La guerra fredda è finita da un pezzo. Non ci sono più due Europe e due passati. Gli storici cominciano così a ragionare su interconnessioni che prima sfuggivano. Per anni il passato dell'Europa è stato contemplato nei suoi tratti comuni praticamente soltanto da chi utilizzava la categoria del "totalitarismo" proponendo un approccio comparativo alla storia politica della Germania, dell'Italia e dell'Unione sovietica degli anni tra le due guerre. Questa via permetteva non di abolire le frontiere, ma in qualche modo di saltarle mettendo a confronto queste tre varianti di un unico modello totalitario. L'approccio, come ricorda Graziosi, aveva forti propositi politici, intendeva fare i conti con il nemico comunista che aveva conquistato metà dell'Europa e metterlo alla pari del nemico fascista e nazista. I risultati di questo approccio, a parte quelli politici, non sono stati grandi. Qualcuno ha poi sostenuto che il regime sovietico e quello nazista erano uniti da un nesso di causa ed effetto e ha considerato il secondo come reazione difensiva alla minaccia costituita dal primo. Il revisionismo aveva finalità ambigue, procedeva per argomentazioni deboli e fortemente ideologiche, e suscitò la protesta scandalizzata della maggior parte degli storici. La polemica ebbe l'effetto di chiudere la porta a ogni approccio che attraversasse il muro per portare a unità di ragionamento quanto era accaduto in Europa. Il ritorno alla normalità, dopo il lungo conflitto che ha diviso l'Europa, si presenta ora come un percorso complesso e arduo.
L'esperienza della storiografia degli anni della guerra fredda consiglia insomma di cambiare strada: dimenticare lo specialismo dei sovietologi; lavorare negli archivi dell'Est, che ora sono aperti; fare anche studi comparativi, ma non obbligatoriamente nell'ambito stretto dei regimi degli anni trenta.
Andrea Graziosi si mette su questo terreno nuovo e si pone tranquillamente un obiettivo ambiziosissimo. Passare al vaglio la storiografia di un secolo per riallacciare i fili interpretativi e ripercorrerli alla luce vivificante delle moltissime ricerche fatte negli archivi dell'Est. Il nesso che unisce la storia europea del Novecento, secondo Graziosi, è costituito dalla formazione degli stati nazionali: due terzi degli stati europei si sono infatti formati nel corso del secolo (e molti di questi, sottolineerei, sono nati negli ultimi dieci anni). L'attenzione a siffatta questione ci permette di uscire dal muro della guerra fredda, di evidenziare una vicinanza interna al nostro continente, e anche di considerare come fatti non estranei le dinamiche della formazione, sempre in questo secolo, della maggior parte degli stati nazionali africani e asiatici. Sono stati che si fondano sul progetto di costruire la nazione e di governare processi di modernizzazione. La potenza dello stato nella trasformazione della società si è concretizzata anche in politiche di ingegneria sociale che, in modo più o meno violento, hanno attraversato l'Europa spostando contadini nelle città, trasferendo popolazioni al di là di frontiere nazionali, e compiendo inauditi massacri.
Graziosi rivolge l'attenzione anzitutto all'Europa centrale, il territorio che unisce non soltanto geograficamente il nostro continente. Prendendo le mosse da altri suoi studi su Ludwig von Mises e rivisitando criticamente gli scritti di Lewis Namier, Graziosi descrive con estrema efficacia la peculiarità di questa parte dell'Europa. A mio avviso questo è il punto del libro che merita particolare attenzione. Prima della Grande guerra l'Europa centrale era caratterizzata dalla presenza di popolazioni urbane diverse per cultura e lingue dal mondo contadino che le circondava. Erano città "aliene" che costellavano il territorio in cui si era estesa la presenza di "popoli signori", ossia tedeschi, polacchi, magiari, italiani. La conquista incompleta di queste "terre di mezzo" preparò la strada ai conflitti attraverso cui si affermarono i nuovi stati del Novecento. La costruzione degli stati nazionali, l'industrializzazione e la rivoluzione demografica portarono un conflitto sociale e di culture che aveva l'epicentro nelle città. Le diversità di lingua, di religione, di tradizioni diedero spazio al radicalizzarsi degli odi e delle violenze. La crescita del ruolo dello stato si combinò così con una costruzione della nazione che faceva riferimento alle campagne e portava in direzione di una nazionalizzazione che era espulsione di "popoli signori" delle città. L'intreccio di modernizzazione e arretratezza contadina fu dunque un elemento centrale dei nuovi stati.
Questa lettura della storia porta a concepire anche la formazione dei regimi comunisti come una fase dell'affermazione dello stato e induce a considerare le nazionalizzazioni, che questi regimi attuarono, proprio come nazionalizzazioni, ossia come processi che conducevano la nazione al possesso della risorse e escludevano come estranei i membri di "popoli signori". L'Ucraina, dove la classe dirigente prerivoluzionaria era ebrea, russa e polacca, e nelle campagne si parlava ucraino, offre vari esempi di queste dinamiche di "pulizia etnica". La guerra civile passò infatti attraverso le violenze dei contadini, che volevano eliminare i signori, ossia fare fuori ebrei, russi e polacchi. Poi la direzione delle violenze mutò direzione e fu imposta dalle città attraverso una collettivizzazione distruttiva della società contadina. Infine nell'occupazione nazista il collaborazionismo trovò nelle campagne le risorse per una nuova lotta contro i ceti urbani russi o ebrei. Non fu un processo diverso quello che si verificò in tutt'altri luoghi e altri tempi, ad esempio nella Polonia nuova del dopoguerra, nei paesi baltici sovietizzati, e anche nella formazione di stati postcoloniali in Africa e Asia, che attuarono politiche di costruzione nazionale e modernizzazione.
Lo schema interpretativo che ho appena riassunto, maltrattandone sinteticamente la complessità, viene utilizzato da Graziosi per leggere la storia del secolo. Nella seconda parte del volume vengono indicati i tre principali "atti" della secolare guerra che accompagnò la costruzione e ricostruzione degli stati. Il primo periodo è il 1905-1923, caratterizzato dal crollo dell'impero ottomano e di quello russo e dalla formazione di nuovi stati sul loro territorio; il secondo è costituito dagli anni della "guerra in tempo di pace", e tratta di nazismo e comunismo sovietico; l'ultimo è il 1939-1956, e l'attenzione qui è rivolta agli effetti della seconda guerra e soprattutto all'Urss fino agli anni di pieno stalinismo del dopoguerra.
Nonostante la complessità dei riferimenti e la mole della letteratura attraverso cui Graziosi ci conduce, lo schema del discorso è semplice e serve effettivamente a ragionare e a spiegare. Tre punti di questo saggio mi paiono però meno convincenti. Voglio indicarli perché spero che questo possa servire ad aprire, anche su questi aspetti, una discussione.
Il primo di questi punti è costituito dal capitolo dedicato al totalitarismo. Graziosi pare oscillare tra una concezione in cui i regimi totalitari davvero controllano tutto e una concezione in cui totalitarismo è aspirazione al controllo della società da parte dello stato. La seconda interpretazione, che ovviamente è l'unica condivisibile, apre la via a comparazioni non soltanto tra i regimi autoritari degli anni trenta, ma anche tra le fasi diverse attraverso cui passò l'esperienza dei paesi comunisti, come pure tra questi regimi e altri regimi autoritari non europei del Novecento. Graziosi non convince quando sostiene che il cambiamento rapido del regime sovietico dopo la morte di Stalin indica la presenza di un pluralismo esistente già prima, a prova che il regime non era veramente totalitario. Propone di buttare via la categoria del totalitarismo e di sostituirla con quella di tirannia. Questa soluzione pare però troppo facile, anche se per ragionarci si può effettivamente iniziare constatando, con Graziosi, che la categoria del totalitarismo è troppo vaga e ambigua.
Il secondo punto riguarda quanto Graziosi definisce come "arretramento", "barbarizzazione", "primitivismo" e via dicendo. Qui Graziosi è incerto tra il ridurre questi termini a un giudizio morale, come esplicitamente dice, oppure affrontare una questione più sostanziale. La questione riguarda la lettura delle situazioni in cui si verifica una rottura della convivenza civile, che porta violenze fisiche e distruzione di cultura. La condanna morale è banale. Lo sdegno suggerisce qualche strana illusione positivista di Graziosi ma, a parte ciò, serve a sottolineare con forza la necessità di indagare sugli aspetti "barbarici" quali parte integrale della storia del secolo. Graziosi suggerisce di riflettere sul nesso tra la logica spietata di comando del dittatore e l'"imbarbarimento" della società, come anche sul potere distruttivo di cui dispone lo stato autoritario in fasi di minore violenza esplicita. Il regime fascista italiano, che verso l'interno conduceva una politica meno aggressiva di quello nazista o sovietico, non distrusse i suoi cittadini, ma produsse una società avvilita. Sarebbe interessante riflettere sull'avvilimento simile che era nella società sovietica malata di alcolismo ai tempi di Breznev. Al di là della morale, molto resta qui da indagare.
La terza questione riguarda la periodizzazione. Graziosi chiude il suo libro attorno al 1956 e più volte spiega che questa è una chiusura logica, anche se non bisogna badare all'anno preciso. Il fatto è che la storia continua. Nel regime autoritario (totalitario?) dell'Urss brezneviana maturò la costruzione di nuove classi dirigenti nazionali che avrebbero poi trovato espressione nella formazione di nuovi stati. La stessa nazionalizzazione accompagnata da violenze si verificò poi nel crollo dell'Urss, come in quello della Jugoslavia e nelle crisi recenti di vari regimi postcoloniali.