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Letteratura: storia e critica   Saggistica  Saggi letterari 

Carofiglio Gianrico - La manomissione delle parole

La manomissione delle parole TitoloLa manomissione delle parole
AutoreCarofiglio Gianrico
Prezzo
Sconto 15%
€ 11,05
(Prezzo di copertina € 13,00 Risparmio € 1,95)
Prezzi in altre valute
Dati2010, 187 p., rilegato
CuratoreLosacco M.
EditoreRizzoli  (collana Scala italiani)

Nella promozione Rizzoli fino al 19 marzo

Disponibilita immediata
Consegna espresso in Italia in 1-2 giorni

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Descrizione
Le parole servono a comunicare e raccontare storie. Ma anche a produrre trasformazioni e cambiare la realtà. Quando se ne fa un uso sciatto e inconsapevole o se ne manipolano deliberatamente i significati, l'effetto è il logoramento e la perdita di senso. Se questo accade, è necessario sottoporre le parole a una manutenzione attenta, ripristinare la loro forza originaria, renderle di nuovo aderenti alle cose. In questo libro, atipico e sorprendente, Gianrico Carofiglio riflette sulle lingue del potere e della sopraffazione, e si dedica al recupero di cinque parole chiave del lessico civile: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta, legate fra loro in un itinerario concettuale ricco di suggestioni. Il rigore dell'indagine - letteraria, politica ed etica - si combina con il gusto anarchico degli sconfinamenti e degli accostamenti inattesi: Aristotele e don Milani, Cicerone e Primo Levi, Dante e Bob Marley, fino alle pagine esemplari della nostra Costituzione. Ne derivano una lettura emozionante, una prospettiva nuova per osservare il nostro mondo. Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario, dichiarava Rosa Luxemburg ormai un secolo fa. Ripensare il linguaggio, oggi, significa immaginare una nuova forma di vita.

La recensione di IBS
«La ragione di questo libro – a un tempo politica, letteraria ed etica – consiste nell’esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole: e, dunque, per cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell’agire collettivo». Gianrico Carofiglio ci regala un saggio alla Borges, dall’impianto filologico rigoroso, sull’uso del linguaggio e sulle sue conseguenze nella nostra società. La diagnosi dello scrittore, magistrato e uomo politico barese, è che oggi si usino poche parole, di scarsa qualità e che la lingua utilizzata meccanicamente sia sciatta, banale e manipolata dall’ideologia dominante. Dato che la narrazione dei fatti non è un’operazione neutra, ma un tipo di comunicazione che crea la realtà definendo il mondo con i propri termini, secondo Carofiglio occuparsi del tema della scelta delle parole assume oggi una valenza cruciale, fondativa. Il meccanismo, infatti, può avere degli esiti concreti temibili: si pensi alle parole come premessa e sostanza di pratiche manipolatorie, razziste, xenofobe o criminali. Ad esempio, «espressioni come giudeo, negro, terrone, marocchino attivano immediatamente l’ostilità, creano un altro estraneo e da respingere». Ed è questa interferenza sulla realtà, questa vera e propria creazione di realtà fittizie che ogni giorno, secondo l’autore, spesso inconsapevolmente, sperimentiamo. Questa manipolazione occulta del linguaggio che in molti casi si fa violenza, è il male al quale bisogna porre rimedio.
La strada indicata dall’autore passa attraverso la cura, l’attenzione, la perizia da disciplinati artigiani della parola, sia nello scrivere che nel parlare, ma ancor più nell’esercizio passivo della lingua: quando ascoltiamo e quando leggiamo. Carofiglio sottolinea come nei sistemi totalitari si assista sempre all’impoverimento della lingua, alla scomparsa delle parole del dubbio in favore degli slogan del potere, al trionfo lento, feroce e impercettibile dei luoghi comuni che impediscono di ragionare. Questo libro sembra volerci avvisare del rischio imminente e già in atto del degenerare del linguaggio pubblico e politico, nel quale termini come “popolo, libertà, amore, democrazia” sono stati progressivamente usurpati e svuotati di senso. Se è vero, come sta scritto nell’incipit del Vangelo di Giovanni, che «in principio era il Verbo», la Parola, è a questo logos che distingue l’uomo da tutte le altre creature viventi che bisogna ridare linfa vitale. Carofiglio lo fa nella seconda parte del libro, dove compie un’indagine su alcune parole chiave quali “vergogna, giustizia, ribellione, bellezza” e “scelta”, parole primarie, spesso gravemente svuotate. Il suo tentativo è dunque quello di riempirle, restituire loro vita, perché le parole impoverite di senso sono, come scrisse il filosofo francese Brice Parain, «pistole scariche».
Carofiglio ci conduce da un termine all’altro, utilizzando i riferimenti e gli esempi più disparati, letterari, politici, poetici, filosofici. Ci ritroviamo così a riscoprire il significato della parola “speranza” da un discorso di Barack Obama, di “bellezza” intesa come “saggezza” da un passo di Susan Sontag, o ancora di “scelta” come il contrario di “indifferenza” dalle pagine di una rivista di Antonio Gramsci. Chiudono il saggio una parte dedicata alle parole del Diritto e un corposo apparato di note bibliografiche, curato dalla ricercatrice di Filologia classica Margherita Losacco, senza le cui intuizioni molti spunti del libro non sarebbero stati possibili.

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
"Il potere costituito su basi emotive è l'opposto della democrazia, che si fonda invece sulla discussione critica, sull'argomentazione, sulla ricezione di istanze molteplici". Con questa definizione (contenuta nel capitolo Il furto delle parole: democrazia e libertà) Gianrico Carofiglio fotografa, nel suo saggio-pamphlet La manomissione delle parole, la distanza che separa la natura del populismo autoritario da quella di una democrazia autentica; e questa distanza è segnata non poco dalla deliberata rimozione dal linguaggio del populismo proprio della parola pensante e raziocinante, e perciò costruttiva e dialettica, quella che gli antichi greci sinteticamente indicavano con il termine lògos, "parola" e "ragione" al tempo stesso.
Il populismo autoritario impiega invece il linguaggio come un'arma che punta diritta a colpire la "pancia" di chi ascolta (cioè a sollecitarne e a rinfocolarne le primitive pulsioni e le paure); si affida cioè prevalentemente a quella funzione del linguaggio che già gli oratori latini chiamavano movere ("toccare la sfera emotiva e istintiva") e finisce così per avere facile gioco, sul piano retorico-persuasivo, su qualsiasi contro-argomentazione mirata a docere, cioè a spiegare e convincere razionalmente l'ascoltatore. A questo scopo il populismo autoritario si avvale altresì di reiterazioni fraseologiche e lessicali, cioè di slogan preconfezionati da ripetere all'infinito, per plasmare e manipolare le menti come a colpi di martello su un metallo malleabile. La sua lingua è dunque (secondo le definizioni che Carofiglio mutua dalla scrittrice Toni Morrison) "morta", "raggelata", "impermeabile all'interrogazione"; cioè rigida, drammaticamente impoverita e totalmente refrattaria al confronto dialettico. Non per caso questi stessi caratteri si riscontravano già – analogia inquietante – nel linguaggio della propaganda dei regimi totalitari del Novecento.
Almeno nei primi capitoli il libro di Carofiglio è dunque essenzialmente, ed espressamente, una pacata ma preoccupata riflessione sulla patologia del linguaggio politico e mediatico dell'Italia dei nostri giorni. Ma questa riflessione si sviluppa con l'ausilio di un ampio corredo dossografico, ovvero attraverso un ventaglio di citazioni e di confronti che allargano la visuale storica del fenomeno spaziando fra molteplici autori che se ne sono occupati fino dall'antichità classica. Meritevole (perché ormai sconosciuto ai più) è in proposito la riproposizione del geniale passo dello storico greco Tucidide sulla "metonomasia", ovvero sulla manipolazione del senso originario delle parole a fini di potere e di prevaricazione durante la guerra civile di Corcira; ma entrano nel percorso argomentativo di Carofiglio molti altri autori, in un continuo movimento pendolare fra antico (Platone, Cicerone, Sallustio) e moderno (Primo Levi, Camus, Orwell, Steiner, Calvino e molti altri). Tra i capitoli più intriganti e inquietanti quello intitolato Lingua del dubbio e lingua del potere, dove si mette a fuoco la dicotomia fondamentale nell'uso del linguaggio, diviso tra una potenziale e benefica funzione euristica e conoscitiva (di se stessi e del mondo) e quella contraria, malefica e opprimente, che mira a soggiogare le coscienze attraverso l'impoverimento lessicale-fraseologico e la sclerotizzazione semantica di cui si diceva sopra.
Ma nella seconda parte del saggio Carofiglio va oltre l'analisi descrittiva e analitica del fenomeno, per proporre (in una serie di capitoli intitolati a parole chiave della sfera etico-estetica) una riflessione in positivo sul senso di termini come "vergogna", "giustizia", "ribellione", "bellezza", "scelta"; parole che vengono sentite e spiegate dall'autore come indicatori e guide per chi voglia attingere un senso pieno e dignitoso dell'esistenza. Parole come valori cardine di riferimento, insomma. Prima fra tutte, anche nell'ordine della trattazione, "vergogna", un vocabolo che rimanda a un sentimento (l'aidòs degli antichi greci) fondativo della civiltà occidentale ma oggi piuttosto latitante: "La caratteristica della vergogna – scrive Carofiglio – come di altri sentimenti, è di essere un segnale. (…) Se una persona non riesce a provare dolore, si accorgerà troppo tardi di essere malata. E lo stesso accade per la vergogna (…) La vergogna è un sintomo, e chi non è in grado di provarla rischia di scoprire troppo tardi di avere contratto una grave malattia morale".
Che il pamphlet sia stato in gran parte ispirato al suo autore dall'urgenza degli eventi pubblici italiani dell'ultimo ventennio è evidente e, non di rado, esplicito. Di fronte a quegli eventi, tuttavia, Carofiglio si atteggia con un distacco e un'onestà intellettuali che trascendono di gran lunga la stretta attualità, anche se non nascondono un'appassionata, si direbbe quasi "nobile" (se l'aggettivo non suonasse malinconicamente démodé nell'Italia di oggi) volontà di testimonianza civile.
Perciò questo libretto andrebbe conosciuto nelle scuole. Se è vero infatti che la parola è ancora lo strumento principale dell'educazione e della formazione critica delle coscienze, una riflessione metalinguistica come quella proposta dall'autore aiuterebbe non poco i giovani a smascherare e a contrastare l'uso distorto e "avvelenato", cioè deliberatamente diseducativo e corruttore, che media e politica ne fanno da qualche decennio a questa parte in casa nostra.
Paolo Mazzocchini

I vostri commenti
14 recensioni presenti.  Media Voto: 3.28 / 5

Sheepz (06-09-2011)
Ottimo libro, da regalare ai pi? giovani per le generazioni a venire. Un libro che inizia il lettore, soprattutto quello vivente in un'era mediatica quale la nostra, a ragionare sulle parole e sulla loro potenza. E a carpirne i metodi sabotatori di delinquenti lessicali, psicologi manipolatori e lobbisti.
Voto: 5 / 5
Daniele (06-07-2011)
Di Berlusconi ne ho le scatole piene! Ottimo lavoro di copia-incolla che però non mantiene la promessa iniziale di indagare sulla effettiva manomissione delle parole. L'inizio è illuminante, ma dopo pochissime pagine anche il nostro Carofiglio cade vittima del più popolare degli sport italiani e tutto si perde in un pamphlet contro Berlusconi. E dico che si può essere o meno d'accordo su quanto scritto, ma l'inganno seppur sottile esiste. A 'sto punto mi vedevo Anno Zero.
Voto: 2 / 5
Alf (11-04-2011)
Nella materia saggistica Gianrico Carofiglio esprime bene il suo pensiero e la sua vocazione alla "citazione". Un buon libro che ha forse una piccola pecca nella brevità di alcuni passaggi che forse avrebbero meritato maggiore sviluppo. Le parole sono importanti e questo libro ci fa riflettere.
Voto: 4 / 5
Anto (05-03-2011)
"La parola giustizia non può fare a meno della parola ribellione" Questa frase suona profetica in quello che sta accadendo nel sud del mediterraneo, dovremmo rifletterci anche noi tutti. Un buon saggio questa "Manomissione", scorrevole e chiaro.
Voto: 4 / 5
Filippide (21-02-2011)
Noia pura. Questa volta Carofiglio G. ha un po' toppato... Non che non si possa essere d'accordo con le considerazioni sul premier, e sulla corruzione del linguaggio, ci mancherebbe... Mi sembra però, questo libretto, un prodotto molto semplificato senza i giusti approfondimenti nonostante l'apporto di una collaboratrice probabilmente preposta allo scopo di cui sopra. Ma la giovane Losacca credo si sia dedicata a curare bibliografie e a fare elenchi di citazioni che diventano alla fine gli spunti su cui Carofiglio G sviluppa (mica tanto sviluppa...) il suo pensiero. La verità è che sono deluso. Ho ascoltato Carofiglio G. in un paio di circostante e mi sembra molto intelligente e ne condivido la scelta politica, ma questo libro è davvero un po' scarso e tutto sommato autocelebrativo (abbastanza insopportabile chi cita se stesso). Se poi è successo quello che spesso succede e cioè che un autore famoso "firma" cose che magari gli appartengono poco al mero scopo commerciale (vedi i libri di vespe & company) allora non ci siamo proprio. Vuol dire che ce lo siamo perso. Dispiacere.
Voto: 1 / 5
Maria (10-02-2011)
Ottimo libro. Semplice e lineare. Avrei gradito qualche altro capitolo di approfondimento.
Voto: 5 / 5
Giuseppe Bottini (06-01-2011)
Ennesimo manifesto della "intellighenzia sinistrorsa" a senso unico. Demagogico e scontato l'attacco (ogni 10 pagine circa ) a chi impersonifica il "nemico" numero uno (Berlusconi). E' mai possibile scrivere un saggio senza rinunciare a nominare il Presidente del Consiglio ????????? Sembra un libro scritto da Travaglio, avrebbe avuto più senso. Inoltre, considerando che circa un quarto del libro è composta solo da bibliografia, peraltro neanche curata dall'autore......... forse è meglio che Carofiglio riprenda a narrare le gesta del suo Guerrieri............
Voto: 1 / 5
Fabio De Rosa (06-12-2010)
Davvero noioso, brutto, una citazione dietro l'altra: il tipico libro che non sarebbe mai stato pubblicato se non ci fosse stato "l'avvocato Guerrieri". Una invettiva di un magistrato (o ex) contro Berlusconi, che nulla aggiunge a quanto gia' si sa; ne avremmo fatto volentieri a meno.
Voto: 1 / 5
alessandra (27-11-2010)
Un libro che ci aiuta a ridare senso alle parole. Un libro che spalanca delle porte là dove sembrava che ci fossero dei muri. Un libro civile e rivoluzionario. Dovrebbero farlo leggere nelle scuole.
Voto: 5 / 5
Arkadin arkadin70@yahoo.it (20-11-2010)
Bellissimo saggio sul significato dirompente dell'uso delle parolein politica. L'uso e l'abuso delle parole o meglio come scrive l'autore, la loro manomissione per fini non affatto pubblici, può riportarci indietro nella storia civile del paese, spingendoci verso un baratro di idee e valori. Per questo motivo le parole in politica non devono mai essere "manomesse" ma saggiamente preservate.
Voto: 5 / 5
ella (19-11-2010)
Sono convinta che la lettura di questo libro possa fare riflettere sul valore della comunicazione. Non è solo un manifesto antiberlusconiano: affronta una problematica particolarmente attuale in un periodo in cui si dà notevole importanza all'esteriorità. Il messaggio che mi pare di individuare è questo: riflettendo sul'uso del veicolo-parola, si presterà più attenzione anche ai contenuti. "In principio era il Verbo".
Voto: 5 / 5
SolidaSissi (10-11-2010)
Trovo abbastanza ingenerosa la critica un po' violenta di chi mi ha preceduto; e condivido quello che dice Martina sulle parole. Detto questo non possiamo negare che Gianrico Carofiglio sia un po' troppo presente sia a livello editoriale sia con le sue apparizioni su giornali e televisioni. Potrebbe preservare il suo lavoro stando un po' più dietro le quinte... Temo che alla lunga ci si possa stancare (io personalmente sto perdendo un po' di interesse). Venendo al saggio, ci sono parti interessanti e altre un po' deboli, quasi accademiche, con una prosa distante e poco omogenea. Mi sembra un po' rigido nella struttura, forse un po' scolastico e forse frettoloso. Molti degli spunti interessanti non hanno ricevuto un adeguato sviluppo e come per gli ultimi romanzi del Carofiglio alla fine si resta un po' delusi.
Voto: 2 / 5
Martina (01-11-2010)
Senza alcuna pretesa di fare una lezione, Carofiglio ci ricorda che le parole sono forza e civiltà. Sono spirito, ma mantengono il contatto, con la sostanzialità e l'ambiguità delle cose della natura.
Voto: 5 / 5
roberto (29-10-2010)
Ennesima fatica dell'instancabile scrittore-parlamentare-magistrato (in congedo). Sicuramente meno inutile della saga del super eroe avvocato Guerriri ma pur sempre arrovellato su un tema di dubbio interesse. Sarebbe bello leggere, da chi si occupa della cosa pubblica, di realtà - e non di rappresentazione (parole) della realtà o, alternativamente, non leggere e immaginare che stia lavorando per noi: invece no. Comparsate in TV che sono ovviamente dei promo per i libri e libri che parlano di nulla. Ma di cosa ci lamentiamo? Siamo il paese del bunga bunga.
Voto: 1 / 5

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