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Pivato Stefano - La storia leggera. L'uso pubblico della storia nella canzone italiana

La storia leggera. L'uso pubblico della storia nella canzone italiana TitoloLa storia leggera. L'uso pubblico della storia nella canzone italiana
AutorePivato Stefano
Prezzo
Sconto 15%
€ 11,90
(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 2,10)
Prezzi in altre valute
Dati2002, 252 p.
EditoreIl Mulino  (collana Saggi)

Nella promozione Il Mulino fino al 20 febbraio

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

Gli storici italiani da qualche tempo stanno privilegiando, o almeno utilizzando con inusitata frequenza rispetto al passato, la canzone, quella d'autore e quella commerciale, quella colta e quella "gastronomica", come materiale di rilevanza storiografica ai fini dello studio della società italiana. Non mi riferisco alle varie "storie della canzone italiana", che fanno parte della storia della musica sia pure intrecciata, in una certa misura, a quella del costume; bensì a quei libri e saggi che, avendo come argomento un periodo storico o uno spaccato sociale nel loro complesso, attingono le loro "fonti" dal repertorio delle canzoni e canzonette prodotte e cantate in quel periodo e da quella società. Basti ricordare le recenti pubblicazioni di libri come Il nostro concerto. La storia contemporanea tra musica leggera e canzone popolare di Marco Peroni (La Nuova Italia, 2001), e Storia e canzoni in Italia: il Novecento di Piero Brunello (Comune di Venezia, 2000).

Questa riscoperta di quarti di nobiltà nella canzonetta può forse essere addebitata alla rilettura di una famosa pagina di Proust. Che così recitava: "Odiate la cattiva musica, non disprezzatela. Siccome si canta e si suona molto più appassionatamente della buona, a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto, nullo nella storia dell'arte, è immenso nella storia sentimentale della società". Un altro motivo sta sicuramente nella famelica ricerca, da parte degli storici, di ogni possibile nuova fonte e documento, anche i più parossistici e marginali. Tale ricerca è infatti finalizzata al superamento dei tradizionali ambiti prevalentemente politici e istituzionali della storiografia, per far sì che quest'ultima abbracci il complesso della concreta esperienza quotidiana delle società umane. Citando Marc Bloch, "Il buon storico somiglia all'orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda".

Pivato deve rientrare in questa categoria di "orchi", in quanto, dall'elenco delle sue pubblicazioni in quarta di copertina, risulta essersi occupato delle interazioni tra storia e sport in più di un'occasione - alcuni titoli: I terzini della borghesia (Leonardo, 1991), L'era dello sport (Giunti, 1994), Sia lodato Bartali (Lavoro, 1996). Ad ogni buon conto, l'assunto del libro in questione non è, naturalmente, una storia della canzone con inquadramento nel relativo contesto storico, ma neppure un saggio di storia politica e sociale sviluppato sul filo di documenti attinti dal repertorio delle canzoni riferite al periodo e ai fatti esaminati. Vuole essere piuttosto una panoramica su un certo numero di canzoni che, facendo riferimento esplicito a fatti storici, hanno avuto la funzione di "contenitori" storiografici; e tale funzione, per quanto riguarda la musica "giovanile" più recente viene dall'autore individuata e quasi propugnata come un possibile surrogato all'affievolirsi dell'importanza dei tradizionali canali del sapere storico, ai quali sarebbe oggi richiesto non più di comprendere il passato per interpretare il presente, ma di "piegare il passato alle esigenze del presente".

Va subito detto che questa panoramica risulta piuttosto discontinua, in quanto il libro è, di fatto, un'antologia di saggi non legati fra di loro, alcuni dei quali sfuggono in maniera piuttosto lampante agli assunti dell'introduzione. Per esempio la trattazione iniziale della musica dell'Ottocento, in cui si evidenzia l'associazione tra spirito musicale e spirito nazionale sull'onda dell'impulso che il Romanticismo assegna alla politica delle nazionalità, si concretizza fra l'altro in un elenco di esempi di celebri melodrammi che sono stati ascoltati e letti dal pubblico come esplicita metafora degli ideali e delle parole d'ordine del Risorgimento. Ciò vuol dire trattare non già il contenuto storiografico di opere musicali, bensì l'uso politico di esse da parte delle classi popolari, spesso in assenza o addirittura a dispetto dell'intenzione dell'autore. Nel corso dell'Ottocento ci sono stati esempi ben più specifici di interazione tra musica e storia: valga per tutti quello di Angelo Brofferio, deputato piemontese della sinistra nel Parlamento subalpino che, nel suo vasto canzoniere dialettale, tratta direttamente avvenimenti storici come le guerre d'indipendenza, la campagna di Crimea, la Repubblica romana, le politiche fiscali di Cavour, l'emanazione e l'applicazione delle "leggi eversive" di confisca dei beni ecclesiastici. Naturalmente fu un fenomeno che ebbe notorietà prevalentemente in ambito regionale, ma nonostante questo la sua assenza in questa trattazione è un peccato di omissione non tanto veniale. Sarebbe come scrivere una storia del canto civile e sociale nella Francia della prima metà dell'Ottocento senza citare Pierre-Jean de Béranger.

Un altro atteggiamento dell'autore, che mi pare riveli un criterio un po' ondivago di scelta del materiale da trattare, è quello che lo porta a giudicare canti nati a caldo, a ridosso di fatti e personaggi concreti (l'attentato di Bresci, l'eccidio di Matteotti) come privi di valenza storica al momento in cui son nati, in quanto caratterizzati prevalentemente da polemica politica, e resi degni del ruolo di veri portatori di storia solo da un loro "invecchiamento" di lunga durata. Come se la contemporaneità escludesse a priori il valore storico di un documento e di un messaggio. I "cantastorie", proprio loro, non avrebbero dignità di narratori di storia. Questo appunto è confermato dal fatto che l'autore, proseguendo la panoramica fino ai giorni nostri, mescola nella propria analisi, senza alcuna discriminazione, canzoni basate su fatti e situazioni a esse contemporanee ad altre che invece fanno riferimento a vicende del passato, assegnando a tutte la valenza di cui all'assunto posto a premessa del libro. Per cui sono messe (secondo me giustamente, ma in contrasto con le premesse) sullo stesso piano canzoni come Il treno che viene dal Sud di Endrigo, Rosso colore di Bertoli, L'operaio Gerolamo e Un'auto targata TO di Dalla, che cantano la recente emigrazione dal meridione, e altre come L'abbigliamento di un fuochista e Tutti salvi di De Gregori, o Ellis Island dei Mau Mau, che rievocano invece un'emigrazione più remota.

La scarsa fedeltà all'assunto programmatico, o la poco precisa sua formulazione, emerge poi ancora nel breve ritratto monografico di Fabrizio De André. Pivato dev'essere, per ragioni del tutto comprensibili e condivisibili, un fervente ammiratore del cantautore genovese, ma si lascia trascinare da questa sua passione fino ad arruolare di forza De André in una categoria di autori "storiografi" che, a mio parere, non gli compete. Nelle canzoni di De André, improntate per lo più a un anticonformismo assolutamente individuale, nelle quali le storie di "miserie, disperazioni, tradimenti, suicidi" vanno fatte risalire a un atteggiamento da "poeta maledetto", con forti componenti fiabesche, l'autore ci trova invece "quella matrice neopositivista che (...) avrebbe iniziato a percorrere il dibattito e la ricerca storica: la scoperta delle inchieste sociali di fine Ottocento e la rivalutazione del romanzo sociale francese". De André come "scienziato sociale", a dire il vero, proprio non me lo vedo.

Perseverare diabolicum! Non a caso Pivato compie questa stessa operazione di "arruolamento forzato", sempre sull'onda dell'ammirazione, anche nei riguardi di Georges Brassens, tra l'altro uno dei più influenti "padri spirituali" di De André. Cercar di trovare un atteggiamento comune di utilizzazione della storia nelle canzoni, appunto di De André e Brassens, e in quelle, per esempio, del gruppo degli Stormy Six, questi ultimi sicuramente intenzionati a fare una vera e propria "storiografia cantata", lo ritengo improponibile.

Il libro risulta più interessante dove l'autore abbandona questa non ben gestita sistematicità intesa a dare unità alla materia trattata confinandola all'interno di un preciso assunto, e si lascia invece andare a una semplice antologia ragionata ed episodica delle canzoni, collegandone l'analisi al contemporaneo verificarsi, oppure alla rievocazione di fatti ed eventi di natura sociale, politica, letteraria, cinematografica, di costume. Occorre dire che in queste pagine l'autore dismette l'austera veste dello storico e indossa gli abiti più casual dell'articolista. Di un certo interesse è per esempio la breve analisi del canzoniere "di destra" e dei contenuti della "memoria" che esso intende recuperare: miti medioevali, Tolkien, la Vandea antigiacobina, oltre naturalmente al fascismo vero e proprio, italiano ed europeo, quello nato negli anni venti del Novecento. Basti come esempio un campionario dei nomi che i gruppi musicali di destra si sono dati: Compagnia dell'anello, Antica tradizione, Settimo sigillo", ma anche Techno balilla.

E diventa di spassoso intrattenimento la descrizione di come la storia patria sia stata assunta e trasfigurata in chiave comica dai cabarettisti come Svampa e I Gufi. Proprio in apertura del libro troviamo inoltre una trattazione storico-linguistica dell'inno di Mameli che ha, fra l'altro, il merito di rendere digeribili, dato che ne fa capire il senso loro assegnato dall'autore, espressioni come "dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa": il richiamo all'epopea classica, assunto dalla Rivoluzione francese a rappresentare il modello di una società nuova, e adottato dal patriottismo repubblicano di Mameli, perde l'alone di orpello retorico imperiale, che il nazionalismo e il fascismo avevano promosso, e riporta invece a una vulgata inaspettatamente giacobina.

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