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Zweig Stefan - Novella degli scacchi | Stefan Zweig scrisse "Novella degli scacchi" nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, insieme con la seconda moglie, nella città brasiliana di Petropolis, il 22 febbraio 1942. La notizia della sua morte fu soffocata da quelle provenienti dai fronti di guerra e così anche la sua ultima, disperata protesta, non fu che un flebile grido, quasi inudibile nel frastuono di quegli anni. Nella "Novella degli scacchi" lo stato d'animo di abbandono, di infinita stanchezza, di rinuncia alla lotta, è prefigurato nella sconfitta di colui che rappresenta la sensibilità, l'intelligenza, la cultura per opera di un semianalfabeta, ottuso uomo-robot. E, a rendere ancora più crudele la disfatta dello spirito, Zweig scelse come terreno dello scontro una scacchiera.
Media Voto: 5 / 5claudio (16-04-2010) Continuo nella lettura dei libri si Stefan Zweig e mi viene il rimpianto di non averlo scoperto prima, questo grande autore "europeo". E non sono d'accordo sulla prefazione di Del Giudice che giudica Zweig scrittore minore, riportando anche acide considerazioni di Musil e in particolare di Gadda.
Sto sempre più percependo Zweig come un grande della prima metà del novecento e la sua scrittura è tuttora attuale, come solo i grandi sanno fare.
In questo racconto entrano gli incubi dello stesso Zweig, cancellato nella sua patria e nel resto dell'Europa da quel nazionalsocialismo che ha distrutto il vecchio mondo, portando solo lutti e angosce. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Luca Ormelli lormelli@hotmail.com (07-09-2009) E' sulla scacchiera che, con bianconero arabesco e lingua miniata, Zweig inscena la "chiusura definitiva" (p. 90) della sua vicenda personale ed il disagio per il rimpianto MONDO DI IERI del quale è stato eminente protagonista, quel mondo di raffinati spiriti e di devozione misurata per il bello, di elezione ed aristocrazia dell'animo minacciato e sopraffatto dall'"uomo nuovo" Czentovic, il "praticone" (p. 91), in cui "la riflessione appariva come uno sforzo addirittura fisico" (ibidem), di "una ignoranza parimenti universale" (p. 18). E' un mondo, quello di ieri, che alla luce livida e disumanizzante del giorno d'oggi non può che sembrare (fuor di metafora scacchistica) trasecolata fantasmagoria, fantasia malata "perché continuo a dubitare che quelle centinaia e forse migliaia di partite che ho giocato fossero davvero partite regolari e non solo una specie di sogno, di febbre" (p. 89). Così afferma il Doppio del narratore, quel dott. B. che estrema maschera dello spirito e dell'urbanità assediata capitola nell'allucinazione quando asseconda la volgarità e la barbarie del moderno e si risolve al giocare non più con "diletto" ma con l'avida ostinazione del professionista privo di garbo ma ricco di caparbietà della quale si ammanta come del suo migliore talento. Ed uno spirito raffinato facilmente si estenua, si consuma e langue sconfitto, in un suicidio largamente preannunciato dalle fanfare del disagio della civiltà, una civiltà (Kultur) incapace di guardare al di là del principio di piacere. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Andi (24-04-2009) Un libro bellissimo, molto psicologico, lo consiglio a tutti Voto: 5 / 5 |  |  |  |
angela (01-09-2006) una lettura da non farsi mancare. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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