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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali 

Ong Walter J. - Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola

Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola TitoloOralità e scrittura. Le tecnologie della parola
AutoreOng Walter J.
Prezzo
Sconto 20%
€ 12,80
(Prezzo di copertina € 16,00 Risparmio € 3,20)
Prezzi in altre valute
Dati1986, 254 p.
CuratoreLoretelli R.
TraduttoreCalanchi A.
EditoreIl Mulino  (collana Intersezioni)

Disponibilita immediata
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Cardona, G.R., L'Indice 1986, n. 6

Walter J. Ong è un autore già noto al pubblico italiano per almeno un'altra opera importante, "La presenza della parola", apparsa presso lo stesso editore nel 1970, e il richiamo a questo precedente non è irrilevante, perché ci ricorda come già da molti anni e non episodicamente Ong stia studiando le modificazioni e le trasformazioni legate al crescere dell'uso della parola scritta nella storia del pensiero occidentale. Il titolo originale di questo suo volume di sintesi è "Orality and literacy. The technologizing of the word" (Londra 1982) e il confronto tra i due titoli può essere significativo; literacy è un termine di difficile traduzione e forse il miglior equivalente potrebbe essere alfabetizzazione, a condizione di non considerare troppo legata la parola all'"alfabeto" da cui trae origine; nel sottotitolo, technologizing sembra rispondere a un interesse per l'aspetto dinamico, in divenire, del crescente ricorso alla tecnica, più che non per la tecnica (qui, le "tecnologie") in sé, quelle prodottesi nel campo della scrittura sono ben esigua cosa in paragone a tutte le altre innovazioni tecniche degli ultimi millenni, se non si osservano piuttosto i processi profondi che si producono via via che la parola viene trafilata nello stampo di alcune tecniche particolari (la scrittura manuale appunto, e poi la scrittura a stampa).
Ma una traduzione letterale del titolo sarebbe stata insopportabile, con il suo cumulo di -izzazioni, e dunque quella scelta è forse l'unica possibile; l'edizione italiana ha una breve ma viva introduzione di Rosamaria Loretelli; la traduzione ricalca un po' troppo l'originale inglese e presenta varie imprecisioni laddove si parli di cose meno ovvie, come quei "calendari a calcolo invernale" indiani che sono semplicemente i "winter counts", le cronache annuali.
Nel costruire il libro, Ong ha innestato suoi interessi di antica data a un filone di ricerca che si è fatto sempre più importante in questi ultimi anni, la produzione con intenzioni "letterarie" delle comunità senza scrittura, ed ha prodotto una sintesi leggibile e informata che di questo nuovo campo di interessi costituisce la più comoda introduzione ora disponibile. Una buona conoscenza degli studi principali su singoli casi (i materiali che vengono utilizzati spaziano dalle esecuzioni orali dei guaritori cuna di Panama, studiate da Joel Sherzer, alle rigorose leggi non scritte che governano la poesia somala e su cui ha cominciato a gettare luce Francesco Antinucci) si salda con una lunga riflessione autonoma, che traspare al vivo da un gran numero di osservazioni originali; e si citerà in particolare il capitolo 5 "Stampa, spazio, chiusura", di cui si apprezzeranno le considerazioni sui mutamenti irreversibili portati dal modo di comunicare proprio del libro a stampa. Non si tratta quindi di un mosaico di citazioni ma di un'opera unitaria e pensata. Rispetto ai suoi precedenti interessi tutti all'interno del pensiero occidentale, Ong ha avvertito la necessità di allargare il suo campo di osservazione e dunque i suoi esempi, oltre che da varie culture orali, sono tratti anche da tradizioni scrittorie diverse da quella alfabetica latina.
Ma proprio perché questo libro è utile ed anzi necessario, si dovranno registrare anche i punti di dissenso rispetto a singole formulazioni, e l'appunto principale che si può muovere a Ong è - ahimé - quello di essere tuttora rimasto troppo all'interno della visione alfabetocentrica occidentale. Per un verso egli ha superato e con forza la dicotomia tra scrittura e oralità - che vorrebbe naturalmente questa in sottordine rispetto a quella - perorando efficacemente l'autonomia e l'importanza dell'oralità. Con una divertente parabola egli critica coloro che vogliono definire e spiegare l'oralità in negativo, per quello che non è, paragonandoli a qualcuno che volesse spiegare che cosa è un cavallo a una società di automobilisti: un cavallo, per chi non ne avesse mai visto uno, è proprio come una macchina, solo che invece di vernice è coperto di pelame, non ha ruote ma zampe e zoccoli, non si ciba di benzina ma di biada, e così via: avremmo capito che cos'è un cavallo? Forse no; ma la parabola è più accattivante che giusta. Non c'è nulla di peregrino nello spiegare una cosa per quel che essa non è; i filosofi epicurei non spiegavano forse la felicità come l'assenza di dolore, come il "nihil dolere"? E per gli Gnostici Dio non doveva forse essere definito per sottrazione e assenza di qualità e proprietà tipicamente umane, e dunque non divine? Per altro verso, sappiamo che nulla esiste o comunque è definibile in sé e per sé, ma solo per opposizione ad altro; non potremmo capire l'oralità o anche solo considerarla un argomento di studio se non ci servissimo anche della lingua scritta; chi ha sempre parlato in prosa non ha certo coscienza di questa sua capacità e bisogna che qualcuno glielo spieghi, partendo appunto dalla distinzione tra prosa e poesia. Ma rivalutata l'oralità, e dunque superato questo aspetto del nostro etnocentrismo, Ong non raggiunge un pari equilibrio nei confronti di altre tradizioni. Innanzitutto la definizione di "scrittura" che viene data a p. 126 ("un sistema codificato di marcatori visivi per mezzo del quale lo scrivente poteva determinare le parole esatte che il lettore avrebbe prodotto a partire dal testo") è parziale e non utile; la concezione opposta a questa, dice Ong (ibidem) è quella che considera "scrittura" "ogni segno semiotico, ossia ogni segno visibile e intelligibile prodotto da un individuo, e a cui egli assegna un significato" (e cita "una semplice scalfittura su una roccia o una tacca su un bastone"). Ma nessuno può considerare "scrittura" un segno come quelli del tipo detto perché se è uno, il segno non esiste; un segno è tale solo all'interno di un sistema di altri segni, e se così è, se cioè si dà il requisito della sistematicità della notazione, allora non si vede perché non debba trattarsi di una scrittura. Non lo è solo se decidiamo con Ong, che a noi interessa solo la trascrizione della lingua parlata. E difatti quella che Ong ha in mente è - come si vede - la scrittura alfabetica; ma se questo è il suo punto di riferimento, non avevano dunque tanto torto coloro che definivano l'oralità come quel che rimane della scrittura tolte le lettere scritte. Tra le scritture come quelle latine e le forme invece puramente mnemotecniche, che richiedono una forte integrazione da parte del "lettore", c'è un margine molto più ampio di quanto farebbe immaginare la formulazione di Ong. Ma per l'appunto l'orizzonte delle scritture prealfabetiche è in gran parte ancora inesplorato; si conosce per esperienza diretta solo quello della scrittura delle lingue letterarie, per quanto la precede ci si deve servire dei manuali, che riferiscono poco e male su quelli che essi chiamano i "precursori" della scrittura; così avviene che si comprima in poche righe un estesissimo spazio scrittorio, e poi sulla base di questa compressione si giudichi. E invece, proprio la conoscenza dei meccanismi di trasferimento di informazioni per mezzo di segni grafici, a prescindere dalla loro codificazione in una lingua determinata è fondamentale per capire il seguito della storia, e cioè la scrittura alfabetica.
Tutte le notazioni di Ong sugli stadi prealfabetici, o meglio non alfabetici, sono ugualmente in difetto, per evidente mancanza di consuetudine: un'affermazione come "la comunicazione pittografica, tipo quella trovata fra i primi indiani d'America e presso altre popolazioni, non si sviluppò in una vera e propria scrittura perché il codice rimase troppo variabile" (p. 128) istituisce un giro vizioso; gli Indiani d'America non hanno avuto poi molto agio di sviluppare i loro sistemi, ammesso che ne avessero sentito la necessità, ma dove possiamo seguire una pittografia lungo un arco piuttosto lungo, e cioè in Mesopotamia o in Cina, vediamo che la variabilità non è un ostacolo, ma si riduce via via che crescono le richieste mosse al sistema scrittorio; e ne sono risultate scritture che nessuno si sentirà di dichiarare imperfette o insufficienti. Come molti occidentali, Ong non ha difficoltà ad accettare nel suo orizzonte di riferimento i Cuna o i Somali, purché vi possa arrivare attraverso la mediazione di un articolo scritto in stile occidentale, che quindi renda omologo quello che per definizione è altro; ma di fronte a grandi tradizioni come quella mesopotamica o cinese, su cui certo non mancano buoni lavori occidentali ma che è tanto più facile visitare di persona, egli sembra arrestarsi alla soglia, e si limita a osservazioni la cui imprecisione non è certo degna di uno studioso della sua levatura.
La scrittura cinese viene presentata a più riprese in modo inesatto, come un insieme ingombrante di caratteri (ma i 45000 caratteri del dizionario settecentesco Kangxi stanno al numero dei caratteri effettivamente usati nei vari periodi come le 450.000 parole dell'Oxford Dictionary stanno alle dimensioni del lessico inglese comunemente usato per scritto), ma "non c'è dubbio che i caratteri verranno sostituiti dall'alfabeto romano [cioè latino] non appena tutta la popolazione della Repubblica Popolare Cinese conoscerà la medesima lingua" (p. 130). Ma non esiste oggi nessuna tendenza all'abolizione della scrittura cinese tradizionale, n‚ nella RPCinese n‚ tanto meno nella diaspora dell'emigrazione; al contrario, la recente semplificazione dei tratti considerati superflui nei caratteri più frequenti sta conoscendo una battuta d'arresto: essa è più dannosa che utile, giacché finisce per far confondere caratteri invece ben diversi. È inesatto dire che il cinese sia un ibrido "di pittogrammi, ideogrammi, rebus, in varie combinazioni, spesso di estrema complessità e ricchezza culturale e poetica" (p. 131); ogni carattere può essere reso con una sequenza fonica, proprio quello che Ong richiede da una vera scrittura, con in più, rispetto alla nostra scrittura, un alone di connotazioni e di collegamenti attivabili a volontà a seconda del grado di conoscenza letteraria del lettore. Altrettanto imprecisi sono i dati su tutte le altre scritture non latine; ed è difficile capire da dove sia stata attinta la notizia, data come scontata, di un'invenzione dell'alfabeto in Mesopotamia intorno all'anno 1500 a.C. Queste cadute sul terreno extralatino da parte di un autore certo non "na'f" sono una spia significativa di un modo di valutare le diverse scritture; una volta fatto il vuoto intorno alla scrittura latina non rimane poi che constatare che effettivamente, al di là della scrittura latina, non c'è davvero un granché.

I vostri commenti
  Media Voto: 5 / 5

Michela (22-07-2008)
E' un libro scritto bene non difficile e molto curioso. Spiega il passaggio dall'oralità alla scrittura e aiuta a capire quali trasformazioni sono avvenute. In alcuni punti mi dicevo: "Questo lo sapevo già..." ma sono i libri come questo che ti portano a dover pensare a informazioni che sembrano già integrate dentro di noi ma che sono incomplete. Consiglio molto questa lettura.
Voto: 5 / 5
tomas tomas.bolettino@tele2.it (31-05-2008)
Assolutamente geniale, non ho parole per descrivere come Ong abbia trattato un tema rimasto fino a questo libro molto a livello astratto, ovvero il rapporto e le reciproche influenze tra oralità (tipica di culture cosiddette primarie) e scrittura (tipica di culture a conoscenza dei meccanismi anche manuali di produzione della scrittura), è talmente profondo che faccio anche fatica a spiegare in poche parole di cosa parla,lo consiglio a tutti e soprattutto agli studenti di comunicazione e di filosofia, perché se esite una filosofia per tutto questo libro getta le basi di una filosofia, e perché no, anche di una ontologia della scrittura e delle pratiche culturali e non ad essa collegate.DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE
Voto: 5 / 5

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