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Krugman Paul R. - Il ritorno dell'economia della depressione e la crisi del 2008 |
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Titolo | Il ritorno dell'economia della depressione e la crisi del 2008 |
| Autore | Krugman Paul R. | Prezzo Sconto 15%
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€ 14,11
(Prezzo di copertina € 16,60 Risparmio € 2,49)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2009, 219 p., rilegato | | Traduttore | Regazzoni N.; Merlini R. |
| Editore | Garzanti Libri
(collana Saggi) |
 Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni | | 
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| Nel 1999 Paul Krugman aveva raccontato le crisi che hanno devastato diverse economie in Asia e in America Latina, lanciando un terribile monito: può accadere anche da noi, e possiamo andare incontro a una nuova Grande Depressione. Così come i batteri diventano resistenti agli antibiotici, anche la moderna finanza è diventata immune ai rimedi escogitati dopo la crisi del '29. I primi anni del nuovo millennio, con il boom di Wall Street e il trionfo della finanza allegra, sembravano smentire questa previsione. Poi è arrivato il "grande crac" del settembre 2008, e nelle stesse settimane Paul Krugman ha vinto il Premio Nobel per l'Economia. In questa nuova edizione del Ritorno dell'economia della depressione, ampiamente rivista e aggiornata, Paul Krugman ci fa capire come la "deregulation" e le dinamiche di un sistema finanziario svincolato da ogni controllo abbiano prodotto la peggiore crisi dagli anni Trenta a oggi. E ci illustra le misure che bisogna prendere perché fenomeni del genere non si ripetano. Questo libro è un trattato analitico sulla crisi economica che sta investendo tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Europa, fino a Cina, India e Giappone. Paul Krugman indaga sulle cause di questa catastrofe e su come possano riprendersi i Paesi colpiti. Lo fa attraverso un linguaggio chiaro, utilizzando storielle divulgative, come quella dei successi e insuccessi di una cooperativa di baby-sitter, esempi che tornano utili come strumenti per comprendere i problemi, assolutamente prevedibili, dell'economia reale. La crisi di oggi scrive Krugman ha radici antiche: somiglia a quella degli anni Trenta, ma soprattutto è stata anticipata vent'anni fa, nel 1989, quando prima l'America Latina, poi il Giappone e le economie asiatiche, conobbero fallimenti di grosse proporzioni. Erano presagi ai quali dare attenzione, perché la seconda economia del mondo, quella nipponica, una volta campione di crescita nel mondo industrializzato, per tutti gli anni Novanta ha conosciuto una fase di recessione decennale che l'ha portata dalla prosperità alla crisi. Anche lì, come negli Stati Uniti lo scorso settembre 2008, un regime finanziario senza regole e poco trasparente, favorito da banche senza scrupoli, aveva condotto alla creazione di una bolla speculativa enorme. Presto o tardi, sostiene il Premio Nobel per l'Economia, la bolla finanziaria doveva scoppiare e, una volta successo, ciò determinò un calo negli investimenti, nei consumi e nella domanda complessiva. La risposta nipponica alla crisi si rifece alla ricetta keynesiana: il governo finanziò lavori e opere pubbliche per creare occupazione e riattiavare i consumi. E questa sembra essere la stessa strada intrapresa oggi dalla nuova amministrazione Usa, guidata da Barack Obama. Un'altra possibile risposta sarebbe stata allora, e lo è anche oggi, quella di rifornire di denaro le banche. Oppure quella di produrre un po' d'inflazione, vale a dire alzare l'aspettativa d'inflazione per aumentare i consumi e dissuadere la gente dall'accumulo eccessivo di risparmi. Esiste una scuola di pensiero che ritiene che un moderato innalzamento dei prezzi può essere utile, se si vuole combattere la recessione. Gli speculatori, attraverso fondi d'investimento e hedge funds, come nel 1998 conducevano operazioni a termine su titoli rischiosi e non liquidabili. La gente che prestava loro il denaro non si chiedeva se la società avesse veramente abbastanza capitale da poter esser considerata sicura. è così che il mercato ha perso la bussola. Due delle cinque maggiori banche d'investimento sono crollate, perché sostiene Krugman non erano mai state regolamentate. Da lì l'implosione della bolla immobiliare, le corse agli sportelli, la scarsa liquidità, le crisi valutarie, hanno riproposto lo scenario dei precedenti crac economici. Ecco come siamo arrivati al ritorno dell'economia della depressione, al rischio che i liberi mercati non sopravvivano alla scarsità della domanda. In questo caso il protezionismo, secondo Krugman, rappresenta una soluzione sbagliata, perché alla lunga affosserebbe gli scambi e il libero mercato; bisognerebbe, invece, tagliare drasticamente i tassi d'interesse nei Paesi industrializzati, e in quelli poveri, imporre controlli d'emergenza sui capitali lì investiti, scoraggiando le imprese nazionali a chiedere prestiti in valuta estera. D'altronde, conclude l'economista americano, fu imponendo controlli sui capitali per molti anni, dopo la Seconda guerra mondiale, che molti Paesi industrializzati diventarono ricchi e, in un secondo tempo, si aprirono ai movimenti del libero capitale.
Media Voto: 4 / 5simone (16-12-2009) Un libro molto interessante. L'autore ci fornisce un quadro chiaro della crisi che ci ha colpito l'anno scorso... Molto bello Voto: 4 / 5 |  |  |  |
giorgio g (09-09-2009) Leggere un libro di macroeconomia, anche se scritto da un Nobel con uno stile brillante e chiaro, come nella migliore tradizione di oltreoceano, per il lettore non specialista non è mai un’impresa facile. Ma tant’è: la curiosità di capirne di più sulla crisi economica che stiamo attraversando e soprattutto sulle cause che l’hanno scatenata ha vinto sulla difficoltà dell’argomento. Quale il risultato della cavalcata tra tassi di interesse, rapporti di cambio tra le valute, controlli sui capitali, politiche monetarie e fiscali, liberismo e protezionismo? L’impressione che se ne ricava è che l’economia è una scienza con troppe variabili interdipendenti, sicchè modificarne una influenza tutte le altre: il compito degli economisti è insomma estremamente complesso e questo spiega sia perché coesistano diverse scuole di pensiero sia i risultati non sempre centrati delle previsioni economiche. A ciò si aggiuga il fattore umano e cioè la risposta dei singoli individui alle manovre degli statisti e degli economisti che aggiunge un ulteriore fattore di imponderabilità. Questi alcuni degli insegnamenti che si traggono dalla lettura. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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