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Tatafiore Roberta - La parola fine

La parola fine TitoloLa parola fine
AutoreTatafiore Roberta
Prezzo
Sconto 15%
€ 14,45
(Prezzo di copertina € 17,00 Risparmio € 2,55)
Prezzi in altre valute
Dati2010, 149 p., rilegato
EditoreRizzoli  (collana Saggi italiani)

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Descrizione
Roberta Tatafiore ha dedicato la sua esistenza a difendere i diritti delle donne e a lottare, da donna e da giornalista, contro ogni forma di limitazione della libertà personale. Ma cos'è la libertà personale quando è la vita stessa a sembrare una costrizione? L'8 aprile 2009 Roberta ha ingerito un cocktail letale di farmaci, dopo mesi di isolamento e silenzio. Era in un albergo della capitale, a due passi da casa. Con la stessa serenità con cui Sylvia Plath prima di uccidersi ha imburrato il pane per i figli, Roberta ha lasciato agli amici una pacata lettera di congedo: "La mia è stata davvero una scelta. Una scelta a lungo riflettuta, preparata, accompagnata dalla stesura di un diario". È proprio questo memoriale a rivelarci un percorso che nulla ha a che fare con il suicidio per come lo immaginiamo. La sua è un'uscita di scena consapevole: la lucida e razionale "composizione di una morte", come lei stessa la definisce, con un richiamo simmetrico e contrario a Comporre una vita, il celebre saggio di Mary Bateson. È la decisione di una persona che ha vissuto pienamente coltivando sino alla fine le sue passioni: il senso profondo della letteratura - che nelle opere della stessa Plath, di Marina Cvetaeva e di Amelia Rosselli diventa meditazione sul suicidio - e l'impegno civile, ispiratore anche di quest'ultimo gesto, un gesto politico, "il salto nel vuoto di chi non sa adeguarsi alla norma".

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Roberta Tatafiore era bella e combattiva nel privato e nel pubblico. Non ha avuto figli, ha avuto però passioni amorose, convivenze e fervide amicizie intellettuali con uomini e donne, e non è facile comprendere perché l'8 aprile 2009 abbia in piena lucidità organizzato il proprio suicidio, dopo aver inviato a sei amici copia di quest'ultimo scritto da pubblicare postumo.
Nasce a Foggia nel 1943 in una famiglia da lei definita "un incrocio di Meridione, industrializzazione, emigrazione, emancipazione mancata di mia madre, ambizioni di mio padre pagate con la vita". Difatti il padre, funzionario del Poligrafico di Stato, muore ucciso nel '60 da un operaio impazzito. La madre le ha "trasmesso il fallimento di essere donna". Non per nulla Roberta, negli anni settanta, si immerge nelle battaglie del femminismo, è nel gruppo "Donne e cultura", collabora a "Noi donne" dell'Udi, nell'83 è a Pordenone al "Convegno sulla prostituzione", nell'85 fonda la rivista "Lucciola", lotta contro il Codice Rocco per la totale depenalizzazione della professione più antica del mondo, studia la transessualità e la pornografia e da ultimo, dal 2008, tiene la rubrica "Thelma & Louise" sul "Secolo d'Italia".
Dobbiamo rimeditare su quel "fallimento di essere donna"? O sull'attacco di anoressia che ha all'età di nove anni "nella speranza di disseccarmi e morire"? O su quella "rimozione della prossimità del suicidio appiccicata all'anima come un velo di cipolla" che va tentando per anni, o sul breve dialogo dell'adolescente con il padre in cui lui le chiede perché stia piangendo e lei risponde: "Sono stanca di vivere"? O dobbiamo considerare "quel desiderio segreto di annullarmi distruggermi annientarmi" che insorge in lei matura dopo la morte di tre familiari, o quell'auspicio, che è forse di non pochi suicidi, "Mi piacerebbe morire con alcune persone che ho intorno"? Così scrive il 26 marzo in questo countdown diaristico degli ultimi tre mesi di vita.
Credo piuttosto al suo "Mi inquieta la spazio aperto" (chiaro sintomo di depressione) e al "Mi fa male vivere e mi fa male morire" del 6 marzo. È entrata nella nebbia fonda dello sconforto. Sconforto sugli esiti del femminismo, sconforto sulla bagarre di psichiatria e antipsichiatria (ma lei stessa è in analisi), sulle ridicole mene dell'Unione atei per far scrivere sugli autobus "Probabilmente non c'è alcun Dio" e sul generale passaggio "da Dio alla scienza" e sui relativi furori della prevenzione medica delle malattie.
Le è alieno tutto ciò che si istituzionalizza, come il "femminismo di stato" e il perbenismo della sinistra: un duro colpo quando con "un'assemblea infuocata" il "Manifesto", cui collabora, ha deciso di mantenere in testata la vecchia definizione di "quotidiano comunista". Se si somma tutto, vediamo che ha preso il largo dall'ordine costituito. Non fa perciò meraviglia che si sia politicamente spostata verso i radicali. È perché nella sostanza è nata, più che politica, umanitaria e anarchica: "La mia vocazione è quella dell'outsider o se volete del Lupo della steppa" (è il romanzo di Hermann Hesse tuttora caro ai giovani). Già di sé bambina dice: "Ero un'antenna cha capta il dolore disperso nell'aria, ipersensibile alla sorte avversa di qualsiasi creatura, un mendicante insultato, un bambino punito, un cavallo maltrattato, un gattino abbandonato". Ha, come dice, un "cuore pro famiglia" ossia un cuore onnipotente che ora non trova più appigli. Il 16 febbraio scrive una sorta di poesia: "Ho sbagliato a infilarmi nel tunnel del suicidio / a nascondere tutto / a mollare tutto / a scappare da tutto. / Ma / riacciuffare il posto di soldatina della vita è possibile". Però conclude: "Che faccio: vado avanti o torno indietro? Vado avanti. / Dichiaro fallimento". Ma una fine stoica come la sua è bella e rara, e il contrario di un fallimento.
Anna Maria Carpi

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