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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Doninelli Luca - La revoca

La revoca TitoloLa revoca
AutoreDoninelli Luca
Prezzo € 7,23
Prezzi in altre valute
Dati1998, 127 p., brossura
EditoreGarzanti Libri  (collana Gli elefanti)

Attualmente non disponibile su IBS
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3 recensioni|Invia recensione|
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Descrizione
"Un giorno, improvvisamente, mi venne fatto di chiedermi se avevo la coscienza a posto": dopo aver abilmente attraversato la falsa inquietudine senza cui non ci si sente moderni, dopo essersi rinchiusi in quel "pensiero rateale, condominiale" che fa della tranquillità l'unica regola di vita, Mario protagonista senza qualità e io narrante del romanzo - scopre che il suo avaro programma è irrimediabilmente entrato in crisi. La realtà, fino ad allora ingabbiata a far da cornice al suo successo, gli si rovescia addosso con la violenza disperata di un temporale. È un'insofferenza, uno sgomento che lo costringe a fare i conti con il passato: come se un demone gli imponesse la sua verità. Dalle vie di una metropoli multiforme e degradata, da una campagna senza tentazioni d'idillio, emergono ricordi, ombre fugaci e disperate, sentimenti traditi; e ritornano colpe e rimorsi cui è diventato necessario dare un nome. Tra Mario e la sua "stirpe di morti" si intreccia un silenzioso colloquio, mentre sua sorella Maria - che da angelo, da santa, da genio della famiglia, si era trasformata in mostro - sembra chiamarlo dall'abisso.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
TESTORI, GIOVANNI, Gli Angeli dello Sterminio, Longanesi, 1992
DONINELLI, LUCA, La revoca, Garzanti, 1992
recensione di Quinzio, S., L'Indice 1992, n. 8
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Se si volessero fare dei nomi, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta: la letteratura contemporanea, in blocco, non dice in definitiva altro che l'orrore di esistere, il dilagare dell'assurdo, l'angoscia del nulla e la catastrofe come ultima e unica residua possibilità di senso. Nomi? Vanno terribilmente bene Kafka e Kraus, Beckett e Peter Weiss, Céline e Ionesco, Rimbaud e Durrenmatt, Gottfried Benn e Giorgio Caproni, Thomas Bernhard e Pessoa, Gunther Grass e Canetti, Bloy e Cioran...
Il fatto, a prima vista curioso, è che ciascuna di queste innumerevoli voci viene considerata come un caso personale a sé, un'eccezione: ciascuno, come Leopardi, ha la sua gobba. Non si sente il peso intollerabile dell'insieme delle testimonianze letterarie, e tanto meno, naturalmente, quello della loro convergenza con le testimonianze che provengono dal mondo dell'arte e della filosofia contemporanee. Al più, galleggia nella nebbia generale la parola "nichilismo", che sembra etichettare una moda paradossale e deviante, sospettata, per di più, di essere al declino, tenebra in via di essere definitivamente fugata dal "nuovo ordine mondiale" alle porte. Si fa finta di niente, ma, a pensarci su, questa reazione è tutt'altro che curiosa; è anzi necessaria, perché in effetti con la letteratura, l'arte, il pensiero, il costume del nostro tempo non è possibile continuare a vivere.
I rintocchi dell'ormai vecchia campana - Dio è morto, la filosofia è morta, la poesia è morta, il teatro è morto, il romanzo è morto - non svegliano nessuno. Svegliarsi a cosa? Testori ha scritto un breve romanzo," Gli Angeli dello Sterminio", che racconta l'Apocalisse. L'Apocalisse a Milano, che è il mondo di Testori. Il verme che si snoda lungo le strade della città consumata dalle fiamme dell'incendio finale è il verme della storia che l'attraversa.
"... Lento e solenne il verme processionale dei defunti, dei re, dei principi e dei santi si muoveva dalla Piazza, se della Piazza qualcosa era ancora restato; un riflesso di tutte le sue porpore, di tutti i suoi spegnentisi ori s'agitava, tra le luci del tramonto e quelle delle fiamme, trapuntandone la sacra e tragica ritualità...". L'Apocalisse non è un giudizio morale. Testori - che ha scritto "In exitu" - non poteva ridurla a questo. Anche ciò che è più sordido e schifoso (ed è pressappoco tutto quello che resta) è guardato con pietà, perché l'infelicità delle creature umane è più grande delle loro colpe. E alla fine anche il dolore è stanco, come svuotato, i gridi si spengono subito, ricadono senza forza.
Oltre la sofferenza, non c'è che "la totale e ridicola inutilità" dei nostri sforzi. Anche dai carcerati fra i quali era stato appiccato l'incendio, "veri o presunti assassini, strangolatori, stupratori, spacciatori, venditori per lucro di figli e figlie, ... il fuoco, bruciandoli, aveva fatto emergere una strana consistenza d'inconsapevolezza e, persino, d'innocenza". Per questo i cinquanta motociclisti chiusi nel loro casco bianco e nelle loro tute nere che calpestano i cadaveri e gli agonizzanti sul sagrato del Duomo possono essere gli Angeli dello Sterminio, coloro che compiono ciò che è decretato, coloro che nel "terrificante sì, ma lucidissimo e, dunque, disumanamente gaudioso", lasciano irrompere "la forza di una sconosciuta apertura".
Quando Testori accenna al nascondimento, alla elusione, alla sublimazione falsificatrice della vita e della morte, allora alla violenza delle espressioni più crude subentra il sarcasmo: "... il computer in uso presso l'arcivescovado, anzi, il computer dentro cui lui, l'Arcivescovo, aveva interamente versata e schiacciata la sua biblica sapienza onde poter fissare e, poi, avviare, i modi nuovi, e comunque più consoni ai tempi, l'auscultazione di lui, il Verbo...".
Al libro di Testori, al suo urlo ancora disperatamente tentato, alle schegge dei suoi linguaggi diversi e irriducibili a unità, perché se potesse esistere ancora il linguaggio nella sua integrità non saremmo alla consumazione finale, si può avvicinare "La revoca", romanzo del giovane Luca Doninelli, un altro cattolico. Il luogo è lo stesso, Milano, e il tempo precede forse appena d'un attimo quello del racconto di Testori. La Città, nella quale e intorno alla quale si aggira il protagonista, è disfatta, può accadervi solo la catastrofe.
Ma Doninelli - accanto al quale, per un confronto, qualcuno ha osato evocare il nome di Dostoevskij - è come se fermasse la narrazione un istante prima. Compie "La revoca". La parola è, immagino consapevolmente, ambigua. "Re-vocare", cioè "richiamare", può significare un ritorno alla vita (revocare, o richiamare, in vita), ma significa anche ritirare, annullare. Mario, protagonista opaco e negligente e io narrante del romanzo, percorre la sua arida strada alla ricerca della tranquillità e del successo che dovrebbe garantirla. Abbandona la famiglia d'origine, e poi anche la compagna, e sprofondando nel nulla della città si ritrova in compagnia dei propri morti, della sorella Maria anzitutto, che da creatura angelica si era trasformata e degradata, fino a morire strozzata da un amante occasionale sotto un ponte della periferia.
Mario, infine, ritorna nella sua vecchia casa: "Adesso tornavo, anche se erano tutti morti". È la fine del romanzo. La revoca, dunque, è o sembra essere la revoca dell'indifferenza con la quale il protagonista si era abbandonato pigramente alla convinzione di un comune "destino irreversibile di rovina; fin dalla nascita, l'uomo non può far altro che scavarsi la fossa e infine seppellirvisi". Maria era stata conseguente nella stessa convinzione, Mario, invece, compie la revoca.
Ma il suo ritorno a casa che cosa è mai, che cosa può essere, se non il ritorno a una condizione che lui e la sorella, e gli stessi loro genitori, avevano già sperimentato come mostruosa falsità ("i nostri genitori, in perpetua malafede"). La revoca, il ritorno, sembrano comportare il ritorno alla medesima non resistenza all'orrore di cui siamo ormai diventati anche troppo consapevoli, come di un dato di fatto irrevocabile, di una condizione ineludibile.
Nel gioco psicologico che appare spesso ricercato ed esasperato, nell'ostentazione della foia incalzante affiancata al troppe volte ripetuto (e sospettabile) compiacimento per il successo e la celebrità, nello stesso indugiare sugli aspetti più desolati e disumani della città, e infine anche e soprattutto nel ritorno, credo ci sia parecchia letteratura. Del resto, lo dice l'io narrante: "Io chiedevo alla letteratura di farmi vivere, essa era il mio Dio". Se tutto è nulla, non resta altro da fare che fare letteratura (lo sapeva già Kafka, anzi lo sapeva già Kierkegaard). Ma qui il far letteratura sembra fissarsi nel ruolo dell'"intellettuale", che si riconosce ed è riconosciuto come tale. E allora non di rado s'inciampa: " Il caldo dentro l'ospedale pareva non avere alcun rapporto con l'estate, che adesso entrava, sottile e fresca, a battere sul mio avviso si può naturalmente dire che la letteratura non è separabile da se stessa. Infatti, anche in Testori c'è evidente, il gusto della parola, il compiacimento dell'espressione, ma è disperato, è la consolazione del dannato. In lui la letteratura soffre di non essere altro che letteratura. Per questo Testori guarda sopraggiungere l'Apocalisse e non compie nessuna revoca, non ritorna a casa.

I vostri commenti
  Media Voto: 3.66 / 5

Sentenza (22-11-2006)
intellettualmente, pregevole. la narrazione ha alcuni momenti buoni. poi si fa pesante, attorta. risultano eccessivi, a tratti, la ricerca psicologica, il tono meditativo, il rimestare dolcezze e amarezze passate. la scrittura a volte troppo compiaciuta. il DUE non intende essere una totale bocciatura. c'è molta buona letteratura in questo lavoro. preferisco la pura Forma (non che LA REVOCA sia un mero esercizio di stile!, è certamente molto di più), alla sciattezza di certi "giovani". ho evitato di leggere solo l'ultimo capitolo, per aprire un libro di Dovlatov, che rimette in ordine i pensieri, e fa pulizia nel cervello.
Voto: 2 / 5
li-u (17-09-2005)
profondo, vero e toccante. doninelli è uno dei migliori scrittori di casa nostra.
Voto: 5 / 5
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (18-12-2003)
Si faccia attenzione quando, certi giorni, ci travolge una smania insolita e vaghiamo in cerca di un luogo indefinibile in cui poter trovare un po’ di pace, giacché questo può essere il segno, l’ora di un cambiamento che ci riguarda. Succede a Mario, il protagonista di questo romanzo, un intellettuale famoso, che ad un certo punto della sua vita non riesce più a sopportare ciò che lo circonda e, se volge il capo al suo passato, non trova altro che il vuoto e il nulla. Condizione terribile, dunque, spietata, nella quale è da augurarci di non incorrere mai, o vi incorriamo, invece, senza che ce ne accorgiamo. Vediamo come se la cava il nostro personaggio. Fuori si è messo a piovere. Milano è una città che, quando d’estate cade la pioggia, sembra dilatarsi, “mentre il sole la raccoglie tutta come sul palmo di una mano.” Mario, nel vuoto in cui all’improvviso si ritrova, avvia, inconsapevolmente o meno, un processo di reinterpretazione della realtà, che gli si presenta nel rimescolio di passato e presente, di vita e di morte. Si accorge così che sta ricomponendo a fatica e dolorosamente “quello che c’era sempre stato.” in una visione d’insieme in cui, tuttavia, ancora non riesce a discernere. Ma si sta compiendo una mutazione. Ciò che pareva andato distrutto nel trascorrere del tempo, e soprattutto con la morte, è lì, invece, per rimescolare e corroborare una natura nuova dentro di lui. Mentre al telefono sta parlando con la sua fidanzata Flora “mi accorsi che continuavo a dimenticarmi di lei”. Quella ricostruzione che si avvia di se stesso negli altri e nelle cose, finisce per dare ai personaggi che s’incontrano il connotato di parvenze, fantasmi, e potrebbero essere perfino lo specchio in cui si riflette la stessa mutazione. Doninelli dà alla storia tutto il peso e la sofferenza che il pensiero assume su di sé nel momento che cerca di afferrare e decifrare la conoscenza. La prostituta peruviana Asunción e il suo sventurato fratello, ad esempio, immersi nell’umiliazione e nel dolore, potrebbero essere proprio il
Voto: 4 / 5

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