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Mengaldo P. Vincenzo - L' epistolario di Nievo: un'analisi linguistica |
| La recensione de L'Indice |

recensione di Marazzini, C., L'Indice 1990, n. 1
Chi vuole verificare che cos'è rigore analitico in un lavoro stilistico e linguistico esemplare, scorra le pagine di Mengaldo sull'epistolario di Nievo. Un'antica abitudine (che oggi però ci condiziona molto meno) riservava fino a non molto tempo fa agli scrittori antichi, soprattutto medievali, le descrizioni sistematiche, ordinate per fenomeni grafici, fonetici, morfologici, sintattici. Ora, grazie agli storici della lingua ed ai critici 'analitici', non ci stupiamo più che un procedimento di lettura altrettanto rigoroso sia applicato ad un autore moderno, con relativa abbondanza di spogli. Nel caso di Nievo si può dire che il gioco valga la candela, perché le lettere "sono per eccellenza il luogo del plurilinguismo nieviano" (p. 340), dove si specchia più riccamente la varietà della formazione e competenza linguistica di questo autore. È una competenza in cui entrano vari dialetti: veneto, friulano (per Nievo questa è lingua semimaterna, ma anche, a volte, idioma estraneo ed ostico), mantovano, milanese. Accanto ai dialettismi, più o meno attenuati, lo studio di Mengaldo mette in evidenza i francesismi (nell'Ottocento - notava Migliorini - gli epistolari sono i luoghi tipici di fioritura dei francesismi) ed i toscanismi, a volte originati dalla lettura di Giuseppe Giusti, un autore che attorno alla metà del XIX secolo fece scuola di lingua.
A differenza di altri, Nievo risulta lavorare su di una tavolozza in cui il colore dialettale è vario per la ricchezza delle componenti, condizionate sia dalla mobilità della vita dell'autore, sia dal luogo di nascita degli interlocutori. Mengaldo dimostra ad esempio che i milanesismi cadono tutti in un gruppo di lettere dirette quasi esclusivamente a milanesi. L'italiano di Nievo, in conclusione, ci appare "così poco ortodosso, e a un tempo così inventivo", perché attinge alle "vane periferie della lingua" (p. 352), e viene sottoposto ad una elaborazione che produce neologismi espressivi. Questi risultati sono da porre in relazione con le opinioni di Nievo sulla "questione della lingua", alle quali forse non è stato attribuito in passato il giusto rilievo.
Il saggio, pur eminentemente analitico, tocca sovente problemi generali, relativi prima di tutto allo stile dello scrittore ed alla descrizione della lingua italiana dell'Ottocento, ma anche di diversa natura, come, che so, il modo di nascondersi o di rivelarsi di Nievo nelle lettere. Non sono affrontate solo questioni linguistiche, dunque, ma il critico arriva a centrare gli obiettivi più variati con una sua grinta particolare, con una assoluta chiarezza definitoria che, credo, deriva dall''habitus mentis' e dal rigore del linguista. Il lettore medio cercherà le prospettive più generali nella "Premessa" e nella "Conclusione" del libro. Lo specialista avrà occasione di sfruttare a fondo gli undici capitoli intermedi, nei quali sono molto curati i raffronti con l'uso degli autori coevi e con le testimonianze dei repertori lessicali del tempo, perché Mengaldo crede in un aureo principio, che così sintetizza: "A mio avviso è necessario farsi il più possibile contemporanei dell'emittente e dei suoi destinatari" (p. 31).
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