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Baccetti Carlo - I postdemocristiani |
Dalla dissoluzione della Democrazia cristiana sono nate alcune formazioni politiche - Partito popolare (Ppi), Centro cristiano democratico (Ccd), Cristiani democratici uniti (Cdu) - che nel 2002 hanno dato vita da un lato all'Unione dei democratici cristiani e di centro (Udc), dall'altro alla Margherita. Che cosa si sa, oggi, su queste due componenti decisive degli schieramenti politici che si confrontano in Italia? Nel volume si mostra come i post-democristiani abbiano fatto proprio il "partito di correnti" che fu tipico della Dc, incentrato sulle reti di potere personale facenti capo ai notabili locali. Questa tradizione, però, è stata innovata attraverso il modello del "partito in franchising": i leader nazionali si occupano di pubblicizzare e vendere ai potenziali elettori-acquirenti il "marchio" del partito sui mass media, mentre dirigenti, parlamentari e amministratori locali hanno una notevole autonomia nel gestire la "rete commerciale" sul territorio (sezioni, circoli, comitati provinciali e regionali ecc.). In questo scenario, quali prospettive si aprono per l'Udc dopo l'uscita di Marco Follini e lo "sganciamento" dalla tutela di Berlusconi voluto da Casini? E, sull'altro versante, quali saranno gli effetti che il modello di partito della Margherita potrà avere sulla nascita e sul consolidamento del Partito democratico?
| La recensione de L'Indice |
 Il modello di partito rigidamente frazionato in correnti ha improntato di sé con effetti tanto incisivi la Dc che, alla sua dissoluzione, si è andata formando una costellazione di raggruppamenti piccoli partiti o più strutturate formazioni nei quali i legami di appartenenza sono proseguiti con insospettabile tenacia. Adottando la proposta metodologica di Robert Harmel, ma intrecciando diverse angolazioni di indagine, Baccetti esplora la disintegrazione dell'universo democristiano: eccezionale esempio di "mutamento organizzativo discontinuo stimolato da agenti sia interni che esterni". A partire dalla Dc di Martinazzoli sono state una quindicina le sigle emerse, talune per designare microformazioni ultrapersonalizzate, altre per etichettare partiti di ragguardevoli dimensioni. Alla base di questa diaspora sta anzitutto una caparbia volontà di affermazione del ceto politico: "L'occupazione delle cariche pubbliche sembra essere l'obiettivo mobilitante principale di chi svolge lavoro di partito e rappresenta anche insieme al finanziamento pubblico un'importante fonte di finanziamento delle attività del partito e dei singoli esponenti". La dura osservazione non è la sola che scaturisce da un'analisi realistica. Che conduce l'autore a intravedere un futuro non roseo per il Pd. La "dote" delle agguerrite correnti è un'"eredità negativa". L'indubbia spinta rinnovatrice delle primarie di per sé non è riuscita a conferire alla leadership del nuovo partito un'autorità tale da "evitare una riproduzione dello status quo correntizio". Il Pd, anzi, potrebbe essere contagiato da vizi tanto pervicaci, sì da introiettarne diffusamente pratiche e dinamiche. Non a torto "la componente ulivista-prodiana della Margherita e i gruppi di intellettuali 'esterni' autocoinvolti nel processo costituente sostengono che ereditare la forma partito di correnti sarebbe esiziale per il Pd". Roberto Barzanti |
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