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Il secolo degli Stati Uniti - Arnaldo Testi - copertina
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Il secolo degli Stati Uniti - Arnaldo Testi - copertina
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Descrizione


Il volume ricostruisce, dal 1876 ai giorni nostri, centotrenta anni di storia del paese la cui ascesa ha segnato il Novecento. L'autore porta così a compimento il lavoro iniziato con "La formazione degli Stati Uniti", una lucida sintesi che dalle origini coloniali e rivoluzionarie giungeva alla Guerra civile. Nell'affrontare il periodo successivo queste pagine mettono a fuoco temi come la "questione sociale" di fine Ottocento e le "guerre culturali" di fine Novecento, le spinte riformatrici liberal-progressiste e quelle conservatrici, l'ottimismo imperialista del 1898 e il timore del declino un secolo dopo, la presidenza imperiale e le tribolazioni della democrazia, le grandi guerre e le grandi depressioni, l'abbondanza e la povertà. Una narrazione che intreccia brillantemente storia politica e storia economica, storia sociale e storia culturale per mettere in scena una pluralità di attori, spesso in conflitto tra loro: élites e movimenti di massa, partiti e lobbies, patrioti e ribelli, immigrati e afro-americani, donne e uomini. Emerge così l'immagine non dell'"America" a una dimensione dei miti e delle propagande, ma piuttosto degli Stati Uniti come paese plurale, nella loro complessità e nelle loro contraddizioni.
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Dettagli

2008
7 febbraio 2008
347 p., ill. , Brossura
9788815121561

Voce della critica

Dopo aver illustrato le fasi fondamentali della storia nordamericana dalla Dichiarazione di indipendenza del 1776 alla ricostruzione nazionale dopo la Guerra civile nel volume La formazione degli Stati Uniti (il Mulino, 2003), Arnaldo Testi si propone, in questo nuovo lavoro, di mostrare come il Novecento sia stato "il secolo degli Stati Uniti". E lo fa ricostruendo nel loro intreccio lo sviluppo dell'identità nazionale americana e la politica estera del paese dal 1877 al 2006, con una lievità nello stile e una selettività nella sintesi che un vero e proprio "manuale", vincolato all'esaustività della trattazione evenemenziale, non consentirebbe.
Punto di partenza è la vittoria del repubblicano Hayes nelle elezioni presidenziali del 1876, dopo che il democratico Tilden, che aveva conquistato la maggioranza dei voti elettorali e denunciato l'avversario di brogli, ebbe accettato la sconfitta. Fu questo l'esito di un accordo, più o meno esplicito, che in cambio prevedeva, sostanzialmente, il "ritiro" del Nord dal Sud. Gli stati ex confederati sarebbero dunque rimasti, per molti versi, "una nazione dentro la nazione". Intanto nel Nord la straordinaria crescita economica del trentennio successivo pose le basi per l'avvento della cosiddetta "età progressista", la quale avrebbe contribuito in modo determinante a riplasmare l'identità americana e a fare entrare gli Stati Uniti da protagonisti nella storia mondiale del Novecento. I riformatori progressisti, infatti, ebbero l'obiettivo di rafforzare uno stato centrale nazionale, fino ad allora debole e guardato con sospetto. Essi tentarono così di "inventare" un nuovo nazionalismo, che pose le basi per la proiezione statunitense nel mondo. Nel frattempo, però, l'identità americana continuava a essere fortemente problematica: basti pensare alle discussioni sul melting pot, all'ossessione antialien e alla situazione dei neri del Sud "sotto il tallone del regime segregazionista instaurato dai democratici".
La narrazione corre poi all'ascesa degli Stati Uniti come "potenza mondiale", a partire, ovviamente, dagli anni quaranta. In un messaggio radiofonico immediatamente successivo all'attacco giapponese di Pearl Harbor, Franklin D. Roosevelt spiegò il senso dell'impegno statunitense nel conflitto: la ragione non risiedeva nella vendetta o nella sete di conquista, bensì nella necessità di difendere i valori rappresentati dalla nazione americana. La causa dell'America coincideva in fondo, secondo il presidente, con quella della "razza umana". In un articolo dal titolo "eloquente e presuntuoso", Il secolo americano, pubblicato su "Life" nel febbraio 1941, Henry Luce, fondatore del settimanale (oltre che di altre riviste di successo come "Time" e "Fortune"), aveva sostenuto, analogamente, che gli Stati Uniti "dovevano accettare l'onore e l'onere di essere la nazione più innovativa, vitale e potente del mondo".
L'impegno a "rifare il mondo" proseguì nel dopoguerra, con la creazione dell'Organizzazione delle nazioni unite: "La leadership e la centralità americane, osserva Testi, vi erano evidenti, sia dal punto di vista sostanziale che da quello geografico e simbolico". Nel nuovo contesto della Guerra fredda, inoltre, gli Stati Uniti descrissero la loro visione del mondo introducendo nel lessico corrente parole come "mondo libero" e "Occidente", e proiettando nelle dimensioni internazionali nozioni del New Deal come "ripresa economica" e "ricostruzione". Un esperimento radicale di "americanizzazione" fu, in particolare, quello messo in atto in Giappone, dove vennero imposti il suffragio universale, la democrazia parlamentare, la difesa dei diritti civili e politici, la separazione tra stato e chiesa.
Nel frattempo la Guerra fredda modificava anche la struttura del potere all'interno degli Stati Uniti. Crebbe il raggio d'azione della classe politica e degli strati manageriali, con inevitabili sospetti di collusione tra interesse pubblico e interessi privati. Non a caso, nella seconda metà degli anni sessanta, uno degli obiettivi della contestazione della Nuova sinistra fu proprio il cosiddetto corporate liberalism, vale a dire la tendenza dei liberals ad associarsi agli interessi delle grandi corporations.
Dopo quella che Testi definisce "l'età del malessere" (dal Vietnam al Watergate), il patriottismo americano conobbe un nuovo slancio negli anni ottanta, sotto la presidenza Reagan, ed è giunto, con alterne fortune, alle sfide poste dalla globalizzazione e dal terrorismo. Ma in realtà – questa è la conclusione a cui giunge Testi – di tale patriottismo continuano a coesistere, in competizione tra loro, visioni diverse, che implicano concezioni diverse dell'America ideale. La stessa ideologia nazionale, in ultima analisi, ha "fornito argomenti a individui e gruppi di ogni persuasione, ciascuno deciso a salvare il paese dalle sue deviazioni, a riportarlo sulla retta via".
Giovanni Borgognone

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