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Mazzoni Guido - Sulla poesia moderna | Fra la seconda metà del Settecento e la prima metà del Novecento la poesia occidentale si trasforma completamente e, al termine di un processo che in un breve arco di tempo distrugge convenzioni millenarie, i poeti acquistano possibilità del tutto nuove: possono scrivere in modo oscuro, infrangere le regole del metro e della sintassi, rinnovare continuamente il lessico, eliminare ogni mediazione fra la propria persona biografica e il personaggio che nei testi dice "io". La poesia diventa così il genere più egocentrico della letteratura moderna, una forma d'arte che rappresenta frammenti autobiografici in uno stile soggettivo.
| La recensione de L'Indice |
 Fondamentale ma scomodo può essere definito questo saggio di Mazzoni. Fondamentale, perché per la prima volta si tenta di interpretare lo sviluppo della poesia dopo la svolta romantica di fine Sette - inizi Ottocento non sulla base di una o più poetiche sviluppatesi (come in fondo faceva Hugo Friedrich nel suo tuttora citatissimo La struttura della lirica moderna ), ma sulla scorta di categorie generali, stabilite attraverso un costante intreccio fra teorizzazioni filosofiche e sociologiche e analisi della prassi linguistico-retorica dei poeti. Il risultato, ottenuto grazie a passaggi logici sempre motivati e a una scrittura concreta, apparirà tuttavia scomodo a chi non accetta più nemmeno la possibilità di concepire discorsi unitari e metodologicamente forti nell'analisi dei testi, allo scopo di definire non un singolo tassello, ma, come ribadisce più volte l'autore, i tratti dell' intero . Proprio quest'ultimo aspetto rimanda alle premesse del saggio, correttamente esplicitate nel primo capitolo. Mazzoni rivendica la necessità di salvaguardare il valore interpretativo della letteratura: non a caso, in apertura e in chiusura del libro viene collocata una limpida affermazione di Adorno, "le forme dell'arte registrano la storia degli uomini con più esattezza dei documenti". Per unire storia e poesia, i testi vengono considerati come "forme simboliche", ossia, seguendo Panofsky, come "un segno sensibile, concreto, che rimanda a un contenuto spirituale". Viene anche riesaminata la categoria di "genere letterario", ora di nuovo molto impiegata ma di scarsa coerenza teorica: per riuscire a mettere in rilievo gli elementi effettivamente condivisi fra testi diversi, il mezzo migliore è quello di usare una metafora, concependo il genere come una città, nella quale si hanno sì un centro e una periferia, ma non fissi per sempre e soprattutto non necessariamente legati a un valore (con il centro sempre superiore alla periferia). La poesia moderna ha posto al suo centro la lirica in quanto espressione di un io sempre meno astratto o trascendente e sempre più empirico. Altre forme di poesia praticate sin dall'antichità (il racconto o l'epica in versi, i poemi didascalici ecc.) sono state relegate a eccezioni, e quindi alla periferia, a cominciare dalla svolta romantica. Mazzoni non si limita a enunciare questa verità, del resto almeno in parte già condivisa: ne segue i presupposti, evidenziando il fatto che il concetto di lirica si forma in sostanza solo nel secondo Cinquecento, e che rimane in concorrenza con una concezione più larga e pragmatica della poesia (non solo lirica) ancora nel corso del Settecento. La svolta viene esaminata nell'opera di Leopardi, non a caso l'autore più trattato nell'intero saggio: se nei Disegni letterari si leggono propositi di opere che guardano verso il passato e di altre che corrispondono alle nuove modalità letterarie, è l' Infinito a mostrare bene l'intersezione fra la volontà di esprimere le verità personali di un io empirico (e non trascendentale come, per lo più, quello di Petrarca) e la necessità di rispettare ancora i canoni di una poetic diction classicistica, nel lessico e ancora più nella metrica. La poesia moderna si può dunque concepire come la progressiva espansione dell'io empirico come soggetto unico al centro dei testi: un egocentrismo che, alla fine dell'Ottocento e poi nel primo Novecento, porterà Rimbaud e i simbolisti, e poi in vario modo gli avanguardisti, a rompere definitivamente tutte le convenzioni ormai storicamente acquisite, facendo consistere, alla fine, la poesia moderna con la sola lirica. Questo movimento di tipo "narcisistico" (nel senso di Lasch) ha prodotto non solo l'"oscurità" tipica di gran parte della lirica, ma anche il progressivo distanziamento da un rapporto con gli altri e con lo scorrere del tempo, riservati invece alla narrativa. La lirica, centro della poesia moderna, corrisponde quindi in pieno a una situazione sociale fondata sull'individualismo e sugli imperativi del be yourself ed express yourself : imperativi ben presenti anche nella musica pop in tutte le sue forme, che infatti non solo ha soppiantato quella colta, ma ha ormai sostituito, con i suoi testi fruibili collettivamente, anche la lirica elaborata, che interessa a cerchie ormai ristrettissime, non solo in Italia. L'analisi di Mazzoni è ben più articolata di quanto qui non si sia potuto mostrare. Fra le non molte obiezioni, a parte forse una leggera sottovalutazione del periodo barocco nella formazione di alcuni presupposti della poesia moderna, si può forse proporre quella della valutazione della contemporaneità. In effetti, la presenza di grandi opere non espressivistico-soggettive nel corso del Novecento, da The Waste Land sino a Der Untergang der Titanic di Enzensberger, può essere considerata non come una semplice eccezione, ma come l'equivalente della costruzione di monumenti imprescindibili nell'ambito di una città quanto mai uniforme. Proprio questa presenza può in parte confortare: esiste per la poesia (non solo lirica) la possibilità di riuscire a sintetizzare verità generali e non solo dei singoli, in questo venendo a essere confrontabile con il pensiero aforistico. Se quindi la sopravvivenza della poesia in quanto forma autonoma avrà un senso, lo avrà appunto perché la soggettività non necessariamente deve essere narcisistica, e perché i valori in campo del modello capitalistico non dovrebbero per fortuna essere eterni. Alberto Casadei |
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