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Hardy Godfrey H. - Apologia di un matematico | Un grande matematico del nostro secolo scrive una dichiarazione d'amore per la disciplina a cui ha dedicato la vita. Libro di culto per tutti i matematici, l'Apologia è intessuta di humour, logica e malinconia: anche quando l'autore sembra conversare di cricket o di scacchi, della giovinezza o della vecchiaia, o quando "racconta un teorema" il lettore viene sempre reso partecipe dell'intimo piacere che solo la creazione può dare.
| La recensione de L'Indice |

A oltre dieci anni dalla prima edizione italiana, torna in libreria uno dei più affascinanti "atti d'amore" per la matematica, non a caso scritto verso la fine della sua vita da uno dei massimi matematici del Novecento ->Godfrey H. Hardy ->, quasi sicuramente sconosciuto al grande pubblico. Personaggio abbastanza strano (copriva gli specchi per non vedere la sua immagine), Hardy viene brillantemente presentato nella prefazione da Charles P. Snow - altra importante personalità scientifica della storia del Novecento (il suo Le due culture ha fatto epoca) ->, che ce lo descrive raccontando la loro lunga amicizia, nata grazie alla comune passione per il cricket. Per Hardy la matematica aveva un valore soprattutto estetico, e ha sicuramente ragione quando sostiene che il principale elemento di attrazione per questa disciplina è proprio quello estetico, la ricerca di una bellezza che si può ritrovare tanto nelle costruzioni elementari quanto in quelle più raffinate e complesse. Hardy sostiene anche che gli enti matematici e le loro proprietà hanno un'esistenza indipendente da chi li scopre, per cui il matematico non sarebbe altro che un navigatore, un esploratore (mentale) che scopre passaggi nuovi e traccia nuove mappe dell'universo matematico. "Credo che la realtà matematica sia fuori di noi, che il nostro compito sia di scoprirla o di osservarla, e che i teoremi che noi dimostriamo, qualificandoli pomposamente come nostre 'creazioni', siano semplicemente annotazioni delle nostre osservazioni". La matematica di cui parla Hardy non è la matematica "utile", la matematica che serve ai tecnici, agli ingegneri, agli statistici. È la matematica "inutile", la matematica "pura", fine a se stessa, la matematica "bella", la "sua" matematica. (Anche se poi, come osserva Edoardo Vesentini nella prefazione all'edizione italiana, è proprio la "legge di Hardy" che in genetica spiega la trasmissione dei caratteri mendeliani primari e secondari). Ma, allora, perché una persona decide di dedicarsi alla matematica? A questa domanda, alla fine della sua Apologia , così risponde Hardy. "La sola difesa della mia vita, o di chiunque sia stato matematico nello stesso mio senso, è dunque questa: ho aggiunto qualcosa al sapere e ho aiutato altri ad aumentarlo ancora; il valore dei miei contributi si differenzia soltanto in grado, e non in natura, dalle creazioni dei grandi matematici, o di tutti gli altri artisti, grandi e piccoli, che hanno lasciato qualche traccia dietro di loro". Sarebbe bello che le recenti esplosioni di entusiasmo per Infinities di Barrow-Ronconi o per il Nash-Crowe di A beatiful mind spingessero qualcuno a leggere questo libro. Lo aiuterebbe a capire che cos'è la matematica e che cosa significhi davvero essere un matematico (e magari perché val la pena di esserlo). Emanuele Vinassa de Regny |
Media Voto: 4 / 5Giampiero Castriciano (30-04-2007) Libro al di sotto delle aspettative. Solo la prefazione occupa ben 48 pagine su 108. Pochissimi i riferimenti sul pensiero e l'opera dell'autore che talvolta sembra peccare di una certa autoreferenzialità. Molti invece i riferimenti a situazioni secondarie quali il gioco del cricket ed altro. Non condivisibile l'opinione dello stesso Hardy sulla neutralità della matematica, opinione questa poco confacente alla statura intellettuale dello studioso. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
roberto (02-09-2004) trovo questo libro decisanente bello, e con una bella introduzione.
un libro che, a parer mio, piacera sia a matematici che non.
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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