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Pariani Laura - Quando Dio ballava il tango | Un romanzo di emigrazione, vista dalla parte delle donne: quelle che partono coi loro uomini, quelle che rimangono ad attenderli, quelle che riempiono la vita degli uomini soli di là del mare sapendo di non potersi aspettare nulla. Un romanzo sudamericano che attraversa gli avvenimenti di un secolo - gli scioperi della Patagonia negli anni Venti, la mattanza degli indios, il terrore della giunta militare, la morte di Evita, i mondiali del 1978, il tracollo economico del 2001 - sempre però con l'occhio rivolto all'Italia. Un romanzo di memoria, non solo per la presenza di grandi vecchie che ricercano qualcuno disposto a raccogliere le loro storie, ma anche perché tutte le protagoniste non possono che riempire di racconti i tempi dell'attesa.
| La recensione de L'Indice |

È questo il romanzo che ci aspettavamo da Laura Pariani. Una storia corale e straordinariamente intensa, una storia che allaccia le sue più grandi passioni: il piccolo mondo delle cascine lombarde, fin dall'inizio nel cuore delle sue opere, e quegli spazi sconfinati da cui è sempre stata attratta: la Patagonia in uno dei racconti del Pettine (Sellerio, 1995; cfr. "L'Indice", 1995, n. 8), il Perù nella Spada e la luna (Sellerio, 1995; cfr. "L'Indice", 1996, n. 4). Ai due capi del romanzo, come quelle figure che, poste ai margini di un affresco, ne danno le chiavi interpretative, troviamo una nonna e una nipote, Venturina Majna, nata nel 1892 alla Cascina Malpensata e Corazón Bellati, nata a Buenos Aires nel 1952. Non nascono sotto un cielo propizio le circostanze del loro incontro: Corazón è venuta in Italia nel 1978, dopo che il marito le è stato portato via dai militari argentini. Desaparecido, come tante, troppe persone dopo il golpe del 24 marzo 1976. Il miglior rifugio che Corazón riesce a trovare, per lei e per la sua bambina, è la Cascina Malpensata, da dove partì alla fine dell'Ottocento il bisnonno Togn, abbandonando la moglie e le tre figlie, la maggiore delle quali è per l'appunto Venturina. Inizia dunque da lei la lunga catena delle donne illuse, abbandonate, ferite che si dipana lungo il romanzo. Sedici donne legate da vincoli di parentela che si passano, in una sorta di ideale staffetta, la fiaccola della testimonianza. È proprio attraverso il sapiente montaggio dei loro racconti di vita vissuta che l'autrice rende percepibili, e direi quasi tangibili, al lettore la grande varietà geografica dell'Argentina (dai selvaggi territori del Nord ai vasti orizzonti della Patagonia) e la brusca repentinità dei sommovimenti sociali, politici, economici che l'hanno attraversata nel corso di un secolo: dallo sterminio degli Indios alla morte di Evita, dal golpe militare al recente dissesto economico. Al popolo indio appartengono Eloisa Ramona Huenchur e Socorro López, e di questo popolo tramandano, oltre alle usanze, la terribile storia di violenze subite, come quella dei cacicchi prisioneros separati dai loro figli. Storia tornata drammaticamente d'attualità al tempo della dittatura. Le prime emigrate, come Catterina Cerutti e Maria Roveda, della favolosa "Mérica" hanno conosciuto gli aspetti più duri, i quartieri fatti apposta per gli italiani, con "conventillos cadenti tra mucchi d'immondizia" e un'unica latrina per ottanta persone. E la disperazione di "affrontare un mondo di cui non si sa niente, neanche il paesaggio e la lingua". Ma la vita non è facile neppure per le loro figlie che troppe volte le hanno viste chinare la testa di fronte alle brutali aggressioni dei loro uomini e a nessun costo vogliono assomigliare a loro. E non sarà facile nemmeno per le più giovani, a cui tocca in sorte uno scenario politico dei più feroci. Questo il destino di Corazón, che ha 24 anni nell'anno del golpe e due anni dopo resterà vedova. Consiste dunque in una cifra di disinganno, di solitudine, di deserto affettivo la profonda affinità che lega i destini di queste donne. Se resistono, se talvolta si salvano, lo devono a una loro forza segreta. Una sorta di talismano che per la vecchia Catte è il tesoro della memoria; per Amabilina è la consolazione dei film d'amore e delle storie d'opera; per Teresa la lettura di Beckett e Kafka; per Mafalda, Martinita e tante altre è la musica del tango (del resto, ogni loro storia è introdotta da una strofa di tango). Si distraggono dal dolore bevendo "les palabras exaltadas" delle canzoni di Gardel, di quel Gardel la cui morte in un incidente aereo costituì un vero e proprio lutto nazionale. E qual è il linguaggio che più s'addice alla musica del tango? Qual è la lingua parlata da queste donne? È una sorta di "esperanto" amoroso, lingua ibrida e fortemente espressiva in cui trovano piena cittadinanza i loro diversi idiomi. È il linguaggio della passione, degli affetti familiari, della memoria in cui parole lombarde convivono con espressioni spagnole, poetiche immagini s'uniscono a modi colloquiali e epiteti gergali, e s'insinuano ovunque echi di quelle favole (Belle Dormenti e tamburini argentini) che segnano il tempo di ogni infanzia. Ricorrono, all'interno di questo grande affresco immagini di intensa suggestività: le figurazioni di un Dio che è sempre presente al cuore di queste donne, in modi diversi. Vigilando da lontano, percorrendo la terra "con voce d'uccello", seduto familiarmente davanti al camino a raccontare favole, o nei panni di un ballerino che entra nel nuovo giorno danzando sulla musica di un tango. |
luca (19-03-2008) Un romanzo storico.Corale.Bellissimo.Intrecciato e (de)costruito con una struttura modernissima articolata e magnifica che obbliga il lettore ad uno sforzo...ma ampiamente ricambiato dal piacere della profondità e dell'intensità della scrittura contenuta in queste pagine. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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