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Dickens Charles - Grandi speranze

Grandi speranze
Zoom della copertina
TitoloGrandi speranze
AutoreDickens Charles
Prezzo € 9,80
Prezzi in altre valute
Dati2002, 486 p.
TraduttoreMaffi B.
EditoreBUR Biblioteca Univ. Rizzoli  (collana Classici)

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Descrizione
Pubblicato nel 1861, "Grandi speranze" è il romanzo di formazione di un giovane londinese dal carattere incostante, Philip Pirrip, detto Pip, un povero ragazzo del popolo che, attraverso una serie di eventi straordinari, riesce a elevarsi a una condizione sociale superiore, affrancandosi così dale proprie origini per le quali prova un sentimento di fastidio e rancore. Ma in seguito, ammaestrato dalle mutevoli sorti della vita, imparerà ad apprezzare quel mondo umile che aveva lasciato per inseguire le sue "grandi speranze". E alla fine Pip capirà quali sono i veri valori che ogni uomo deve custodire in sé, traendone indicazioni su come agire.

I vostri commenti
  Media Voto: 4.25 / 5

claudio erclaudio@libero.it (08-11-2006)
non do 5/5 perchè forse le aspettative troppo alte mi hanno deluso.. è il primo romanzo di dickens che leggo e non credo che sarà l'ultimo.. molto bello.. però un pò lento all'inizio.. si riprende nella parte centrale per poi tornare ad essere un pò lento nel finale.. ma forse il mio giudizio è un pò viziato dall'abitudine a leggere i romanzi contemporanei... nel complesso comunque Pip è davvero un gran bel personaggio.. spero di riuscire a reperire da qualche parte il film tratto dal romanzo
Voto: 4 / 5

elena (17-10-2006)
Ho letto questo libro dopo aver visto la trasposizione cinematografica di Alfonso Cuaròn, "Paradiso perduto". E devo dire che, nonostante la lettura sia molto bella, ho preferito il film.
Voto: 3 / 5

Anny hannibal9@tin.it (26-03-2006)
E' la prima opera di Dickens che ho letto. L'ho finito giusto ora e leggendo le ultime parole del libro ho provato quel leggero brivido attorno alle spalle fin su per il collo, quel brivido che è indice di apprezzamento. Ad una prima parte apparentemente introduttiva (in realtà si entra nella storia senza nemmeno accorgersene, e tale consapevolezza quando arriva è deliziosa) ne segue una seconda assolutamente incalzante, viva, carnale, intrecciata e spaventosamente filmica. Un lavoro davvero completo e solido.
Voto: 5 / 5

Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (28-04-2004)
Sono trascorsi sette anni da “Tempi difficili” e uno in più da “Casa Desolata”, quando appare “Grandi speranze”, che è del 1861. Anche questo: romanzo cospicuo, voluminoso. Leggete il suo incipit: “Poiché il cognome di mio padre era Pirrip, e il mio nome di battesimo Philip, la mia lingua infantile non riuscì mai a ricavare dai due nomi nulla di più lungo o di più esplicito di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e Pip finii per essere chiamato.” C’è tutta la felicità espressiva del narratore che ha dimestichezza non solo con la sua scrittura, ma con il mondo della fantasia. E aggiungerei che non è tanto l’invenzione a stupirci quanto la resa stilistica, la facilità di trasmettere l’idea, percepibile soltanto se anche noi ci cimentiamo a rendere quell’idea con le nostre parole. Vedrete sul campo quanto sia operazione assai ardua. Il primo capitolo merita anche di essere citato per la sua incomparabile bellezza. A Pip, che si trova dentro il cimitero dove sono sepolti i suoi genitori e cinque suoi fratellini, che sorge in mezzo ad una palude (“il marese”) vicina al mare, nei pressi della foce del Tamigi, compare un uomo “spaventoso, con un vestito di grezza tela grigia e un grosso ferro alla gamba. Un uomo senza cappello, con le scarpe rotte e un vecchio straccio legato intorno alla testa” che con fare minaccioso gli ordina di portargli una lima e del cibo. Quando questi si allontana, Pip non riesce a scorgere sulla linea dell’orizzonte che due cose: il faro e “una forca da cui pendevano delle catene che un tempo avevano sostenuto un pirata.” Lo sconosciuto sembrava nientemeno che “il pirata tornato in vita che, dopo essere sceso a terra, tornava nuovamente a impiccarsi.” Pip vive con la sorella più grande di lui di oltre vent’anni; carattere forte e violento, non esita a levare le mani non solo sul ragazzo (lo tirava “su con le mani”), ma anche sul marito, un pacioccone, di buon senso tuttavia, “un uomo dolce, onesto, dedito al dovere”, che fa il fabbro e si chiama Joseph (Joe) Gargery. Tra Pip e Joe c’è simpatia, forse per il fatto di subire entrambi le furie della donna. Tra di loro si svolgono dialoghi che trovano pochi altri riscontri nei romanzi di Dickens, per semplicità, candore e bellezza, e si incontrano, ad esempio, nei capitoli settimo, nono, quindicesimo e nello straordinario ventisettesimo, in cui la dignità dell’umile artigiano Joe dà una garbata ma ferma lezione al disagio di riceverlo che prova Pip nel momento in cui si sente baciato dalla sorte: “Mi sfiorò delicatamente la fronte, e uscì. Non appena riuscii a riprendermi, gli corsi dietro e lo cercai nelle strade vicine; ma era scomparso.” La storia prende avvio nel giorno della vigilia di Natale, quando nella palude Pip incontra l’evaso descritto più sopra. Il giorno di Natale, mentre sono a pranzo, irrompono i gendarmi e chiedono a Joe di aggiustare un paio di manette, Joe va nella sua fucina e tutti, soldati compresi, se ne stanno intorno a lui a vederlo lavorare. Sistemate le manette - ricordiamoci che siamo a Natale - escono per recarsi nella palude alla ricerca dell’evaso, anzi degli evasi, giacché i fuggiaschi sono due. Joe, Pip e Wopsle vanno con loro: “Un nevischio pungente, portato dal vento di levante, ci assalì sibilando, e Joe mi prese sulle spalle.” È un altro capitolo questo, il quinto, che si deve segnalare per la sua bellezza. La narrazione è già ricca di sottili cesellature e le scene che compaiono, per esempio la fucina di Joe, sono vive e reali senza che Dickens si sia speso in minute descrizioni. È bastato – a proposito della fucina - un paragrafo in cui si citano mantice, fuoco, fumo, il gesto del martellare e quel: “la vivida fiamma si alzava e si abbassava e le scintille incandescenti ricadevano e morivano” per disegnare un quadro di inoppugnabile compiutezza. E ancora: siamo nel pomeriggio, un “pallido pomeriggio”, sta nevicando. I gendarmi procedono nella perlustrazione distanziati l’uno dall’altro, i tre civili li seguono e “Sotto il debole riverbero rosso del tramonto, il faro e la forca e la collinetta della Batteria e la riva opposta del fiume si scorgevano chiaramente, per quanto tutti di un plumbeo slavato.” All’improvviso spuntano nella nebbia mucche e pecore coi loro campanacci, che si voltano a guardarli e in mezzo a tutto ciò, scrive Dickens, si percepiva: “il fremito del giorno morente su ogni filo d’erba”. In queste scarne descrizioni, trovo che vi si racchiuda un’atmosfera di occulto e di mistero che ci trasporta, senza che forse ce ne rendiamo propriamente conto, nelle oscurità della vita e della stessa Creazione. Chi racconta è Pip e il suo punto di osservazione diventa anche il nostro nel ripercorrere la sua storia e l’arricchimento portatogli in dono dall’esperienza. Dickens ci trasmette integra, suadente e preziosa la sua gioia di raccontare. Pur tratteggiando ambienti pervasi da sofferenza e da povertà, egli trova sempre il modo di colorare con una nota di leggerezza e di sorriso la sua storia. Devo dire che provo una grande felicità nel percepire tutto ciò, ossia, che un talento geniale come quello di Dickens, pur in mezzo ai guasti che l’uomo non sa evitare di produrre, sia permeato da una fiducia e da un ottimismo rivolti, non tanto alla nostra disordinata specie, ma a quell’indicibile respiro della Creazione che aleggia su tutto e tutto riesce a ricomporre per dare la sensazione, se non addirittura l’immagine, di una continuità e di una vastità dell’esistenza universale, nella quale il fine ultimo non è mai la sofferenza e l’umiliazione che ci circondano e che paiono sovrastarci, bensì la ricomposizione di ogni cedimento e di ogni frattura in un unicum indistruttibile che reca intatte le ragioni escatologiche, vitali e taumaturgiche del proprio esistere. Il ritratto di Miss Havisham, una vecchia zitella che vive rinchiusa in un maniero (“casa Satis”) dalle finestre serrate e non vede la luce del sole da molti anni, muovendosi per la casa al lume di candela e vestita di un consunto abito bianco tutto pizzi e merletti, ci conduce dall’oscurità della palude che circonda l’essere umano all’oscurità che si racchiude dentro di noi rappresentata da questa signora che ha il cuore “spezzato” e per la quale il tempo si è fermato alle “nove meno venti” di un certo giorno, come rivelano gli orologi della sua casa. Si intuisce dal suo abito da sposa e dal suo incompiuto abbigliamento che qualcosa di orrendo è intervenuto nella sua vita e tutto ciò che ha fatto seguito è qualcosa che le è assolutamente estraneo e senza importanza. Naturalmente, in un ambiente così tetro e malinconico, resta difficile a Pip di mettersi a giocare, ma la donna gli ordina di chiamare la nipote Estella (in realtà è stata adottata, come sapremo più tardi), l’altezzosa ragazza che ha introdotto Pip nella casa, sua coetanea, ma che, sprezzantemente, si comporta come se fosse molto più grande di lui. Si mettono a giocare a carte e la signora sembra distrarsi dai suoi cupi pensieri guardandoli. Prima la palude, il cimitero, la forca intravista nella nebbia sulla quale un tempo fu impiccato un pirata, ora una donna che ha cercato di fermare la sua vita lottando contro l’incedere solenne e irriguardoso del tempo. Dickens questa volta parte da una presunzione di morte per narrarci una storia di resurrezione, ciò che non aveva mai fatto prima, almeno così esplicitamente. Miss Havisham viene colta nel momento in cui, nel chiamare Pip nella sua casa, tenta una specie di risveglio (“denti più aguzzi dei denti dei topi hanno rosicchiato me.”), e il suo guardare giocare i due giovani nasconde un inconscio tentativo disperato di un diniego alla rinuncia e alla sconfitta. Dunque, in quella casa oppressa dalla morte (c’è perfino, accanto, una fabbrica di birra abbandonata), soffia il vento della vita. Dall’inizio del romanzo si nota un’atmosfera insolita, assente nelle altre opere di questo autore, fatta di colorature in penombra, con focalizzazioni che mantengono contorni e orizzonti appena intravisti, di un realismo fantasioso, più vicino, ossia, al sentire e al vedere della nostra anima. Il rapporto tra i due giovani è condizionato dall’educazione che Miss Havisham sta impartendo alla nipote, frutto della sua triste esperienza. Spesso le sussurra all’orecchio, allorché si mostra arrogante con Pip: “Spezza i loro cuori, mio orgoglio e speranza, spezza i loro cuori e non avere pietà!”. Si capisce che è attraverso di lei che cerca la sua rivincita. Dirà più avanti la giovane: “Sono quello che tu hai fatto di me.” Estella si fa di giorno in giorno sempre più graziosa. Miss Havisham ne chiede continuamente conferma a Pip, come a gustare in qualche modo la sua sofferenza di innamorato, giacché è evidente che il ragazzo è rimasto colpito dal fascino della giovane. Si percepisce una eco di “Tempi difficili”, allorquando si forza la protagonista Louisa ad una educazione priva di sentimenti, con i quali poi dovrà, ahimè, fare i conti. Estella, in sovrappiù, viene educata a far soffrire gli uomini, a provocarli e denigrarli ad un tempo. Quando Biddy, una ragazza orfana che aveva insegnato a Pip a leggere e a scrivere, viene chiamata da Joe ad assistere la moglie, aggredita da uno sconosciuto e rimasta sofferente, noi vediamo in lei, così buona e generosa (“divenne la benedizione della nostra casa.”), una nuova Sissy di “Tempi difficili” e anche l’Agnes di “David Copperfield”. Ci sono personaggi che in qualche modo segnano un legame ed una continuità tra i romanzi di Dickens, come se egli avesse desiderato lasciare il segno dell’unità della propria ispirazione, nonché dello scopo della sua scrittura. Che è sempre, nascosto o evidente che sia, quello di mostrare quanto la bontà e la sofferenza siano prima o poi ricompensate, e se, come accade qui, per qualche momento della vita si è ottenebrati dalla presunzione e dall’orgoglio, sono la generosità e l’altruismo degli altri a liberarci spesso dalla confusione che si è annidata in noi. Pip riceve una visita straordinaria. Un avvocato di Londra, Mr Jaggers, gli annuncia che un benefattore, che deve restare sconosciuto, si vuol prendere cura di lui e farlo diventare un gentiluomo. Per questo ha già messo a disposizione un capitale consistente che servirà ai suoi studi e alla sua educazione. Dovrà naturalmente lasciare la casa di Joe e trasferirsi a Londra. Gli dice testualmente: “la comunicazione che gli devo fare è che ha grandi speranze.” Queste “grandi speranze” daranno significativamente il titolo al romanzo, giacché Pip si sente da quel momento “possessore di tali grandi speranze” al punto da formulare tra sé l’addio ai compagni in questi termini: “addio, monotoni compagni della mia infanzia, d’ora innanzi appartengo a Londra e alla grandezza, non al mestiere di fabbro e non a voi!”. È da vedere, pare anticiparci Dickens, che cosa può produrre su di un giovane un cambiamento così repentino della sua condizione sociale. Colmare in questo modo una insoddisfazione interiore per tanto tempo trattenuta, se può misurare la misericordia di Dio (“avevo sempre desiderato essere un gentiluomo”), può anche risvegliare dentro di noi sopiti spunti di presunzione e di orgoglio, che ci inducono a confrontare e a scoprire la nostra vera natura. Dickens chiama il personaggio Pip a misurarsi con un simile destino, e lo fa immediatamente, mettendolo di fronte a Joe e facendogli insorgere questo pensiero: “una volta che fossi entrato in possesso dei miei beni e fossi stato in grado di fare qualcosa per Joe, sarebbe stato molto più appropriato se egli fosse stato più qualificato per passare ad uno stato sociale superiore.”, che lo avvicina più a Estella che a Biddy, ad esempio, o allo stesso Joe. E non è un caso che egli trascorrerà i giorni che lo separano dalla partenza in maniera “solitaria e deludente”. Ricordate? Il romanzo è cominciato con l’incontro di Pip con due evasi nel bel mezzo di una palude. Ebbene, scene che vedono protagonisti i forzati si susseguono nel romanzo con qualche significativo collegamento tra di loro, fino ad includere la visita di Pip alla famosa prigione di Newgate (“Trascorsi tutto il tempo a pensare come fosse strano che dovessi essere circondato da quest’atmosfera corrotta di prigione e crimine”). A poco a poco esse si trasformano in una nota dominante, tale da risultare indispensabile per riannodare i molti fili della trama, allo stesso modo che accade, ad esempio, ne “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas o ne “I miserabili” di Victor Hugo. Esse non rappresentano, in effetti, che tracce minuscole, sassolini che Dickens lascia cadere sul suo percorso al fine di stimolare e orientare in qualche modo la nostra ricerca sulle provvidenziali fortune (“è stata solo la Fortuna a elevarmi”) che stanno accumulandosi sul giovane Pip. La storia va avanti lasciando in sospeso alcuni punti fondamentali, grazie ai quali l’interesse del lettore resta immutato e anzi si accresce a mano a mano che alcune situazioni paiono preludere ad un contatto. Una lettera di Estella annuncia a Pip che anche lei sta venendo a Londra e lo prega di andarle incontro. Pip è ancora sotto l’impressione di una intangibilità della sua amata, sebbene sia convinto che Miss Havisham sia la benefattrice della sua fortuna e stia facendo di tutto per far sposare Pip con Estella. C’è un momento in cui più volte gli dice: “Amala!”. Dunque, è quello di Miss Havisham il nome della sua benefattrice che Mr Jaggers tiene segreto? Riuscirà Pip a colmare la sua fortuna con l’amore di Estella? E che cos’è quell’ombra che passa sul volto di Estella e che la rende familiare a Pip? E ancora: quanta parte la “buona sorte” può avere nel successo di un uomo? Già ora vediamo che Pip è perseguitato da qualche rimorso per come sta cambiando: “Vivevo in uno stato di cronico disagio per il mio comportamento verso Joe. Né la mia coscienza era affatto tranquilla riguardo a Biddy.” Si sta rendendo conto che il denaro non è tutto nella vita. I nodi vengono al pettine, dunque, e si stanno sciogliendo, sebbene lentamente. Anche Estella in un alterco con Miss Havisham, che la accusa di ingratitudine nei suoi confronti, mostra di cominciare a rendersi conto della durezza e aridità del proprio carattere, frutto di un’educazione sbagliata (“ammaestramenti distorti”) e soprattutto egoista, e la stessa Miss Havisham, ad un certo punto, manderà a chiamare Pip e gli dirà che desidera dimostrargli “che non sono completamente di pietra. Ma forse, ormai, non potrai mai credere che c’è qualcosa di umano nel mio cuore.” La lezione di Dickens si fa esplicita. L’orgoglio viene frustrato, punite la presunzione e la vanità. Sconfitta l’ira. Una buona azione produce sempre altre buone azioni, e può modificare la malvagità di un uomo, al punto che egli stesso si sentirà portato al bene. E infine, che la povertà, quando è sopportata onestamente, ci riveste di una dignità assai più grande di quella che può nascere dalla ricchezza. Ma il vero inno che si innalza fino a noi e ci penetra nell’animo è quello riservato all’amicizia. Pip e Herbert assurgono ad esempio di quanto una amicizia sincera e reciproca possa compensare, oltre che aiutare, le occasioni sfortunate della vita. L’evaso Abel Magwitch, quello che Pip aveva incontrato anni prima nella palude, allo stesso modo di Miss Havisham sta cercando, pure lui, la sua rivincita contro la società e contro la disperazione della propria esistenza dedicandosi a Pip. Quel motivo dominante del riscatto, la cui possibilità viene offerta a tutti, si disegna con forti connotati, al punto che si può sostenere che è piuttosto Pip che, paradossalmente baciato dalla fortuna, compirà un cammino inverso e pericoloso, rispetto a questi due personaggi, un cammino durante il quale rischia di smarrirsi, e sarà attraverso la conoscenza più approfondita del forzato Abel che ritroverà la sua rotta: “non avrei certo supposto che un giorno, nel lasciarlo, mi sarei sentito il cuore così oppresso e angosciato come ora.” Si è già annotato, nel commentare altri romanzi, quanto Dickens ami trattare la natura come una persona. Questo amore si rivela anche qui, allorché Pip si reca da Miss Havisham, dopo che Abel, il forzato, ha raccontato una storia che è collegata al mistero che avvolge la donna che ha scelto di vivere reclusa nel suo palazzo: “il giorno arrivò, muovendosi con passo lento, fermandosi e piagnucolando e tremando, avvolto in pezze di nuvole e stracci di nebbia, come un mendicante.” Spesso la natura partecipa sia alle gioie che ai dolori degli uomini, e quantomeno, anche se in taluni casi resta, o pare restare, indifferente, essa sta lì intorno a noi come parte viva della nostra esistenza. Perfino le cose inanimate, gli oggetti, gli arredi di una casa prendono parte alla nostra esistenza. Nello studio di Mr Jaggers, sopra il caminetto, ci sono due teste scolpite, ed esse non poche volte si animano quando Pip le osserva: “la fiamma, che saliva e scendeva guizzando, creava l’impressione che i due calchi sullo scaffale si stessero impegnando in un diabolico gioco a nascondino con me”. Dickens assorbe ogni cosa creata dal suo narrare e la dona al lettore con il divertimento e la gioia di colui che sa di poter scorgere, interpretare, capire e sciogliere i tanti misteri che ci circondano con il semplice tocco vivificante della scrittura. Si guardi, nel capitolo cinquantaquattresimo, come rivive e si anima il Tamigi di quel tempo, percorso in ogni direzione da chiatte, barche a remi, navi carboniere. E si guardi come s’illumini la verità dell’esistenza nei due binomi Pip e Estella da una parte, e Biddy e Joe dall’altra, che diventano parametri di due possibili scelte e di due possibili esiti. Le grandi speranze di Pip, ma anche quelle dell’altezzosa Estella, finiranno per stare rinchiuse in un pugno di piccole, minime cose, e la lezione che se ne ricava sarà anche quella, perciò, che, in ogni caso, gli errori compiuti s’imprimono sempre nella nostra anima con una venatura di malinconia che non ci abbandonerà mai più.
Voto: 5 / 5

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