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Pent Sergio - La nebbia dentro

La nebbia dentro
Zoom della copertina
TitoloLa nebbia dentro
AutorePent Sergio
Prezzo € 17,00
Prezzi in altre valute
Dati2007, 207 p., rilegato
EditoreRizzoli   

Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi

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Descrizione
Due fratelli si ritrovano in occasione della morte del padre. Pietro ha abbandonato gli studi, ha fatto il maestro elementare e adesso lavora nei campi in Val di Susa; Attilio si è dato alla politica, è sottosegretario e ha dimenticato la famiglia di origine. Il ricordo del padre è l'unica cosa che li accomuna, oltre a Cristina, che per cinque anni è stata la donna di Pietro, ma poi ha sposato Attilio. Dopo il funerale, i fratelli si scontrano, ma finiscono per ritrovare la passata complicità e confidarsi i misteri, i drammi e gli scandali delle loro vite.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Già nelle due precedenti prove narrative, Un cuore muto (e/o, 2005; cfr. "L'Indice", 2005, n. 5) e Il custode del museo dei giocattoli (Mondadori, 2001; cfr. "L'Indice", 2001, n. 4), Sergio Pent assumeva il portato dei ricordi e dunque l'escursione della memoria biografica nel tempo come base di massa sulla quale esperire i rapporti di congiungimento tra due figure di diversa eziologia. Adesso, in La nebbia dentro, i ricordi fanno da barra ritmica al lento avvicinamento di due fratelli sul fondo di un paesaggio chiuso e irrelato. La parola più ricorrente del romanzo è "eco": a indicare un effetto naturale che è proprio dei rilievi del Moncenisio, ma a designare anche uno stato spirituale che rifrange il passato nel presente, coniugando così filogenesi e ontogenesi in un composto che sintetizza natura e cultura, com'è del resto nella vocazione degli autori piemontesi, e langaroli in particolare. Pent ha traslocato nella sua Val di Susa il carico di mire culturali e antropologiche che formano la coscienza piemontese; e in questo librosi attesta, da cittadino torinese mai strappato alle radici valsegusine, su una doglia di riflessione circa i motivi che tengono Pietro rinserrato nella sua anagrafe civile.
È in lui che Pent si riconosce, una volta avere accertato che la propria storia non corrisponde più alla propria geografia, una "geografia di abitudini immutate" che ne fa il periegeta di una provincia del cuore, dove il mondo esterno arriva solo attraverso i libri che servono per riassumerlo o trasmoda mercé gli echi dell'epica dell'esistenza; una provincia che i propugnacoli dei ricordi preservano entro un hortus conclusus configurato come momento statico e citeriore rispetto a quello dinamico e ulteriore dell'umanità nel mondo. Sicché il tema della ricerca dell'altro, che connota il romanzo, postula anche quello del rifiuto dell'altrove. Dice Attilio al fratello quando il suo cammino di presa di coscienza è ancora agli inizi: "Siamo due punti di vista della stessa generazione. Il mondo io voglio trasformarlo, tu ricordarlo". Ma alla fine sarà proprio lui, mentre giocherà a bocce con Pietro in un conato di giovanile entusiasmo, a volerlo ricordare e rievocare dalle brume del passato, dalla nebbia che si è condensata dentro il proprio animo e gli impedisce di penetrare il tempo per rivedersi nel suo luogo dell'anima tradito, perduto e infine ritrovato.
Nella ricerca del proprio tempo, patrimonio dissipato di valori inalienabili, e di fronte al tempo risvegliato dal buio della memoria dopo il contatto con l'almaterra, Attilio rivive la condizione scatologica dell'individuo contemporaneo stabilita dalla letteratura novecentesca, mainstream Proust. Pietro, eponome di un legame terragno, è il custode dei lari, l'apostatizzazione della memoria, il contrafforte della certezza. Attilio, figliol prodigo e ricco epulone, è invece il "mercante navigatore" di Benjamin contrapposto all'"agricoltore sedentario", il viaggiatore cioè che torna per esaltare le meraviglie del mondo all'orecchio di chi invece si cura solo di custodire la memoria del borgo natio; l'inquieto fuggiasco todoroviano che alla regola di Erodoto sostituisce quella di Omero, sicché vede la felicità nei popoli lontani e diversi; Attilio incarna la ricoeuriana "identità ipsa", fondata sulla modificabilità, contro l'"identità idem" di Pietro, che si regge sull'immutabilità. In sostanza Pietro e il fratello mutuano due modelli di vita antitetici per i quali, secondo lo schema di Ortega y Gasset, l'essere umano è la propria circostanza o l'elicitatore della propria "fantasia", necessaria per uscire da essa.
Ma quale delle due condizioni risponde maggiormente a un principio di realtà che sia anche una chiave di lettura della nostra epoca? Qual è il mondo che risulta realmente più vissuto? Dove batte insomma il suo cuore? Attilio e il figlio metropolizzato non concepiscono una vita déraciné e relegano Pietro nello stato simile agli immigrati rumeni accampati nei dintorni e visti come una minaccia incombente. La sua filosofia è montaliana perché traduce se stesso nella consapevolezza di ciò che non è più e di ciò che non vuole più: il retaggio paterno della "contemplazione perpetua di una certezza geografica minima, sicura", sconfessato a petto delle ghiotte lusinghe della mondanità, del successo, della fortuna economica, l'unica certezza che, perché materiale e tangibile, è tanto più vera.
Pietro gli oppone un altro tipo di certezza, fondata sull'immodificabilità dello statu quo: "I ricordi sono certezze assolute, quelli non cambiano". Ma Attilio non è d'accordo: "Il ricordo può fare fumare la testa", facendo impazzire chi ne faccia strumento di vita, come succede a Buta Stupa e Piota Vercia, figure incartapecorite del passato, cariatidi di una borgata cristallizzata nella memoria collettiva e rivissuta nelle "cronache della cantina", quella dalla quale Attilio è fuggito e che Pietro invece coltiva come un giardino delle esperidi.
L'elemento di blocco è rappresentato dalla moglie di Attilio, che in gioventù è stata la ragazza di Pietro. Il quale può dire che Cristina appartiene sì al fratello, "ma lui sa che il ricordo appartiene a entrambi": il ricordo di lei costituisce dunque per Pietro titolo di possesso perché possa sentire Cristina ancora in qualche modo sua. E se Pietro fa del passato un revenant, Attilio vuole piuttosto esorcizzarlo, ma si ritrova a compierne remissione confidando al fratello il suo "incidente", quello che ha minato la sua rispettabilità. Nella "notte dei fantasmi" che convoca gli spettri del passato confezionando una "overdose del tempo perduto", anche Pietro rivela il suo "incidente": cosicché sul banco dei ricordi rimossi dall'armadio degli scheletri i due fratelli certificano il loro stato di famiglia: Attilio può stanare da se stesso il fanciullino che ha lasciato a casa ad aspettarlo, mentre Pietro può finalmente seppellire dentro di sé il padre succedendogli senza più scompensi nella dirittura etica di una "vita solitaria ai confini della civiltà in corsa". Ora che ha restituito il fratello al culto di una religio della casa e del campanile che si confà alla concezione di una vita di idee e non di cose; ora che ha riunito la famiglia attorno al fuoco della memoria, Pietro può disperdere senza struggimento le nebbie che gli si sono addensate dentro: quelle nebbie che il padre raccoglieva nei barattoli e mostrava ai figli come una entità reale mentre altra consistenza non hanno che di illusioni, "la consistenza di ciò che saremo quando non ci saremo più" dice Pietro ad Attilio, ricordando il padre fermo ad aspettare che il vento del Moncenisio alzasse la "nebbia dei funghi" per andare con il suo cestino a fare le ultime raccolte autunnali.
Alla fine, quando Attilio lascia la sua borgata per rientrare a Roma nello stato di uomo redento, indica a Pietro la nebbia che si va depositando come "un sogno, a mescolare confini e certezze". In questa guazza di indistinzione e illusione i due fratelli si ritrovano e riconoscono, nella certezza che il vincolo di sangue può essere interrotto dalla vita ma la memoria interviene a rinsaldarlo con il glutine del tempo ritrovato. Quanto in Il custode del museo dei giocattoli Pent diceva del tempo, che "non ci aiuta a capire ma a ricordare", trova adesso affermazione in un postulato aggiunto: il tempo come fonte di comunione di affetti che si alimenta alla sorgente della memoria.
  Gianni Bonina

I vostri commenti
  Media Voto: 5 / 5

Eugenio (29-02-2008)
Libro molto bello, ben scritto, pieno di poesia.Le figure dei due protagonisti si intrecciano con le immagini del paesaggio. L'antipatia iniziale, l'astio tra i fratelli, si stempera a poco a poco con il progredire del dialogo reciproco fino ad annullarsi e la nebbia fra i due si disperde come la nebbia della valle al levarsi del sole.
Voto: 5 / 5

Franco (23-10-2007)
Forse, come Pietro, anche io mi sarei rintanato nella quiete della campagna a ridosso dei monti della Val Susa, piuttosto che restare in città. Ben delineati i profili psicologici dei personaggi (anche minori) che si muovono sul filo dei ricordi. Ma forse uno dei protagonisti principali è l'autunno. L'autunno della nostra vita che ci induce a meditare sul senso delle cose. E di argomenti se ne trovano davvero tanti nel libro !
Voto: 5 / 5

Carla Di Matteo (21-10-2007)
Questo libro va assaporato come le caldarroste in autunno o come il profumo del sottobosco spesso evocato. Più che altro si avverte l'intensità di un dialogo intimo e personale che porta i protagonisti, come forse anche l'autore, a fare i conti con le stagioni dell'anima e dei ricordi. In questo "parlarsi dentro" il linguaggio mi sembra molto curato, sensibile alle vibrazioni emotive del ricordo, ricercato nelle sfumature espressive. Nel romanzo, è vero,non si sviluppano grandi avvenimenti dall'incontro dei due fratelli, se non il dipanarsi del ritmo lento e avvolgente (come la nebbia) della nostalgia e, nonostante tutto, la voglia di cercarsi. E' una buona lettura per lettori non frettolosi che amano soffermarsi a pensare, disposti a confrontarsi con il passato. E' una bella scrittura che dà valore alla storia.
Voto: 5 / 5

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