Alcuni anni fa un indiano degli Stati Uniti sudoccidentali ebbe bisogno della dialisi e usufruì del raro macchinario messo a disposizione dal governo all'interno di un piano di pubblico servizio, diretto e realizzato da giovani medici idealisti provenienti da importanti scuole mediche, in prevalenza nordorientali. Il servizio era gratuito, fondato giuridicamente su codici contro la discriminazione, basato esclusivamente sulla gravità del bisogno dei numerosi pazienti. Il protocollo della dialisi prevedeva una rigida disciplina alimentare. Ci fu però un problema: l'indiano era alcolizzato e non voleva assolutamente smettere di bere. Anzi. Si sottopose deliberatamente alla "macchina dei bianchi" proprio per poter vivere e bere più a lungo. Nacque un conflitto, emblematico per l'America contemporanea, in cui non è affatto raro incontrare da un lato indiani che tengono a bada il loro destino con l'alcol, e dall'altro giovani bianchi animati da buoni propositi, permeati da sicuri saperi scientifici e supportati da adeguate tecnologie, che si impegnano contro la discriminazione sociale. Antagonisti per caso e loro malgrado, gli uni e gli altri, incontratisi accidentalmente "lungo i indiano alcolizzato e della dialisi, che serve a Geertz per mostrare l'insorgenza dentro il corpo della società di paradigmatiche, ma non per questo meno dolorose, questioni morali fondate su un'irriducibile diversità culturale. In questo libro l'autore si fa spesso storyteller , ricava volentieri nicchie narrative dentro gli argomenti che affronta, mostrando come al solito una strategia della comunicazione testuale ricca e consapevole.
Da citare è anche la narrazione, altrettanto significativa e dotata di spessore storico e di gusto letterario, della morte di James Cook (il grande esploratore, scopritore dell'Australia e di larga parte dell'Oceania), avvenuta nel 1779 per mano degli hawaiani. In questo caso Geertz analizza l'opposta ricostruzione dei fatti effettuata dall'antropologo neoevoluzionista statunitense Marshall D. Sahlins e dal combattivo studioso di origini srilankesi Gananath Obeyesekere, autoelettosi a difensore delle popolazioni hawaiane in nome di un nativismo senza compromessi e contro le presunte distorsioni etnocentriche del nordamericano.
Quello che emerge è una specie di breve ma sapido ritratto storico bifronte, quasi alla maniera di Borges, che lascia il lettore - ma, si intuisce, anche lo stesso Geertz - affascinato e incerto nello stesso tempo, preso nella rete dell'ambiguità dei significati, consapevole dell'impossibilità di esprimere un'asserzione univoca, che suonerebbe pericolosamente falsa, definitivamente impigliato nelle maglie colorate della diversità dei punti di vista.
Ma in questa raccolta di saggi, che propone e rivisita scritti in parte pubblicati su riviste negli anni ottanta e novanta, oltre che alcuni inediti, l'autore si misura anche, com'è nel suo stile, con esercizi intellettuali d'alto profilo, assegnandosi il compito di riflettere - come sempre in modo pregnante e originale - sui terreni comuni all'antropologia e alla filosofia. È lo stesso autore che nella prefazione avverte con un pizzico di understatement : "Sia come sia (...) ciò che segue è un insieme diversificato e solo parzialmente ordinato di commenti, esempi, critiche, ruminazioni, valutazioni e indagini che si occupano di materie e persone ( relativismo, mente, conoscenza, identità, Taylor, Rorty, Kuhn, James) almeno presumibilmente 'filosofiche'".
La filosofia e l'antropologia, dunque: due discipline che, quasi per una sorta di affinità strutturale, condividono un destino di smottamenti progressivi delle loro basi teoretiche e di perdita di pezzi importanti dei loro domini, con la conseguente necessità, periodicamente affiorante, di ridefinirsi, di ricompattarsi, di ritrovarsi.
La filosofia - è risaputo - ha visto nei secoli distaccarsi dal suo inizialmente smisurato impero la matematica, la fisica, la biologia, la politica, ma anche, in tempi meno lontani, la psicologia e la psicanalisi, la pedagogia, la logica, l'epistemologia. Quanto all'antropologia (Geertz non lo dice, ma essa stessa può bene essere intesa, accanto alla sociologia, come un frutto separatista, come una costola umanizzata e socializzata del pensiero filosofico ottocentesco), nella seconda metà del XIX secolo e poi compiutamente in quello successivo, si è realizzato un progressivo distacco tra i suoi domini fisici e biologici, e quelli culturali (divenuti sempre più autonomi, questi ultimi, a partire dal concetto di cultura formulato nel 1871 dall'antropologo evoluzionista inglese Edward B. Tylor nel suo famoso libro Primitive Culture ). Più recentemente è inoltre accaduto che, specialmente negli Stati Uniti, una miriade di sottodiscipline o semidiscipline si sia andata affermando, dando luogo a versanti di studio più o meno definiti, talvolta un po' raffazzonati, genericamente raggruppabili sotto l'etichetta di Cultural Studies , frequentati - sostiene Geertz piuttosto sprezzantemente - da "plagiari, parvenu ed epigoni".
Il volume - le cui qualità letterarie e la cui densità di scrittura avrebbero meritato una traduzione italiana qua e là meno frettolosa, assecondandone il piacere della lettura - prende l'avvio in forma autobiografica, raccontando subito nel primo capitolo il perché e il percome il giovane Geertz, nato nel 1926, partito nell'immediato dopoguerra con l'intenzione di diventare scrittore, si specializzi prima in filosofia e intraprenda poi la carriera dell'antropologo. Ed è proprio in questi passaggi biografici che vengono in luce le radici dell'antropologia geertziana, il suo essere saldamente fondata, oltre che sulla grande tradizione boasiana, su basi filosofiche di ascendenza europea (Dilthey, Weber, Husserl, Cassirer), con un riconoscimento particolare soprattutto per Wittgenstein, citato espressamente come maestro.
Con Wittgenstein è stato possibile un grande mutamento in filosofia: suo grande merito è quello di avere considerato "prodotti pubblici" il linguaggio e il pensiero, sottraendoli alle sfere tutte soggettive dell'Io e rendendoli dunque osservabili come pratiche di un contesto. La conseguenza dell'impatto delle idee wittgensteiniane è stata per Geertz una maggiore possibilità di collegare il tipo di lavoro dell'antropologo (ovvero "scovare le singolarità dei modi di vita di altre popolazioni") con quello che fanno - o meglio, che dovrebbero fare - i filosofi, per lo meno quei filosofi aperti al confronto con le cosiddette scienze sociali, e che privilegiano un lavoro volto a "esaminare la portata e la struttura dell'esperienza umana e il loro significato".
Un tratto della rivoluzione copernicana attuata da Geertz che ha mutato i paradigmi fondamentali della disciplina è quello, in sintonia con Max Weber e con il pensiero storicista, di rifiutare la ricerca di leggi e regolarità (tutto il nomotetico e il sistematico dell'antropologia classica) basata su modalità analitiche piattamente universalizzanti, prigioniere di sterili comparativismi, astratte da ogni situazione concreta e completamente inefficaci a rendere ragione delle infinite differenze (una linea di pensiero, questa geertziana, fondata sul relativismo, sulla critica dell'etnocentrismo, sulla centralità dell'etnografia). Egli non disdegna di arrivare a illuminare i principi generali che reggono determinati fenomeni culturali, ma ci vuole arrivare attraverso l'etnografia, per mezzo cioè di un fitto addensamento di fatti particolari, e costruendo una trama di ricche e minuziose descrizioni che alla fine inglobino l'universale nel particolare. Descrizioni "dense" ( Thick Descriptions ), che usino tutte le possibilità offerte dai saperi letterari, filosofici, storici, sociologici, artistici, in grado di tradurre in modo efficace i dati di una cultura dentro le parole e i concetti di un'altra.
Una delle grandi lezioni dell'antropologia geertziana è che non si può arrivare alla conoscenza se non partendo da un'accurata analisi del piccolo, del concreto, del microscopico. È solo qui che si possono rintracciare quelle verità generali che su larga scala tendono a sfuggire inesorabilmente. Perché, come recita un proverbio africano citato da Geertz in un altro suo famoso libro, "la saggezza emerge da un formicaio".