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Gadda Carlo E. - La cognizione del dolore | "La violenza autolesionista assume, nelle pagine della "Cognizione", un suono curioso. Qualsiasi denigrazione Gadda compia di se stesso, si trasforma, tra le mani di questo straordinario Narciso, in una apologia. Senza volerlo egli fa il vuoto attorno a sé: spopola il mondo, con un gesto infastidito allontana i noiosi fantasmi quotidiani." (Piero Citati)
9 recensioni presenti. Media Voto: 4 / 5chiara (27-01-2009) fa abbastanza schifo. prende il via solo nelle ultime pagine, ed è complicato come pochi. di certo non lo leggerò mai più. è pesantissimo. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Roberto (20-09-2006) Ho letto questo libro circa due mesi fa, dopo anni che ne avevo studiato l'autore a scuola; un po' riluttante per colpa di chi me l'aveva sconsigliato, di chi me l'aveva descritto di una difficoltà insuperabile e sicuramente per colpa mia che li ho ascoltati. Ho scoperto, invece, uno dei libri più belli in assoluto; certi pensieri, addirittura solo certe parole mi han dimostrato che l'autentica poesia non è necessariamente quella scritta in versi. Quanto mai attuale, secondo me, in una società "pirobuttirrica" come la nostra. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
DeAlbertus (13-09-2006) Gadda è l'unico scrittore del novecento ad essere narratore e poeta insieme. Nemmeno Joyce ci è riuscito. Chi termina l'Ulisse è ripagato da tanta fatica con l'acquisizione di un romanzo-summa che dice tutto dell'uomo dalla sua evoluzione da sapiens fino ai giorni nostri. L'Ulisse è un opera cosmico-enciclopedica, è un grande virtuosismo linguistico, ma provate a citarmi un passo commovente che, terminata l'ulima pagina, avete voglia di rileggere. Non c'è. la scrittura è troppo densa, materica, per sostanziarsi in momenti particolari. L'opera di Gadda, oltre ad essere anch'esa enciclopedica (perchè con la scrittura tocca tutti gli stati d'animo e le fasi storiche della lingua italiana) è poetica nel senso che ferma l'attenzione del lettore su certi passi, lo commuove, lo spinge a non andare oltre il prossimo capoverso, a rilegegre, a rigustare. Con gadda la grande sfida della scrittura non è più coniugare la forma con la sostanza, ma la dimensione narrativo-romanzesca con quella poetico-intimista. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Maurizio Ricci (04-05-2006) Mi aspettavo un "libro-palla", di quelli insomma ideali per accompagnare uggiose giornate in un casolare abbandonato tra i monti....con quel titolo, poi....
Avevo appena concluso "Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana" con un discreto sforzo.....Invece questo "La cognizione del dolore" è più avvincente di un vero thriller contemporaneo, coinvolgente, scritto in maniera sublime. Ci sono diversi passaggi da antologia, da rileggere più volte e mandare a memoria....i "manichini ossibuchivori" sono semplicemente geniali. Un capolavoro della letteratura italiana di ogni tempo. Da far leggere agli studenti delle scuole superiori. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
gius. (12-03-2006) se mai esisterà altro uomo capace di scrivere un tal romanzo,non potrà non sentirsi vicino a qualcosa che assomigli ad un Dio,capace di tutto e dell'oltre-tutto.A noi non restrà altro che l'adorazione e la gioia della conoscenza che eleva,e la tetraggine a coprire la nostrà impotenza dinanzi all'inarrivabile. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
dada domi_dada@yahoo.it (04-08-2005) Terminare di leggere questo romanzo è paragonabile alla salita sul Golgota. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Sasso sasso67@aruba.it (10-11-2004) "La cognizione del dolore" non è un libro (non a caso nemmeno sulla copertina campeggia la spesso ingannevole scritta "romanzo") facile. È un caso più unico che raro di libro passato attraverso almeno tre redazioni in epoche diverse e rimasto incompiuto. È un libro che ho letto con la stessa fatica che se fosse scritto in una lingua straniera, ma che alla fine mi ha ripagato dello sforzo. Sì, perché Gadda è Proust e Joyce e Queneau nelle meno di 200 paginette di questo capolavoro del Novecento letterario, ed è padre di tanta letteratura "buona" dei nostri tempi, dalla macerante riflessione sull'impotenza della condizione umana alla letteratura umoristica dei vari Benni e soci. E "La cognizione del dolore" è un «quel ramo del lago di Como» ripetuto all'infinito, che ci sospinge ogni volta sui denti a sega del Serruchòn a contemplare, attraverso un linguaggio che ha risciacquato i propri panni nell'Arno come nel Po, come nel Sele, come nel Rio della Plata, le miserie delle città e delle villette che giacciono ai piedi della montagna. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
G.L. nicoletta.savoldi@tin.it (13-07-2004) Testo violento, iperbolico joyciano. Un'autobiografia sottile e pedante, la cui barocca architettura sorprende più per l'aspetto stilistico e terminologico che per quello contenutistico. Un esempio mirabile del delirio grottesco dell'Autore. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (17-03-2003) Due Stati immaginari collocati quasi fuori del mondo, ossia sulla “Cordillera” sudamericana, e della stessa etnia, si fanno guerra continuamente e i loro “plenipotenziari” sono sempre pronti, tuttavia, a stipulare accordi di pace. Maradagàl (“ventisettemilioni di bipedi”) e Parapagàl i loro nomi. E nel primo di questi (“così simile, per molti aspetti alla nostra perduta Brianza”), alle pendici della montagna c’è un paesino di nome Terepáttola, vicino al quale sta un altro paese, anche questo dal nome gagliardo: Pastrufazio. Ma non finisce qui: altri cittadini si fanno la guerra tra loro: i Serruchonesi (coltivatori di piselli pregiati) e i Lukonesi. L’obiettivo finalmente circoscrive il suo occhio e mette a fuoco questi ultimi, ossia il paese di Lukones, abitato da personaggi curiosi, a cominciare dalla lavandaia Peppa, dalla moglie nana del becchino di Lukones e dal vigile notturno Gaetano Palumbo, meglio conosciuto come Pedro Mahagones, cui una granata “penetrante e dilacerante” aveva stecchito, così lui lasciava falsamente credere, la gamba sinistra: “buona gente” tuttavia. E poi l’occhio si gira e di nuovo mette a fuoco qualcosa: Pastrufazio è un’accolta di stili architettonici, che paiono riassumere il mondo intero. Terepáttola vanta la presenza, ahimè per poco, ché morrà, del vate Carlos Caçoncellos, autore di “dugento mila dodecasillabi, e ventitre mila tetrametri giambici”. Questa ripida discesa o salita o anche, se vogliamo, scorribanda tra i paesi fantastici della Cordillera, l’abbiamo fatta in pochissime iniziali pagine, e se non fosse per il compiaciuto vezzo stilistico (con passaggi toscani e, in particolare, fiorentini) di questo scrittore “arzigogolato e barocco” e il suo vocabolario leziosamente anticato, ci verrebbero in mente Gabriel García Márquez e il suo “Cent’anni di solitudine”.
Più che per la storia narrata, infatti, l’autore prova un interesse narcisistico per la parola (sarebbe lungo l’elenco di quelle desuete o create), intorno alla quale pare avvitarsi in una spirale che piacevolmente Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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