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Koestler Arthur - Freccia nell'azzurro. Autobiografia (1905-1931)

Freccia nell'azzurro. Autobiografia (1905-1931) TitoloFreccia nell'azzurro. Autobiografia (1905-1931)
AutoreKoestler Arthur
Prezzo € 19,63   Spedizioni gratuite in Italia
Prezzi in altre valute
Dati1990, 364 p.
TraduttoreFletzer G.
EditoreIl Mulino  (collana Storia/Memoria)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Flores, M., L'Indice 1990, n. 6

"Perturbazioni cosmiche talvolta provocano sulla terra tempeste magnetiche. L'uomo non è provvisto di organi capaci di captarle, e i naviganti spesso non si rendono conto che la loro bussola è impazzita. Noi vivevamo in mezzo a una simile tempesta magnetica, ma non riuscimmo ad avvertirla. Combattevamo la nostra guerra di parole, e ignoravamo che le parole familiari avevano perduto il loro senso e puntavano in direzioni sbagliate. Si diceva 'democrazia' solennemente come in una preghiera, e subito dopo la più grande nazione europea chiamò, con elezioni perfettamente democratiche, i propri assassini al potere. Si adorava la volontà delle masse, e la loro volontà si trasformò in morte e autodistruzione. Sì considerava il capitalismo un sistema superato, e sperammo di cambiarlo con una nuovissima forma di schiavitù. Predicavamo larghezza di vedute e tolleranza, e il male che tollerammo stroncò la nostra civiltà".
In questa lunga citazione è sintetizzato quello che Koestler considerava probabilmente il messaggio più interessante da rivolgere ai lettori del primo volume della sua autobiografia. Era il 1952, e il mondo era ancora in tempesta. Ma si trattava ormai di una tempesta del tutto visibile, ed anche assai meno intensa di quella di venti, venticinque anni prima. L'invito a riflettere e a ripensare al proprio recente passato, che Koestler lanciava intendendo con ciò chiudere la sua lunga e intensa stagione di impegno politico, suscitò incomprensione e fastidio. La sinistra socialista e comunista, utilizzando il rozzo determinismo che allora la caratterizzava, vi vide la prova della necessità e della fatalità di un percorso individuale che era approdato al tradimento, la predisposizione genetica e psicologica a diventare un rinnegato (come aveva dimostrato la partecipazione di Koestler al bilancio collettivo compiuto appena due anni prima in "Il Dio che è fallito" e, ancor più, la pubblicazione undici anni prima del romanzo "Buio a mezzogiorno"). La destra e la cultura liberale sottolinearono ancora una volta i meriti "anticomunisti" dello scrittore, rinunciando a prendere in considerazione le sue amare e drastiche affermazioni sulle responsabilità che le democrazie e le socialdemocrazie avevano nell'aver precipitato l'Europa e il mondo intero nella più grande tragedia collettiva della storia.
Merito della riscoperta di Koestler in Italia, di questo ebreo ungherese, agente del Comintern e giornalista, romanziere e scienziato dilettante, protagonista e testimone del decennio più incandescente del nostro secolo, va all'editore Il Mulino, e ad Ugo Berti in particolare, che già l'anno scorso avevano dato alle stampe "Schiuma della terra", resoconto a caldo della capitolazione francese e delle traversie e ignominie cui il governo di questa antica democrazia aveva costretto, assieme a reietti d'ogni sorta, anche numerosi antifascisti e combattenti per la libertà.
L'attualità della figura di Koestler - che meglio possono intendere le generazioni nate negli anni '40 e '50 - è data dal suo carattere esemplare e paradigmatico che le circostanze storiche e il contesto internazionale, però, negarono e resero scarsamente percepibili. I contemporanei di Koestler, infatti, non erano disposti ad ammettere che - nel clima acceso del dopoguerra e del confronto ideologico manicheo e martellante tra dogmatismo marxista e fideismo liberalconservatore - si potesse così raccontare il proprio impegno passato, un impegno che, non rinnegato, lo scrittore ungherese affermava di voler interrompere e abbandonare: "Mi apparve verità intuitiva l'assurdità della ragione. Già Kant aveva provato che la ragione deve abdicare davanti ai problemi che realmente contano, come l'eternità e l'infinito. Einstein, poi, aveva dato il colpo di grazia al senso comune. Freud, in altro campo, aveva completato l'opera. L'inflazione, con prezzi di un migliaio di corone per un filone di pane, aveva ridotto all'assurdità anche il metro dell'economia.
Solo oggi forse, confortati dal piacere di una scrittura diretta e di uno stile ironico, si può pienamente intendere la complessa tragedia che scosse gli individui più consapevoli e avvertiti dell'epoca tra le due guerre. Di essa Koestler non fu solo testimone d'eccezione - per i luoghi in cui visse, le persone che frequentò, il lavoro che svolse - ma protagonista al tempo stesso banale e avventuroso, come solo le grandi esistenze riescono ad essere.
Una sete d'assoluto, l'incapacità di trovare appagamento nel mondo del relativo e del contingente, accompagnò Koestler fin dagli anni della sua infanzia. Entrato "romanticamente" a contatto col comunismo a Budapest, a 15 anni, grazie alla "Marcia funebre" di Chopin che accompagnava il funerale dei morti nella battaglia per la Repubblica dei Consigli, solo dieci anni più tardi Koestler "razionalizzò" quel contatto chiedendo la tessera del partito comunista tedesco. Nel frattempo la rivoluzione ungherese era finita nel sangue, schiacciata dall'ammiraglio Horthy, lasciandogli un perenne ricordo di gelati e di contadini (la "palla di piombo" al piede di ogni rivoluzione), ma anche di una non più sperimentata ironia ("un'altra cosa che distinse la Comune ungherese fu un carattere raro per la rivoluzione, il senso dell'umorismo").
Trasferitosi a Vienna, Koestler aveva scoperto la vita delle associazioni studentesche, entrando in una 'Burschenschat' sionista che esercitò in lui, per tutta la vita, "un'eco della sua calda 'camaraderie'", possibile "soltanto nell'eccezionale atmosfera viennese di 'laissez faire' e di tolleranza erotica, mista all'influenza moderatrice di una disciplina tradizionale e di una cerimoniosa dignità". Proprio nel cuore dell'Europa centrale, il laboratorio di un'Europa votata all'autodistruzione, il giovane Koestler si rese conto, e accettò, che il sentimento poteva anche prevalere sulla ragione, soprattutto quando si trattava di un sentimento sorretto da una forte e giustificata indignazione morale. Delle persone conosciute e amate in quegli anni, infatti, "tre su quattro prima dei trent'anni furono uccise in Spagna, o massacrate a Dachau, o gassate a Belsen, o deportate e liquidate in Russia; alcune si gettarono dalla finestra a Vienna o a Budapest, altre andarono alla deriva nella miseria e nell'inutilità di un eterno esilio".
Per sfuggire a questo clima, o forse per metterlo e mettersi alla prova, il giovane ebreo ungherese prossimo alla laurea in ingegneria nel prestigioso Politecnico di Vienna decise di fuggire in un piccolo kibbutz palestinese di frontiera, attratto da una vita di sacrificio e di duro lavoro che emanava il fascino di un "monastero socialista" e insieme di "una selvaggia romantica avventura di pionieri". Le osservazioni di Koestler sulla Palestina, sugli ebrei, sulla lingua e la cultura 'yiddish', possono forse suonare oggi troppo disincantate ed ingenue, oppure troppo drastiche e dure ("quello che in Europa e In America passa sotto il nome di umorismo ebraico non è che l'acredine di una minoranza conculcata"). L'assoluta libertà ed indipendenza di giudizio maturata negli anni da Koestler aveva anche lì, comunque, le proprie radici, come le aveva nell'ostilità alle beghe politiche dei piccoli gruppi minoritari, sionisti prima e marxisti poi ("appresi altresì che più piccolo era il gruppo, più era fertile in fatto di cavillosi ideologi e di maniaci settari").
Poi, d'improvviso e portando con se più fatica della precedente vita di stenti e vagabondaggi, l'ingresso nel mondo del giornalismo, come collaboratore sempre più apprezzato e quotato del grande impero editoriale dei fratelli Ullstein, un gruppo il cui motto "era liberalismo in politica e avanguardia nella cultura", antimilitarismo e paneuropeismo. Ogni giornalista ed ogni lettore di giornali dovrebbe leggere le lucide e autocritiche osservazioni con cui Koestler confronta il giornalismo tedesco di cui era orgoglioso di far parte ("il corrispondente dedicava la maggior parte del suo tempo non a raccogliere notizie, ma a scrivere 'feuilleton'") con la stampa anglosassone che si abituò a frequentare più tardi (dove "le prevenzioni politiche e le idiosincrasie personali si pretende di mantenerle a un minimo, facendole rilevare solo indirettamente, attraverso l'inevitabile selezione del materiale e la distribuzione dell'enfasi").
Anche sulla Francia, di cui già in "Schiuma della terra" aveva tratteggiato un memorabile ritratto di psicologia collettiva e di cultura politica diffusa, Koestler si sofferma a lungo, ricordando con divertimento e nostalgia la maturità di un edonismo mediterraneo che aveva "sposato Eros e Logos, tenendo in iscacco Thanatos" - e di cui era simbolo irripetibile la saggezza delle 'maison de tolérance' -, ma soprattutto la bellezza e il carattere di Parigi, questa meravigliosa "città adultera: fredda coi suoi legittimi padroni, passionale con lo straniero che passa".
"L'uragano nazista, intanto, si avvicinava a grandi folate: mettendo in drammatica evidenza il disprezzo della socialdemocrazia per il popolo e la colpevole capitolazione del pensiero e della stampa liberale in omaggio alla dittatura dei supposti umori dell'opinione pubblica. È a questo punto che la conversione al comunismo prende forma concreta, e che le antiche emozioni romantiche si sposano con la fredda determinazione della ragione. Era l'epoca, il 1930, in cui malgrado gli errori e le esagerazioni compiute, "la Russia era ancora in attivo per il partito comunista tedesco, mentre oggi è diventato più che altro una passività per i comunisti dell'Europa occidentale".
Le pagine dedicate alla conversione, le ultime di questa prima parte dell'autobiografia, sono tra le più sincere e convincenti, una testimonianza tra le più alte. Koestler si presenta come un caso psicologico esemplare, e lo è pure, probabilmente, sul terreno politico. Pur se la sua distinzione tra ribelli e rivoluzionari ("il rivoluzionario è un irremovibile odiatore che ha riposto tutta la propria capacità di odiare in un solo oggetto. Il ribelle ha sempre qualche cosa di donchisciottesco; il rivoluzionario è un burocrate dell'Utopia. Il ribelle è un entusiasta, il rivoluzionario un fanatico") mostra un certo compiacimento narcisistico, del resto confessato, il giudizio complessivo sul fascino del comunismo e dell'Urss all'inizio degli anni trenta costituisce un lascito di cui non si può non sottolineare l'attualità e la pertinenza: "Nel 1930 la conversione al comunismo non era una moda o una follia, era l'espressione sincera e spontanea di un ottimismo portato alla disperazione: una fallita rivoluzione dello spirito, un mancato Rinascimento, un falso risveglio della Storia. Essere attratti dalla nuova fede era, ancora oggi lo credo, un encomiabile errore. Sbagliavamo per ragioni giuste; e sento ancora che, con poche eccezioni (ho già fatto i nomi di Bertrand Russel e H. G. Welles), coloro che scherniscono la rivoluzione russa sin dall'inizio lo fecero soprattutto per ragioni meno onorevoli del nostro errore. C'è un abisso tra un amante deluso e chi è incapace di amare".

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