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Descrizione


Nike, McDonald's, Shell. Il mondo è nelle mani delle multinazionali, che hanno creato bisogni e miti di cui, per decenni, siamo stati schiavi. Ma lo sforzo dei grandi colossi per rendere omogenee le nostre comunità e monopolizzare il linguaggio condiviso ha generato una forte ondata di resistenza, testimoniata da diverse e diffuse azioni di guerriglia. Dallo sfruttamento nelle fabbriche dell'Indonesia e delle Filippine, in cui viene calpestato ogni diritto umano, ai centri commerciali propagatori di life-style del Nord America, fino alle campagne più massicce di attivisti, manifestanti e hacker, Naomi Klein spiega e analizza le ragioni della contestazione e le contraddizioni dell'economia globale. E, in quest'ultima edizione, ci racconta come oramai anche la politica sia asservita alle leggi dei marchi, offrendoci un'analisi inedita e sconcertante del fenomeno Obama. Al contempo analisi culturale, manifesto politico e inchiesta, No Logo è il primo libro che racconta una storia di ribellione e autodeterminazione nei confronti dello strapotere dei marchi.
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Dettagli

2010
Tascabile
22 settembre 2010
533 p., Brossura
9788817061773
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Indice


Le prime frasi del libro:

INTRODUZIONE
UNA RETE DI MARCHI

Se chiudo appena gli occhi, inclino la testa e guardo dalla finestra giù dritto fino al lago, tutto ciò che riesco a vedere è il 1932. Magazzini marrone, ciminiere color avana e, dipinte sui muri di mattoni, scolorite pubblicità di marche ormai tramontate, "Lovely", "Gaywear". È la vecchia Toronto industriale delle fabbriche di abbigliamento, dei pellicciai, degli abiti nuziali all'ingrosso. Finora nessuno ha trovato modo di trarre profitto dalla demolizione di queste scatole di mattoni, e, in questa piccola area di otto o nove isolati, la città moderna è cresciuta disordinatamente sulla città vecchia.
Sto scrivendo questo libro dal mio appartamento in uno stabile di dieci piani situato in un quartiere fantasma di Toronto, dove un tempo si svolgeva la produzione tessile. Da allora molti di quegli edifici sono stati sprangati, le vetrate fracassate, i polmoni delle ciminiere chiusi; oggi la loro unica funzione capitalistica è quella di ospitare sui tetti incatramati grandi tabelloni pubblicitari a luci intermittenti che ricordano agli automobilisti, bloccati nel traffico della superstrada lungo il lago, l'esistenza della birra Molson, delle automobili Hyundai e dell'EZ Rock FM.
Negli anni Venti e Trenta, gli immigrati russi e polacchi andavano su e giù per queste strade discutendo di Trotzkij e delle leadership del Sindacato internazionale delle operaie tessili. Ancora oggi, anziani portoghesi spingono rastrelliere di abiti e cappotti lungo il marciapiedi, e alla porta a fianco puoi comprare un diadema nuziale di gioielli finti se mai dovessi averne la necessità (per un costume di Halloween o una recita scolastica).
Il vero movimento comunque è in fondo all'isolato, tra i cumuli di gioielli commestibili di Sugar Mountain, il tempio dei dolci retrò, aperto fino alle due del mattino per soddisfare i golosi desideri notturni dei ragazzi che frequentano i locali. Un negozio al pianterreno continua il suo discreto commercio di manichini nudi e calvi, sebbene più spesso venga dato in affitto a scuole come set surreale per film sperimentali oppure come sfondo tristemente alla moda per interviste televisive.
Come per molti quartieri urbani in analoghe condizioni di limbo postindustriale, le stratificazioni di decenni conferiscono a Spadina Avenue un fascino casuale e meraviglioso. I loft e i monolocali sono pieni di gente consapevole di interpretare un ruolo in una pièce artistica a sfondo metropolitano, anche se fanno di tutto per non farlo notare. Se qualcuno rivendica maggiori diritti sulla "vera Spadina", allora tutti gli altri cominciano a sentirsi come dei sostegni di scarsa importanza e crolla l'intero palazzo.
Per questo non è piaciuta l'iniziativa del Comune di commissionare una serie di installazioni artistiche per "celebrare" la storia di Spadina Avenue. Per prime le figure in acciaio appollaiate in cime ai lampioni: donne piegate sulle macchine da cucire e folle di operai in sciopero sventolanti striscioni con slogan indecifrabili. Poi venne il peggio; un gigantesco ditale di ottone, proprio all'angolo del mio palazzo. Tre metri e mezzo di altezza per tre di di diametro. Accanto, due enormi bottoni color pastello, dai cui fori uscivano piccoli e fragili alberelli in crescita. Per fortuna, Emma Goldman, la famosa anarchia e sindacalista che visse proprio in questa strada alla fine degli anni Trenta, non ha dovuto assistere alla trasformazione della lotta dei lavoratori tessili in una strumentazione tanto "kitsch".
Il ditale è solo la più evidente manifestazione di una nuova e dolorosa autocoscienza portata sulla strada. Tutto intorno si stanno ristrutturando i vecchi edifici industriali, che vengono convertiti in complessi residenziali con nomi come "La fabbrica dei dolciumi". D'altronde, già il settore della moda aveva sfruttato il look della fabbrica per brillanti idee d'abbigliamento: per esempio, le tute smesse degli operai, i jeans Labor della Diesel, gli scarponi della Caterpillar. Ed è ovvio che prosperi anche il mercato edilizio con la vendita di appartamenti nelle fabbriche riadattate e lussuosamente rinnovate, completi di docce rivestite in ardesia, parcheggi sotterranei, palestre a cielo aperto e portieri a orario continuato.
Finora il mio padrone di casa, che ha fatto fortuna producendo e vendendo impermeabili London Fog, si è fermamente rifiutato di svendere il nostro palazzo. Forse finirà per cedere, ma per il momento ha ancora una manciata di locatari attivi nel settore dell'abbigliamento i cui affari sono troppo modesti per spingerli a muoversi verso l'Asia o il Centro America e che per qualche ragione non vogliono adattare la pratica corrente di impiegare lavoratori a domicilio pagati a cottimo. Il resto dell'edificio è affittato a insegnanti di yoga, produttori di documentari, grafici, scrittori e artisti che ci vivono e ci lavorano. I ragazzi shmata che ancora vendono impermeabili nel magazzino accanto sembrano terribilmente sconcertati quando vedono i cloni di Marilyn Manson, in catene e stivali alti di pelle, attraversare l'atrio e andare al bagno comune con in mano il tubetto del dentifricio. Ma cosa ci si può fare? Per ora siamo bloccati qui tutti insieme, imprigionati tra la dura realtà della globalizzazione economica e la persistente estetica da video rock.

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cristinapatregnani
Recensioni: 5/5

Inchiesta lucida e molto puntuale su cosa siamo noi, come società; le dinamiche del capitalismo e della globalizzazione, spiegata in maniera molto accessibile, attraverso le storie degli sfruttatori e degli sfruttati.

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mickgubbio
Recensioni: 4/5

Quello che è stato la Bibbia dei new global, interessante la lettura che permette di capire la frustrazione che serpeggiava a quei tempi fra il così detto “Popolo di Seattle” e capire come milioni di persone siano scese in piazza a lottare ,alcuni anche a costo della vita,” durante le proteste di inizio millennio.

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vio78
Recensioni: 5/5

Questo testo, seppur alquanto datato, è di un’attualità a tratti sconfortante. In questo saggio Naomi Klein, nell'ormai lontano 2000, traccia i principi alla base dell’allora nascente globalizzazione, mettendone a nudo le contraddizioni e gli effetti a lungo termine sul piano sociale, economico ed ambientale. In un’attenta analisi articolata in quattro sezioni, l’autrice analizza come si sia sviluppato l’attuale concetto di marchio, trasformatosi da mera marca a simbolo, e come questo abbia comportato un’evoluzione dell’intero settore produttivo e distributivo, generando da un lato un nuovo concetto di immagine e stile di vita e dall'altro un nuovo sistema di produzione: delocalizzazione e sfruttamento a cui corrispondono precarizzazione e depauperamento sono le due facce della medaglia introdotta dal nuovo volto del capitalismo.

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La recensione di IBS


"Come suggeriscono queste costruzioni futuribili, i grandi sponsor e la cultura che hanno marchiato con i loro logo si sono fusi per creare una terza cultura: un universo autoreferente di persone-marchio, prodotti-marchio e mezzi di comunicazione-marchio."

Come non sentire che esiste una forma invasiva del vivere che si chiama pubblicità? Come non sentirsi minacciati da una omologazione totale nel mangiare, nel vestire, nell'abitare e, perché no, nel pensare? Per chi avverte con disagio questa violenza, leggere il libro di Naomi Klein è davvero obbligatorio.

Giornalista d'assalto canadese che pubblica su prestigiose testate, quali in New York Times e il Village Voice, Naomi Klein ha studiato e conosciuto i movimenti antiglobalizzazione dal loro nascere ancor prima che andassero formando quello che ormai viene definito "il popolo di Seattle".

Il volume si apre con un'analisi del ruolo sociale, oltre che economico, che i marchi hanno avuto negli ultimi venti, trent'anni, il costituirsi di cliché precostituiti anche per le modalità di vita più apparentemente alternative. Come non ricordare, anche da noi, la moda del graffitismo che ha assorbito nel mercato il gesto trasgressivo del writer che sui muri delle città disegnava con le bombolette la propria rabbia? Nel capitoletto "L'hip hop gonfia i marchi" viene con durezza dimostrato come il branding dei centri urbani sia la trascrizione patinata del disagio delle periferie. Come non verificare quotidianamente la difficoltà di trovare spazi liberi, oltre che fisici anche mentali, per muoversi indipendentemente dalle proposte pubblicitarie?

Ancora più dolorose sono, nella realtà globalizzata, le condizioni di vita in cui sono costretti coloro che costruiscono nei paesi più arretrati, materialmente, i prodotti proposti poi all'immaginario degli acquirenti del G8: bambini e donne costretti, in luoghi malsani, a ritmi di lavoro mostruosi, operai pagati con una tazza di riso o con due dollari per dieci, dodici ore di lavoro.

Il volume traccia poi la storia di tre logo altamente "simbolici", i cui prodotti sono rappresentativi di quanto detto finora: Nike, Shell e McDonald's. Ed è contro di loro che è cresciuto un movimento di opinione del tutto nuovo.

Alle ingombranti denunce fatte da pochi coraggiosi l'Occidente aveva in un primo momento risposto o con delle forme di amnesia, o con atteggiamenti di paternalistica beneficenza, ma da qualche anno, lentamente, quasi senza che sociologi o politologi lo avvertissero, è nata una nuova forma di contestazione, di rivolta, di rifiuto radicale, iniziata con campagne anti-marchio e col boicottaggio di alcuni prodotti. Internet è stato uno strumento importante per tutto ciò: velocità d'informazione, immagini e dati diffusi in tutto il mondo e non passibili di controllo. Da qui è cresciuta una contro cultura, una nuova sensibilità che ha portato al nascere di codici di comportamento che alcune aziende hanno adottato e che alcuni Paesi sentono il dovere di imporre nel mercato globalizzato.

Il WTO sarà nuovamente contestato, i consumatori si stanno organizzando e le campagne contro l'inquinamento elettromagnetico sono all'ordine del giorno: siamo in trincea insomma a difendere, finché è possibile, l'igiene dei nostri cibi, dei nostri corpi e soprattutto delle nostre menti.

A cura di Wuz.it

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Conosci l'autore

Naomi Klein

1970, Montreal

Nata in Canada da famiglia ebraica, Naomi Klein è giornalista, attivista e scrittrice. Autrice dei best-seller internazionali No Logo (Baldini & Castoldi, 2001 e BUR Rizzoli, 2010) e Shock Economy (Rizzoli, 2007) nel 2015 esce Una rivoluzione ci salverà (Rizzoli). Collabora con varie testate, tra cui «The Guardian», «The New York Times» e «Internazionale». Nel 2019 esce per Feltrinelli Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima. Nel 2023 pubblica con La nave di Teseo, Doppio. Il mio viaggio nel mondo specchio.Fonte immagine: La nave di Teseo

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