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Magris Claudio - Alla cieca

Alla cieca TitoloAlla cieca
AutoreMagris Claudio
Prezzo
Sconto 15%
€ 15,30
(Prezzo di copertina € 18,00 Risparmio € 2,70)
Prezzi in altre valute
Dati2005, 335 p., brossura
EditoreGarzanti Libri  (collana Nuova biblioteca Garzanti)

Nella promozione Garzanti fino al 20 febbraio

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Descrizione
Nel nuovo libro dell'autore di "Danubio" e "Microcosmi" tornano i temi chiave dell'uomo nel suo rapporto con la storia, il mare, e l'avventura. E poi scenari suggestivi che passano da Londra alla Dalmazia, dall'Islanda alla Tasmania. Vicende, sentimenti e personaggi che s'imprimono nella memoria. Due secoli di storia tra racconto e riflessione, destini individuali ed epopee collettive.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
In uno dei racconti di Microcosmi , Claudio Magris ricorda la tragedia che si era consumata, nell'immediato dopoguerra, a Sveti Grgur o a Goli Otok, isole in cui furono internati, orrendamente maltrattati, seviziati, spesso uccisi non pochi di quegli italiani che, fidenti nel sole del comunismo che sembrava stesse spuntando oltre confine, avevano fatto il percorso inverso dei tanti che fuggivano dall'Istria ed erano andati a vivere e a lavorare a Fiume o a Pola. L' indiscussa fedeltà staliniana dei coloni del comunismo si rivelò però ben presto per loro, nella Jugoslavia di Tito che si affrancava da Mosca, una condanna e fu l'inizio di una vicenda terribile, su cui tutti, troppi ebbero interesse a tacere o a sorvolare. Alcuni degli internati dei gulag titini erano già stati "ospiti" dei lager tedeschi e provarono così sulla loro pelle i due orrori ideologici del secolo, nonché il costo di una fede tanto cieca quanto limpida. Sempre in Microcosmi, Magris rivede in Cherso e Lussino le isole dove Medea, straziata e furente amante dell'infingardo Giasone, aveva ucciso i propri figli e si era fatta complice dell'omicidio del fratello, cadendo in preda a un amore assoluto e a una passione che, anziché stringere i suoi nodi con l'amato greco, aveva finito per ribadire la sua estraneità, la sua lontananza culturale da lui e dalla civiltà cui aspirava di appartenere sposandolo.
Sono questi due dei temi e fili che ritornano e si sviluppano in Alla cieca , intrecciati ad altri, in parte a essi collegati (i puri combattenti del comunismo come Salvatore Cippico avevano portato la loro religione rivoluzionaria, prima che in Jugoslavia, nella guerra di Spagna), in gran parte nuovi e diversi, come la storia di Jorgen Jorgensen, l'avventuriero proclamatosi re (per qualche settimana) d'Islanda nel primo Ottocento, stravagante principe ultrariformatore, finito ai lavori forzati in un lager o gulag antelitteram , quello allestito per criminali comuni e prigionieri politici dagli inglesi in Tasmania.
Solo che quei temi che in Microcosmi erano svolti, per così dire, in chiaro, qui, fasciati e attraversati dall'altro e più sviluppato dello pseudoré rivoluzionario, si vedono in negativo. Li svolge la voce delle vittime, degli eroi puri e sconfitti che hanno condiviso il male nel miraggio di un bene in cui generosamente credevano, che hanno conosciuto l'abominio del dolore subito e inflitto, l'umiliazione e l'orrore della morte ricevuta e data con uguale ferocia. Il viaggio degli Argonauti è raccontato, per così dire, dal punto di vista di Medea e non di Giasone; dal buio e dalla fornace della passione e non dalla luce cruda e fredda del calcolo e della ragione. Se, nel libro, ci sono molte donne anti Medea, che sacrificano solo se stesse per amore degli altri (Maria, Mariza), gli uomini, ancorché zelatori di civiltà ipoteticamente più giuste e più umane, sono delle Medee che travolgono tutti, ovviamente anche se stessi, nello slancio di purezza e generosa dedizione alla causa per cui militano.
Per raccontare dalla faccia nascosta, di morte e di dolore, questa storia, Magris ha dovuto cedere la parola a un io narrante che è somma e garbuglio di infinite esistenze sacrificate sull'altare di un'idea, di uomini così determinati a compiere il bene cui si sono votati da sacrificare anche quelli (quelle) che li hanno più amati. Chi racconta è perciò indistintamente Cippico e Jorgensen, in una narrazione che emerge dal profondo, dalle viscere tormentose di chi ha creduto in un bene e fatto in suo nome anche il male e moltissimo ne ha patito e sofferto. Il libro ha il taglio (stilistico, sintattico) della confessione disordinata e caotica di un internato (per malattie mentali) a un medico che lo ascolta e sembra guardarlo e giudicarlo con gli occhi freddi e calmi di un commissario politico.
Come sempre in Magris, dati e figure storiche si mescolano a fantasie e riflessioni soggettive: ma qui non c'è la voce pacata del narratore, con le sue ironie e i suoi affettuosi trasporti (questa voce si è semmai rifugiata nei personaggi femminili, che sono fatti tacere ben presto, abbandonati da chi li ama per altre e più torbide passioni), a illimpidire le macchie di buio e dolore. Alla cieca è la bella polena che va a fondo, è un mondo sognato che travolge quello reale di cui non ha e da cui non riceve pietà. Non concede riposi, né consolazioni, neppure con la scrittura (molto esposta, frantumata, plurima), neppure con la trama (intricata, caotica, ossessiva), che intrappolano e angosciano il lettore senza respiro. Il proposito di ordine e chiarezza del narratore folle non chiarisce "il garbuglio degli eventi", lascia incoerenti e imprevedibili le coordinate di spazio e tempo in cui la storia si svolge (tra Islanda, Inghilterra, Trieste, Jugoslavia, Australia; tra Ottocento postnapoleonico, Novecento delle guerre e terzo millennio della manipolazione genetica, tanto "tutto è presente, tutto accade oggi"). Neppure la lettura rovesciata delle Argonautiche così care all'autore di Microcosmi (e si veda qui il cap. 77) offre una spiegazione plausibile del modo in cui "vanno le cose". Perché non c'è spiegazione e c'è solo il generoso e cieco andare, il viaggio ripetuto senza fine.
È un Magris più desolato, meno solare e più cupo, quello che esce da una scommessa formale per lui nuova, sfociato, al di là di ogni residua misura mistura saggistico-narrativa (o viceversa), in un delta stilistico labirintico e tentacolare, che segue la mappa di un'epica infera, in cui i referti della cultura e della storia sono centrifugati dentro un intenso, vorticoso progetto fantastico e artistico, intriso di malinconia e tristezza, a tratti di spossata disperanza. In questo macrocosmo di utopia e rabbia, di male e desiderio, le luci (le delicate e trepide Maria, Mariza, perfino la sfondatissima Norah delle ultime pagine), infatti, affondano, e le passioni rivelano solo brutalità, violenza, inganno, anche se l'autore continua a difendere, a esaltare la nobiltà di averle alte e potenti, di crederci, di pensare che una fede possa smuovere le montagne.
Alla cieca è il libro più impervio fin qui scritto da Magris. Non ha il passo lento e tranquillo, sicuro e leggero di Danubio o di Microcosmi . È più, mi sembra, sull'altro versante della sua scrittura (parzialmente sperimentato nel Conde o nell' Altro mare ), ma un versante ora tutto e solo in ombra, risalito senza posa, ogni volta riaffrontato e abbandonato, ricominciato e interrotto, come nel cammino di un Dante che salga il colle e si volti indietro a ogni bestia che incontra, perché nessun Virgilio (nessun Apollonio Rodio) può venire a soccorrerlo, e la sua Beatrice si è perduta.
Restano però e raggiungono un'intensità forse mai toccata prima la vocazione fabulatrice dello scrittore, la sua fiducia nel racconto, la caparbietà conoscitiva del suo pensiero narrante, la resistenza delle parole ("in generale ricordo più le parole che le cose, anzi ricordo solo parole, ma quelle benissimo"), la residua speranza nel romanzo-lapide ("le lapidi sono romanzi concentrati") su cui resti inciso per sempre il segno dei tanti travolti dall'amore, dalla passione, dalla cieca fede, dai flutti insanguinati della storia.

Vittorio Coletti

I vostri commenti
17 recensioni presenti.  Media Voto: 3.70 / 5

gianni43 (28-05-2006)
Il Magris saggista è interessante, il Magris narratore è inesistente. Purtroppo l'autore continua a non voler capire che la scrittura saggistica o giornalistica e quella narrativa sono diverse. Il suo modo di raccontare è freddo, inespressivo e diventa inevitabilmente noioso perchè lo scrittore (usare la parola narratore in questo caso non avrebbe senso!)non riesce a creare personaggi, situazioni, in una parola "emozioni". Se poi, pensando di essere Joyce, Magris comincia anche ad ingarbugliare la trama, a puntare su salti temporali e spaziali, le cose non possono che peggiorare.
Voto: 1 / 5
serena (05-10-2005)
Senso di colpa,per ciò che non è stato, non ha vissuto, ma che sente addosso come un carico troppo pesante che lo schiaccia, lo atterra; coscienza estrema del sé e della storia di ciò che è stato e di ciò che sarà;viaggio nello spazio e nel tempo,immersione nei mari, negli oceani di tante esistenze; scomporsi, spezzettarsi, raccontare per vivere altre vite che non sono che un'unica vita; ricomporre i frantumi dello zaffiro, riunire le gocce di tanti mari, le storie di tanti uomini in spazi e tempi così diversi e tanto uguali; raccontarsi così opportunamente nascosto, facendo riemergere gli affetti, le persone che hanno contato, che sono sempre presenti; scrivere per raggiungere la purificazione, cancellarsi virtualmente per poter continuare a vivere.
Voto: 5 / 5
angela carlet (27-09-2005)
Coinvolgente, profondo, mistico e al contempo crudo. L'autore ha sofferto e questo libro è il compendio della ricerca di tanti perchè alla sofferenza umana. Mi sono ritrovata in pieno anche nel mare di citazioni che servono a dare maggiore profondità al tutto. Non è un libro per tutti, non è un libro da prima liceo, è un libro maturo per persone mature.
Voto: 5 / 5
andrea andreapelucchi@hotmail.com (01-09-2005)
Amo gli articoli di Magris quando scrive sul Corriere, riesce ad essere più sintetico e coinvolgente...Alla cieca mi è sembrato prolisso e ripetitivo, credo che almeno 100 pagine di meno non avrebbero tolto contenuto ed emozioni al libro ma lo avrebbero reso più godibile...l'ho letto con molta fatica, quasi per un impegno con me stesso più che per il piacere della lettura....poco coinvolgente, come sempre molto dotto, ma purtroppo noioso...come spesso capita a Magris quando ha a disposizione uno spazio superiore a quello di un articolo di giornale
Voto: 2 / 5
miro relola@virgilio.it (30-08-2005)
Mah! Magris, perchè lo hai fatto? Un libro in continua sospensione emotiva, confuso, illeggibile. E' un 'Danubio" pretenzioso e eccessivamente citazionista.
Voto: 1 / 5
Manuela di Trieste manuela.aloisi@libero.it (30-07-2005)
Libro impegnativo, ma affascinante. Sulle prime mi è sembrato decisamente ostico,ma in seguito non riuscivo più a metterlo da parte...Bravo Magis.
Voto: 4 / 5
dario petrolati (29-07-2005)
La fortuna di avere avuto splendidi insegnanti di lettere,sebbene in un Istituto Tecnico, negli anni sessanta a Senigallia mi premia quotidianamente ogni volta che apro un libro. Gli scrittori di frontiera,Magris con questa opera in particolare,mi riportano ad Ancona, desiderare Trieste, nuotare in quel mare Adriatico che sempre mi segue col suo sapore salato,ma pulito: Infanzia e sogni mitologici anche a distanza di anni e di luoghi. Lo rileggerò con calma e meno emozione. Dario Petrolati.
Voto: 5 / 5
Riccardo (28-07-2005)
Bravo Orlando, che ha avuto il coraggio di alzare la mano contro i mostri sacri. Dissento anch'io dalle critiche iperpositive, e aggiungo che pure "Un altro mare" non era gran cosa.
Voto: 2 / 5
giuliana (28-07-2005)
I propositi dell'autore saranno anche buoni, ma è un libro di una noia mortale:ripetitivo (che differenza passa tra i primi e gli ultimi capitoli? Solo il numero della pagina!),grammaticalmente contorto...soprattutto inadatto a ragazzi della 1°liceo,come mio figlio,costretti a leggerlo come compito delle vacanze estive.Così si fa morire l'amore per la lettura...
Voto: 1 / 5
Orlando (21-07-2005)
Dissento. Non è un romanzo difficile, è un romanzo noioso. Magris ha messo in piedi un intricato castello di carte dove lo scopo è evidente ma il suo raggiungimento è approssimativo, e dove la cerebralità non viene mai sostenuta da un minimo empito. Quello che dovrebbe essere un ardente delirio narrativo (scrittura diurna e notturna eccetera), non passa mai di un deludente tepore. C’è dentro l’intelligenza del saggista però manca il fiato dello scrittore, e quello che risulta non è un romanzo superbo: è un romanzo presuntuoso.
Voto: 2 / 5
Dario Petrolati Centro Studi Luccini Padova (20-07-2005)
Mi ricorda il sapore del mio mare nativo. La mia infanzia scolastica. Sogni e realtà mitologiche desiderate. Nato a Senigallia.
Voto: 5 / 5
enzo pietra stoneone@tin.it (07-07-2005)
un romanzo difficile, ma profondo;magris esalta la scrittura "poliedrica" dei vari personaggi, mettendo a nudo le angosce dell'uomo, le ansie e i sentimenti più profondi. una cosa avrei voluto: il dialogo vero della scrittura "tradizionale".si tratta di una "immersione" nel profondo dell'uomo e non so se risalendo ti potrebbe capitare un'embolia. a me no.
Voto: 5 / 5
barbaraartuso natuaggia@libero.it (25-06-2005)
Passionale delirio.Luoghi meravigliosi.Storia negata.Scrittura indelebile.
Voto: 5 / 5
franco francouggetti@tiscali.it (15-06-2005)
Libro impervio, struggente e bellissimo. Di profonda e dolente umanità, modernissimo. Un grande libro, leggetelo.
Voto: 5 / 5
free1eagle (09-06-2005)
Quando la Storia entra nel cuore, è Magris. da assaporare fino in fondo.
Voto: 5 / 5
luciano ferrari ferrariluc@tin.it (25-05-2005)
E' un libro, che ripropone per l'ennesima volta il talento di un testimone del nostro tempo. Come non ricordare le suggestive connotazioni dei personaggi dell'Orco Insabbia?Ora come nonmai "alla cieca" è un'esplorazione ,lucida,tormentata di una realtà che sempre di più diviene globale.Alla ricerca di quella frontiera fra realtà e sogno,per cui il sogno è il vero riscontro della realtà.La lezione dantesca:il viaggio nell'adilà è una esplorazione della realtà concessa,ha un grande discepolo.
Voto: 5 / 5
MARIE-JEANNE (07-05-2005)
ASSOLUTAMENTE PERFETTO. UN LIBRO DA LEGGERE E RILEGGERE.
Voto: 5 / 5

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