serie sfide e delle opportunità significative nelle tecnologie dell'informazione sono proprio all'interfaccia" fra hardware e software. Secondo questa concezione, la potenza quasi irraggiungibile di tecnologia matura contenuta in un violino Stradivari o nella bibbia di Gutenberg sta nel fatto che si tratta di sistemi straordinariamente integrati con l'utilizzatore e che dell'uomo dispiegano le capacità fisiche e mentali prodotte nel corso dell'evoluzione e dell'esperienza individuale.
Questo messaggio, ricco in valenze sociali e filosofiche è al centro di una iniziativa discussa, ma che pesa nel cambiamento delle prospettive tecnologiche e scientifiche di questi anni. Per una disamina didattica su questi temi, si può leggere il saggio di Enrico Pedemonte Personal media (Bollati Boringhieri, 1998). Certo esiste il pericolo che il "marketing dell'utopia", finisca col divenire il marketing di un certo design industriale, e che parecchie riflessioni sociologiche, a forte carica messianica, siano un bla-bla pubblicitario. Ma forse è proprio qui, nella sempre minore distanza fra scienza, tecnologia, mercato, uso sociale, che sta la novità. Come aveva ragione Primo Levi, ammonendoci che la vera fantascienza è oggi la scienza.
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