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Trigilia Carlo - Grandi partiti e piccole imprese: comunisti e democristiani nelle... |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Berta, G., L'Indice 1987, n. 7
L'Italia - o, come più sovente si è preferito dire, il "caso italiano"- ha la sorte di godere da anni di una singolare attenzione da parte delle scienze sociali. Declinata la moda che ha indotto a vedere nel ruolo del partito comunista l'elemento chiave di un'anomalia tema di ricerca e di estese riflessioni da parte degli studiosi, soprattutto anglosassoni, di scienza politica, da tempo se ne è affacciata un'altra, quest'ultima centrata sugli aspetti di organizzazione economica e sociale e tesa a cogliere nei sistemi di piccola impresa la configurazione più originale di un assetto produttivo che si orienta alla flessibilità e alla specializzazione. La "terza Italia", secondo la dizione coniata da Arnaldo Bagnasco per le aree ad economia diffusa, è stata così assunta come un nuovo modello di regolazione capace di combinare, a livello locale, un'elevata efficienza produttiva con un'alta specializzazione e versatilità del lavoro all'interno di uno stabile contesto di controllo politico.
Come tutti i modelli, anche questo deve in buona misura il suo fascino alle drastiche semplificazioni che attua. Quando si prenda in considerazione la complessità delle variabili compresenti nei distretti industriali di piccola impresa, il quadro che ne deriva finisce con l'essere più controverso e molto meno nitido. Il merito del saggio di Trigilia, che chiude una ricerca decennale sulle problematiche territoriali dello sviluppo condotta in stretta collaborazione con Bagnasco, è in primo luogo di fare chiarezza circa la legittimità di interpretazioni molteplici che in questi anni hanno avuto diritto di cittadinanza, ogni volta che si è discusso delle aree ove predomina la presenza di unità produttive di ridotte dimensioni.
Anzitutto, Trigilia pone in rilievo, con un uso rigoroso e controllato di una vasta raccolta di dati empirici, come il successo economico della "terza Italia" non possa spiegarsi come una rivincita del mercato, troppo a lungo penalizzato all'interno del sistema delle grandi imprese. Da questo punto di vista, tutto il suo libro dimostra che i sistemi ad economia diffusa sono stati tutt'altro che zone franche, di de-regolamentazione imperante Ma dimostra anche come essi non stano nemmeno modelli stabilizzati di regolazione, in qualche modo autosufficienti, richiedendo invece per il loro consolidamento degli interventi in grado di farli uscire dai loro limiti particolaristici e localistici. E soprattutto, mettendo a confronto un'area "rossa" (la Valdelsa), con un'area (Bassano) appartenente al Veneto, la regione "bianca" per eccellenza, documenta i molti punti di contatto tra esperienze territoriali plasmate dall'influenza di subculture politiche di lunga tradizione e di tenace presa sociale.
L'originalità dell'approccio di Trigilia sta nel considerare le subculture territoriali come un particolare sistema politico locale, e non più come un dato di sfondo o una precondizione su cui non incide il modello di sviluppo. Le due subculture prevalenti non sono infatti soltanto sistemi di rappresentanza o di riproduzione di identità, bensì anche strumenti che permettono una mediazione localistica degli interessi.
Per capire come ciò sia avvenuto, bisogna guardare al passato, al modo in cui le subculture socialista e cattolica si sono radicate facendo leva sulle particolarità e sui momenti di autonomia dei sistemi locali, in opposizione allo stato centrale. Trigilia è tra i pochi sociologi italiani a fare un uso non soltanto strumentale dei risultati della ricerca storica: per molti versi, le sue argomentazioni si qualificano come un tentativo di collocare l'analisi dei problemi attuali delle formazioni territoriali all'interno di una rilettura della storia contemporanea che enfatizza i momenti di tensione e di conflitto tra il centro politico-amministrativo e le periferie economiche e sociali.
La diffusione di culture a forte base solidaristica ha così sortito l'effetto, nel lungo periodo, di attutire e di ammortizzare i costi sociali della modernizzazione. Lungi dal costituirsi in fattori di semplice resistenza al mutamento, esse sono diventate agenti importanti nel processo di costruzione sociale del mercato, assumendosi al contempo compiti di protezione sociale e funzioni di mediazione tra gli interessi. Le subculture politiche sono perciò riuscite a incidere sui caratteri dello sviluppo, perché si sono collegate profondamente alla struttura di classe delle società locali e hanno fortemente concorso a determinarne la cornice istituzionale.
In termini più semplici, la vischiosità delle culture politiche a livello locale ha ottenuto lo scopo di dare luogo a un tessuto connettivo in cui hanno trovato espressione sia gli interessi imprenditoriali che gli interessi dei lavoratori. Trigilia mostra abbondantemente, in questo senso come le aree di piccola impresa non siano affatto contraddistinte da un minore tasso di sindacalizzazione; in esse, tuttavia, le relazioni industriali hanno un carattere più marcatamente regionale, oltre che, com'è ovvio, più localistico. Tutto ciò ha permesso un durevole "compromesso sociale", scrive Trigilia, "basato, da un lato, sull'elevata flessibilità e capacità di adattamento dell'economia ai movimenti del mercato e, dall'altro, sul controllo dei costi e la redistribuzione dei benefici dello sviluppo". Un compromesso che ha retto, senza dubbio, ma che col tempo ha subito un'inevitabile erosione delle risorse organizzative e sociali su cui si è fondato. Nella parte conclusiva del libro, Trigilia insiste sul fatto che le recenti trasformazioni hanno comportato un aumento del carico di problemi per i sistemi politici locali, proprio mentre è venuto diminuendo il consenso sul quale essi tradizionalmente contano. Insomma, la regolazione a livello locale tende a rivelarsi insufficiente a fronteggiare le questioni emergenti.
L'esito verso cui Trigilia conduce il suo ragionamento è l'individuazione di un nuovo livello di regolazione, sottratto alle angustie localistiche così come alle rigidità e ai vincoli del centralismo. In fondo, le ragioni che porta a favore di un nuovo e diverso regionalismo sono probabilmente tra quelle più convincenti per la rivitalizzazione di un livello, quello regionale, oggi in serio discredito. Quella di un asse di equilibrio tra centro e periferia passante attraverso una regolazione regionale degli interessi è un'ipotesi che dovrebbe forse trovare più proposte e consensi politici di quanto sembra trovare adesso.
Eppure, gli interessi maggiori sollevati dal libro di Trigilia sono forse di altro tipo. È così persuasiva la sua lettura dello sviluppo storico dei sistemi locali della "terza Italia", che viene da chiedersi se non sia lecito tentare un'interpretazione anche delle aree di più antica industrializzazione in chiave di sistema regionale. Con tutte le cautele del caso, necessarie per aree ove molto diversi sono il ruolo del mercato, le dimensioni dell'organizzazione d'impresa l'insediamento delle subculture, alcuni degli strumenti di analisi impiegati da Trigilia potrebbero servire utilmente alla ricostruzione dello sviluppo italiano come sistema di aree territoriali distinte ma interagenti.
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