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Franzinelli Mimmo - La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza...

La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a Piazza della Loggia TitoloLa sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a Piazza della Loggia
AutoreFranzinelli Mimmo
Prezzo
Sconto 15%
€ 17,00
(Prezzo di copertina € 20,00 Risparmio € 3,00)
Prezzi in altre valute
Dati2008, 474 p., ill., brossura
EditoreRizzoli  (collana Saggi italiani)

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Descrizione
Milano, 12 dicembre 1969: nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura esplode una bomba che uccide 17 persone e ne ferisce 88. Brescia, 28 maggio 1974: durante una manifestazione antifascista in Piazza della Loggia lo scoppio di una bomba uccide otto persone e ne ferisce un centinaio. La strage è un tassello fondamentale della strategia della tensione, perché ebbe un preciso obiettivo politico (la città lombarda che, con Milano e Torino, era il laboratorio dell'unità sindacale) e perché fu uno degli episodi della svolta che avrebbe precipitato l'Italia negli anni bui del terrorismo. Franzinelli parte dalle inquietudini alla vigilia del Sessantotto per raccontare con un taglio originale - e documenti inediti o poco noti - l'eversione nera dell'Italia dei primi anni Settanta, i suoi protagonisti, i suoi drammi e i suoi scontri, di cui sono parte integrante i depistaggi e il duro lavoro investigativo che hanno segnato la vicenda giudiziaria fino a oggi.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Dopo varie inchieste parlamentari e l'acquisizione di un'ingente mole di documenti e di testimonianze, è emerso il ruolo attivo delle istituzioni statali (alti ufficiali, servizi segreti) nella stagione italiana dello stragismo. Sulla base di questi esiti, Mimmo Franzinelli raccorda il filo della cospirazione nera che si stende da piazza Fontana (1969) a piazza della Loggia (1974).
In ambito occidentale, le logiche di guerra fredda contemplano l'assunzione del nemico di ieri (il nazista e il fascista) in chiave anticomunista. L'Italia dopo la liberazione non epura il personale fascista dello stato, accettandolo a pieno titolo quando la guerra fredda, nel 1947, entra nella sua fase più acuta. Per questa ragione la Repubblica italiana tollera gli orientamenti autoritari (quando non nostalgici) che albergano nei gangli delle forze armate e delle forze di polizia. L'autore centra il problema quando afferma che l'ascesa di questo personale, nelle più alte cariche operative, si deve a un difetto di leadership e di lungimiranza da parte della Democrazia cristiana, incapace "di imporre ai vertici dei servizi segreti e dell'Arma la fedeltà alla Costituzione". Si tratta di uno spunto che andrebbe messo in relazione con le conseguenze della sovranità limitata che incombono sull'Italia impedendo al nostro paese una piena autonomia nella scelta dei vertici dei servizi segreti, il cui placet spetta agli Stati Uniti. Su questo aspetto una maggiore attenzione al quadro della Nato (si veda Daniele Ganser, Gli eserciti segreti della Nato, Fazi, 2005) avrebbe reso l'affermazione di Franzinelli ancora più penetrante, perché pone la questione della leadership non solo sul piano interno – in una dialettica di poteri tra politici e militari – ma sul piano internazionale, ovvero, quanto è disposta la Democrazia cristiana a imporre all'alleato statunitense un soggetto di provata fedeltà costituzionale ai vertici dei servizi e/o dell'apparato militare?
Alla base della stagione stragista di questi anni vi è la maturazione di una scelta di contrapposizione, da parte degli apparati di sicurezza, nei confronti del movimento del '68, che è percepito più per le sue minacce rivoluzionarie che non per la sua natura di rivolta generazionale. Il disegno che viene ordito prevede l'infiltrazione (in diversi casi riuscita) di volenterosi neofascisti in organizzazioni di estrema sinistra e la preparazione di attentati diretti dagli apparati, eseguiti occultamente dai fascisti e attribuiti, dinanzi all'opinione pubblica, alle forze dell'estrema sinistra. Il solco da ricalcare vorrebbe essere l'esperienza greca, all'origine della quale una serie di attentati, organizzati dai militari e attribuiti ai comunisti, aveva gettato il paese nel caos e aperto la strada, nell'aprile del 1967, alla dittatura dei colonnelli. Avrebbe dovuto essere questo il copione riservato all'Italia, come sembra alludere l'autore? La prospettiva greca è, senza ombra di dubbio, nei desiderata dell'estremismo nero e dei neri di servizio, ma fino a che punto lo è anche degli apparati che manovrano l'estremismo nero?
In ambito Nato, una dittatura militare in Italia sarebbe stata più di intralcio (con lo spettro di una resurrezione fascista dopo la sconfitta del 1945) che di giovamento. Il vero obiettivo era condizionare con forza la democrazia italiana, ridimensionando il potere dei sindacati e del Partito comunista, aspetto che si coglie in piena luce nelle vicende del golpe Borghese, sul quale l'autore ha scelto di non puntare l'attenzione. Può non essere più prematuro, inoltre, abbozzare il livello delle responsabilità politiche dietro alle accertate responsabilità dei vertici militari.
Il testo mostra, in linea con i contributi più recenti sul tema (Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, Rizzoli, 2008; I neri e i rossi, Besa, 2008), che il modello di attentato realizzato a piazza Fontana con regia istituzionale, mano nera, responsabilità da attribuire all'estrema sinistra, non è più riproponibile per almeno tre ragioni: il lavoro di smascheramento della controinformazione, e della magistratura milanese, su piazza Fontana; il non sempre facile controllo sul personale nero, come mostra la strage di Peteano, eseguita dagli ordinovisti contro i carabinieri il 31 maggio 1972; il cambio di obiettivi da colpire e la successiva dismissione della manovalanza nera, scenario interno alle trame che anticipano e seguono la strage di piazza della Loggia a Brescia nel maggio del 1974.
La strategia dei servizi è sottile, perché è anche attenta alle immediate esigenze di giustizia dell'opinione pubblica (basta un arresto, non una condanna). In questo modo i servizi decidono, di volta in volta, di quale collaboratore nero disfarsi e chi continuare a coprire. I gruppi pericolosi che eseguono attentati e che alimentano la tensione non vengono mai completamente neutralizzati perché possono essere riutilizzati per nuove necessità. È lo stesso copione che si ripeterà con il terrorismo rosso (si veda l'episodio del mancato arresto di Mario Moretti), al quale fa da sfondo la premonitrice affermazione del capo del Sid Vito Miceli, quando, nell'autunno del 1974, afferma dinanzi al giudice Giovanni Tamburino: "Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare solo di quegli altri". Colpisce, rileggendo le affermazioni di Guido Giannettini o di Vito Miceli, la non comune capacità di prevedere gli eventi, dovuta al possesso di informazioni preziose o a un lavoro di incanalamento degli eventi che spesso finisce per determinare i risultati desiderati. La tipologia di questi soggetti è quella di figure di alto livello professionale, per quanto le qualità dimostrate non siano impiegate nella difesa della democrazia ma nel suo immiserimento. Le deviazioni non sono episodiche – sostiene a ragione l'autore – ma complessive dell'attività dei servizi e dell'Ufficio affari riservati.
Se si accettasse l'idea di temporanee disfunzioni degli apparati, o anche di azioni non ortodosse realizzate per salvaguardare la democrazia dal comunismo, non si comprenderebbe la ragione dello stragismo (spesso si dimenticano gli episodi altrettanto gravi delle stragi mancate) e la capillarità delle azioni realizzate in questi anni dall'estremismo nero. Il libro, pur soffermandosi prevalentemente sullo scenario lombardo, restituisce una cronaca minuta di attività come pestaggi, attentati, distruzioni, a volte trascurate dai giornali, ma portatrici di un notevole effetto intimidatorio. Nuovo e interessante, in questo contesto, il capitolo dedicato ai sanbabilini: rampolli viziati, neonazisti, cultori di ogni forma di violenza dal bastone alla pistola agli esplosivi, ma soprattutto tollerati – come tutti i neri in questo periodo – dalla giustizia. In questi anni la violenza è prerogativa della destra nell'85 per cento dei casi. Non si tratta soltanto dei gruppi estremisti, ma anche il legalitario Msi svolge la sua parte, con i suoi ambigui vasi comunicanti verso Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, con l'impiego dei sanbabilini per tenere la piazza, salvo disfarsene dopo essersene servito. C'è un desiderio di ordine e di autorità che promana anche dai circoli industriali (gli imprenditori bresciani sono generosi elargitori verso il Msi) e da personaggi della destra democristiana come Massimo De Carolis. Un ordine siffatto desta preoccupazioni in chi crede nella democrazia (è il caso di Mino Martinazzoli, che denuncia le omissioni dei giudici verso le violenze neofasciste) per una spirale di violenza che non può che aumentare.
Quando si innalza la sfida terrorista nera con la strage di piazza della Loggia e con l'eco dello scontro fra terroristi neri e carabinieri a Pian di Rascino, due giorni dopo i fatti di Brescia (30 maggio 1974), "con decisione rivelatrice di sospetti inquietanti", il ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani scioglie l'Ufficio affari riservati. Lo stato si prepara a chiudere con i neri pagando con le vittime della strage dell'Italicus. È solo una chiusura apparente, che non mette in salvo la democrazia da nuove minacce. I principali protagonisti delle strategie destabilizzanti restano impuniti o scontano pene irrisorie. L'iter processuale per punire i colpevoli della strage di piazza della Loggia, dopo trentaquattro anni, è ancora aperto. Mirco Dondi

I vostri commenti
Gianni Soro soro-giovanni@tiscali.it (29-05-2008)
Un libro inquietante, angosciante e irritante. Scritto benissimo, ottimamente documentato e capace di raccontare pagine drammatiche della nostra storia recente. Un libro da leggere assolutamente, soprattutto in questo periodo di facili e sbrigative riabilitazioni storico-politiche di fascismo, fascisti, neofascisti, ex fascisti e quant'altro, un periodo nel quale la memoria storica appare quanto mai corta, labile, "creativa" e opinabile.
Voto: 5 / 5

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