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Quennell Peter - Byron in Italia |
| La recensione de L'Indice |

scheda di Merlini, M. L'Indice del 1999, n. 12
È uscita quest'anno l'edizione italiana di Byron in Italy di Peter Quennell. L'opera è apparsa per la prima volta nel 1941 ed è stata ripubblicata successivamente nel volume Byron (Collins, 1974). Dopo di allora, come riconosce lo stesso Quennell nella premessa, l'esteso corpus delle opere su Byron è andato sempre più ampliandosi. Vale la pena citare, tra gli studi più significativi su Byron, Byron's Travels (1988) di Allen Massie e The Politics of Paradise (1988) di Michael Foot. Il bellissimo volume di Massie, ricco di materiale iconografico, sottolinea giustamente l'importanza che ebbe il viaggiare per Byron. Il libro di Foot, ex leader del partito laburista, si propone di riabilitare Byron come uomo politico, come poeta della rivoluzione e come oppositore delle forze reazionarie e conservatrici.
Prima di esaminare il testo di Quennell, occorre premettere che in Italia, il paese che Shelley aveva definito "paradiso degli esiliati", nonché "rifugio dei paria", Byron trovò non solo l'ispirazione per i suoi versi migliori, ma anche una causa, quella dei carbonari, che gli permise di diventare l'uomo d'azione che aveva sempre sognato di essere. Dopo la sua morte, la sua influenza e il suo impatto politico vennero meno quasi immediatamente. Successivamente Byron fu studiato come poeta, ma non come figura politica. Divenne di moda fare confronti tra Byron e Shelley, e in questo Quennell segue i suoi predecessori. Byron era demoniaco, Shelley, era angelico. Shelley fornisce consigli e conforto in caso di bisogno. Era gentile ed entusiasta "in gradito contrasto con l'affabile ma languido Byron".
Invece di avanzare giudizi discutibili e di perdersi in aneddoti di scarso interesse, Quennell avrebbe potuto piuttosto approfondire le sue ricerche a proposito dell'influenza dell'Italia e degli italiani su Byron. Per Quennell gli italiani sono sentimentali e litigiosi: il suo atteggiamento verso l'Italia non è certamente quello di Byron, che ne aveva fatto la sua patria adottiva, al punto di studiare lui stesso l'italiano e di farlo studiare alla figlia Augusta Ada, nata dal suo sfortunato matrimonio.
Se l'analisi di Quennell sugli aspetti biografico-sentimentali della figura di Byron si rivela frequentemente superficiale, altrettanto discutibili e anacronistiche appaiono le sue osservazioni sulla concezione politica del poeta. "Se soltanto la voce di Byron fosse stata meno tuonante e quella di Keats meno soffocata...", sospira Quennell: ciò perché l'ideologia romantica, incarnata a suo parere da Byron, portò alla sfiducia nell'uso della ragione, alla fede nella superiorità del sangue ariano e a "quella vena anarchica che vive in un angolo dello spirito di ciascun uomo". Appare evidente quanto l'autore sia condizionato dal contesto storico e politico della seconda guerra mondiale: al punto da dimenticare che tra le poche voci che si alzarono in difesa di Byron vi fu quella di Mazzini, il quale espresse l'auspicio che le generazioni future riconoscessero il contributo di Byron alla lotta per la libertà e la democrazia nei paesi dell'Europa continentale. Tra i grandi rivoluzionari che si richiamarono agli ideali di Byron vi fu anche Aleksandr Herzen, il quale, in fuga dalla Russia zarista, fu talmente colpito dalle parole di Mazzini che si recò a Venezia (la "greenest isle" di Byron) quando Garibaldi festeggiò la liberazione dell'Italia nel 1864. Altro eroe di stampo byroniano fu il polacco Adam Mickiewicz, morto di colera nel 1888 mentre, in Turchia, cercava di organizzare una rivolta contro i russi.
Madeline Merlini
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