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Di Stefano Paolo - Nel cuore che ti cerca | Rita ha dieci anni quando, in una mattina di marzo, a pochi passi da scuola, viene portata via su un furgone azzurro. Prigioniera in una stanza sotterranea due metri per tre, resiste per otto anni e si salva grazie alla sua forza e a un'inesauribile voglia di vivere. È la sua stessa voce a raccontare la discesa all'inferno, le crudeltà subite da un mostro dispotico che l'ha sottratta al mondo ma che ai suoi occhi riesce a rivelare inaspettate dolcezze. Il dramma di Rita si riflette come in uno specchio nel dolore del padre Toni Scaglione, incapace di rassegnarsi alla sua perdita. Le voci di padre e figlia si alternano, ripercorrendo, ora con durezza ora con slanci poetici, un passato familiare prima felice poi sempre più lacerato. La scena del dramma (su cui si affaccia il coro per lo più indifferente di chi ha assistito al prepararsi e al compiersi del crimine) si concentra sulla claustrofobica prigione di Rita per poi aprirsi alle strade di Milano. Qui si aggira ostinato il padre, seguendo le esili tracce della bambina e del suo carceriere e continuando la ricerca a Firenze, a Zurigo e infine a Siracusa dove il giorno di santa Lucia accade qualcosa che somiglia molto a un miracolo. Ma il viaggio di Scaglione si fa a mano a mano scavo inferiore verso la scoperta del senso profondo della paternità. Noir psicologico, il romanzo dà voce a un'adolescenza mancata, a una società cinica ma ancora capace di generosità, a un padre d'oggi che non si arrende all'evidenza delle indagini.
7 recensioni presenti. Media Voto: 2.42 / 5Catterina (26-05-2011) L'ho letto attratta dal premio ricevuto dal libro. Tutto il racconto mi è sembrato incerto sulla piega da prendere: non è mai diventato un giallo, un racconto dove il poliziesco (che può anche essere gradevole) prendesse il sopravvento sulla riflessione e sui sentimenti; ma anche lo scavare nella psicologia dei personaggi mi è apparso debole e a volte noioso, nel ripetersi di frasi e di idee.
Così sono arrivata alla fine anche saltando qualche paragrafo, ma il finale mi ha ancora lasciato il senso di "incompiuto" che tutto il libro mi ha trasmesso. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Andrea (08-11-2009) Questo autore nel corso degli anni si è spostato dal romanzo raffinato e intenso (i due primi erano bellissimi) all'ossessione per la cronaca (fors'anche in modo furbo, visti i successi di Ammaniti). Dopo i due adolescenti (esageratamente costruiti) del romanzo precedente (Aiutami tu), qui s'ispira direttamente a un fatto di cronaca nera, ma il tutto è assai falso, sembra uno di quei romanzi usciti da una scuola di scrittura (eppure non è il caso). In Francia è stato pubblicato un romanzo quasi identico (Twist) ma non (troppo) migliore a partire dalla stezza vicenda. A mio modesto avviso, il problema è che questi autori vogliono scrivere come Stephen King, ma si credono romanzieri di razza. Perché non asciugano un po' la loro prosa (o viceversa, perché non vanno decisamente nel thriller psicologico)? Voto: 2 / 5 |  |  |  |
Sandra (24-06-2009) Concordo. Di Stefano ha perso l'occasione per realizzare un capolavoro. Avrebbe potuto essere "toccante", invece è "deprimente". Difficile immedesimarsi nel dolore altrui. Il suo è un racconto di cronaca, non scava nei sentimenti e nella disperazione dei protagonisti. Dò ragione alla mia omonima: una donna indifferente alla sorte di sua figlia? soltanto i romanzi scritti da uomini concepiscono atteggiamenti simili. Le donne, nel caso descritto, tuttalpiù sono simili a Medea: amano e odiano con la stessa viscerale intensità. Peccato. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Sandra (20-06-2009) Non mi è piaciuto. Credo che un uomo che perde sua figlia non si comporti come il protagonista. Sembra che della sorte di sua figlia non gli importi granché. E gli inquirenti, con piste che ritengo piuttosto importanti, non seguono quella più logica per trovare la bambina? E gli acquisti del rapitore (che non aveva moglie e figli) per la piccola, non insospettiscono nessuno?Poi l' ex moglie in storie come questa, è sempre una madre snaturata, come la Bovary di Flaubert. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Maria Cristina (18-12-2008) La trama era molto allettante, poi , devo dire la verità, mi ha un po' deluso in quanto piuttosto discontinuo anche se alla fine ho capito il significato di tale sconnessione.
Per tipologia di storia direi molto più interessante " Io non ho paura " di Ammaniti. Voto: 3 / 5 |  |  |  |
gabriela (28-09-2008) L'ho comprato attirata dalla fascetta che lo avvolgeva "Premio Campiello Letteratura XLVI edizione".
Non mi ha deluso, un libro forte e nello stesso tempo fragile, un libro dove riesci a vivere completamente il "sentire" del personaggio.
Qualcuno di di questo autore giornalista ha scritto: "difficile per uno scrittore indossare le scarpe di un altro e riuscire a camminare bene", devo dire che Paolo Di Stefano ci è riuscito perfettamente calzando le scarpe di tutti i personaggi.
Assolutamente da leggere
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
luca (08-09-2008) Non conoscevo questo autore se non dopo il Premio Campiello, ma ne sono rimasto colpito. A parte qualche passaggio un pò lento, è un libro che lascia qualcosa dentro. Lo consiglio veramente. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
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