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Anno edizione: 2011
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Tutte le volte nelle quali mi e' capitato di avere tra le mani un libro di Enzo Biagi, -l'ultimo letto a Bologna mentre facevo la guardia al Rizzoli al ginocchio di mio padre-, so' perfettamente a cosa vado incontro ancor prima di leggere la prima pagina o il risvolto di copertina. Tutto e' previsto e prevedibile, tra le tante, infatti, le citazioni si ripetono, le analogie si ripropongono, i temi di susseguono, si sviluppano, talvolta, si completano. E i libri abbondano. Eppure, in questo contesto di ovvia prevedibilita', rimango comunque irretito dalla sua scrittura. Come chi si accinge a vedere un film giallo per la quarta volta del quale conosce alla perfezione : l' assassino, il movente, la condanna, la scena del delitto, le prove, i metodi di investigazione, le false piste e quelle che porteranno alla cattura del falso accusato : quasi sempre il maggiordomo. Quindi, ad un certo punto della lettura, mi sono chiesto. Ma allora, se questi libri mi dicono cose che gia' so' poiche' gia' lette in altre occasioni di incontro, se la loro scrittura nulla aggiunge alla mia ricerca di ardite architetture espressive e saggi simbolismi, se non mi interessano fino ad anticipare nella scelta altre letture. Allora perche' mi ostino a leggerne il contenuto ? Io credo che Biagi sia un onesto cronista, non un irresistibile romanziere, ma un giornalista che ha svolto il suo lavoro consumando molte suole e molte strade del mondo e cio' merita rispetto, merita ammirazione, merita stima e anche se tutto questo non gli avrebbe mai dato nessun Nobel, sicuramente si merita un grazie dai lettori che leggendone l' onesta' lo elevano al rango dei maestri di vita. Empireo sempre meno affollato. Avanti, dunque, c'e' posto. Ma fate largo.
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