|
|  |
Handke Peter - Il mio anno nella baia di nessuno | Cogliere attraverso la scrittura il semplice presente, il momento che stiamo vivendo, l'istante senza limiti: è il progetto di Gregor Keuschnig, già protagonista de "L'ora del vero sentire". Dunque il personaggio centrale del romanzo più ampio e ambizioso di Peter Handke si ritira nella "baia", una località nei pressi di Parigi, per dare forma a un progetto che vive soprattutto di infinite diversioni e metamorfosi. In primo luogo ci sono i paesi del mondo, i luoghi e i viaggi di cui Handke è magistrale cantore. C'è l'arte del raccontare, ricondotta alla sua essenza più vera. Ci sono, tanto inafferrabili quanto emblematiche, "le storie degli amici": il cantante, il lettore, il pittore, "la mia amica", il prete ma anche "mio" figlio...
| La recensione de L'Indice |

recensione di Morello, R., L'Indice 1997, n. 1
(recensione pubblicata per l'edizione del 1996)
Mentre non si è placato il clamore suscitato da "Un viaggio d'inverno ovvero giustizia per la Serbia" (Einaudi, 1996; cfr. "L'Indice", 1996, n. 9), torniamo a parlare di Handke facendo un passo indietro. L'occasione è offerta da questo romanzo pubblicato nel 1994 ora opportunamente tradotto in italiano, nonostante la lunghezza - 1067 pagine fittissime, che nell'edizione italiana si riducono a 504 per via del diverso formato del volume.
"Il mio anno nella baia di nessuno" è una sorta di ricapitolazione della narrativa di Handke, una summa che ne condensa tutti i pregi e i difetti. A una prima lettura colpisce anzitutto l'intenso lirismo di certe pagine, la capacità di evocare atmosfere, soprattutto di luoghi e paesaggi naturali, guardando la realtà con occhi affascinati e nello stesso tempo disincantati ("E chi dice che il mondo sia già stato scoperto?" - si domanda il protagonista scrittore). Pochi autori oggi possono eguagliare Handke nell'arte della descrizione, scomparendo letteralmente nelle pieghe del testo; non a caso egli si dichiara erede di Adalbert Stifter, il grande scrittore austriaco dell'Ottocento, esplicitamente chiamato in causa in un passo che ricalca alla lettera la celebre prefazione alla raccolta di racconti "Pietre colorate" (Mursia, 1991, ed. orig. 1853): "Non doveva trattarsi di nient'altro che del narrare di fenomeni, pacifici, che fossero già il tutto e complessivamente alla fine forse l'avvenimento: lo scorrere di un fiume attraverso le stagioni, l'avanzare della gente; il cadere della pioggia, su erba, pietra, legno, pelle, capelli; il vento in un pino, in un pioppo, su un muro di pietra... il semplice farsi sera".
Più che a un romanzo vero e proprio siamo di fronte al resoconto di un aspirante romanziere che vorrebbe comporre un epos moderno. Costui - un avvocato che in gioventù sognava di diventare il Balzac viennese e aveva per modello "La Scalinata" di Heimito von Doderer, lo scrittore epigonale del dopoguerra, teorizzatore del "romanzo totale" - dopo vari tentativi a vuoto, nell'intento di scrivere "una preghiera in forma narrativa", approda infine all'idea di un libro "ricavato dal nulla", proprio come sognava Flaubert.
È evidente che Handke ha voluto rendere omaggio a una concezione della letteratura in cui egli, nonostante la distanza epocale, si riconosce: quella che aspira all'assoluta oggettività, a un romanzo sottratto alla storia, fatto di eventi minimali, anzi di non-eventi, che trasmettano un senso di durata e di continuità. Il suo io narrante trabocca di nostalgia per il fluire epico della tradizione e ammira la saldezza granitica delle proposizioni del "corpus iuris": la codificazione legislativa gli appare come il modello ideale di ogni scrittura, perché possiede un'esaustività capace di arginare il caos e il disordine. La plastica staticità di questa visione, che minaccia però di soffocare il libero fluire della vita, si contrappone in modo polemico al grande modello della letteratura austriaca degli ultimi anni: Thomas Bernhard. Mentre Bernhard è stato corrosivo, autoironico, ribelle nei confronti della realtà e dei fatti, coltivando la scrittura come dissoluzione di ogni immagine e concetto, lo scrittore immaginato da Handke si propone di essere costruttivo, di rappresentare, persino di insegnare. La poetica del personaggio non si identifica tuttavia totalmente con quella dell'autore, per cui il romanzo finisce per frammentarsi in tante schegge. L'impossibilità di scrivere una storia tradizionale corrisponde all'incapacità del protagonista di dare un centro alla propria esistenza. Intorno alla sua vicenda personale, segnata da un'esperienza familiare fallimentare, ruotano quelle di altri personaggi: il cantante, il lettore, il pittore, il prete, il "figlio". Per tenerle insieme Handke ricorre a espedienti nello stesso tempo pre e postmoderni, come l'autoreferenzialità, l'allusione o il riferimento esplicito a personaggi e situazioni dei suoi libri precedenti. L'io narrante ad esempio è quel medesimo Gregor Keuschnig che era stato il protagonista dell'"Ora del vero sentire" (Garzanti, 1996, ed. orig. 1979); ricompare, in veste di doppio, anche Philipp Kobal, il protagonista della "Ripetizione" (Garzanti, 1990, ed. orig. 1986). Inoltre la vicenda si svolge nel 1997, in un futuro molto prossimo, un po' come il film di Wenders "Fino alla fine del mondo" ambientato nel 1999. Questo breve scarto temporale, che non corrisponde a una dimensione futuristica vera e propria, serve all'autore per creare l'illusione di uno sfondo storico credibile.
Come il narratore benjaminiano - interpretato nel "Cielo sopra Berlino" dal vecchio attore Kurt Bois - il protagonista del racconto di Handke consuma la sua nostalgia per il passato in una periferia urbana degradata. La "baia", ossia il sobborgo-dormitorio parigino dove si rifugia per scrivere, assomiglia a un esilio dal mondo, pur restando nel mondo. I margini delle grandi città sono luoghi dove il senso di infinita libertà si alterna alla consapevolezza dell'inafferabilità del mondo. Dalla finestra della sua stanza all'Hotel des Voyageurs lo scrittore osserva la piazza della stazione: "Osservare è il mio modo di partecipare" - annota - "il racconto è la musica della partecipazione". Così si snodano le pagine che descrivono le sue peregrinazioni di flâneur tra le varie località della "banlieue" parigina, le passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi, i rari incontri, alcuni ritratti - memorabile quello dei vicini di casa fracassoni, di una comicità esilarante, degno di un film di Jacques Tati - e infine la poesia nascosta di certi angoli (lo stagno nel bosco, gli orti lungo la ferrovia).
Nella sua traduzione Claudio Groff ha privilegiato la complessiva leggibilità del testo, rendendo agevole la navigazione attraverso le lunghe disquisizioni autoriali che cementano tra loro le varie storie. Senza di esse tuttavia non sarebbe possibile salvare qualche brandello di autenticità dall'immane sgretolamento generale, nella deriva dei significati decontestualizzati. Dove non esiste più storia - suggerisce Handke - sta all'autore, sia pure con gesto artificioso e arbitrario, costruire in qualche modo una "sua" storia che la supplisca - e questa è, probabilmente, una delle possibili chiavi interpretative del titolo.
|
|
 | I più venduti di Handke Peter |
| Chi sceglie questo libro legge anche |
|
|