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| La recensione de L'Indice |

recensione di Bacigalupo, M., L'Indice 1989, n. 1
Ai "Romantici come espatriati", alla "Dicibilità del Sublime", si dedicano in Italia da qualche tempo studi seminari e convegni, e l'editoria s'adegua al nuovo corso, al solito abbastanza occasionalmente. Vi sono in commercio tre o quattro traduzioni italiane delle poesie più note di John Keats, alcune pregevoli, ma manca un buon Wordsworth, il poeta cioè che fa la parte del leone nel bel volume "Il Romanticismo" curato da Marcello Pagnini nel 1986 per Il Mulino. Più fortunato Coleridge, di cui Giovanni Giudici ha appena tradotto la "Rima del vecchio marinaio" per S.E. e Francesca Romana "Paci Christabel" per Guanda. Ma per tornare a Keats, c'è una visibile lacuna, e precisamente i grandi poemetti narrativi "La vigilia di S. Agnese", "Lamia", "Isabella", reperibili solo nella poco divulgata ma buona traduzione di Augusta Grosso (Keats, "Poesie", Utet). Una nuova edizione di questi capolavori sarebbe opportuna, e invece ecco che arriva inaspettatamente in libreria la prima traduzione italiana dell'"Endimione", e cioè di un'opera immatura del genio di Keats, leziosa, esasperante e ahimé lunghissima: 4000 versi. Keats vi lavorò di cesello nel 1817, a ventidue anni, spargendovi sontuose decorazioni e lasciando perdere la narrazione, stagnante al punto dell'incomprensibilità, tanto che bene ha fatto l'editore a far precedere ognuno dei quattro canti da un riassunto.
L'argomento degli amori di Endimione con la Luna è atto a infiammare l'immaginazione keatsiana con lampi di notturne nudità, ma non può avere sviluppo, sicché Keats fa compiere al suo eroe viaggi sotterranei e sottomarini, alla ricerca di nuove occasioni descrittive. La quarta di copertina celebra questo decorativismo, ma Viola Papetti nella sua estrosa introduzione prende le distanze da quella che Byron chiamava " poesia pipì-a-letto", parla (con Christopher Ricks) di "imbarazzo profondo e vischioso" dell'immaginazione erotica keatsiana, e riporta dieci pagine di antologia critica in cui non vi è pressoché giudizio che non sia limitativo. E infatti Keats aveva preceduto i suoi critici, e non vedeva l'ora di finire il poema per passare a cose migliori. La Papetti è fra i traduttori più sensibili e sobri, nonché rigorosi, che Keats abbia avuto. Una soluzione mi ha però lasciato perplesso, e cioè la rese degli innumerevoli epiteti con calchi nominali troppo lontani dallo spirito dell'italiano, sicché si parla di "neve-lievi cadenze" e "sparire così fata-veloce", anziché di cadenze lievi come la neve e di sparire in un baleno di fata.
Questo "Endimione" merita un lettore innamorato, e ripagherà chi si abbandonerà al suo incanto sensuale con folgorazioni, come si suol dire, pressoché a ogni pagina, e con l'immagine ravvicinata di un grande poeta in nuce. "Cosi parlò, e in quell'attimo sentì in suo/potere di sognare deliziosamente; così s'aggirò/per un oscuro passo, cercando finché trovò/ il letto di muschio più molle e fondo, dove/si gettò e proprio mentre in aria/stirava le indolenti braccia, cinse-oh felicità!-/un fianco nudo: 'Bel Cupido, donde viene questo?'./ Una voce ben nota sospirò, 'Dolcissimo, son io!'./A quell'estasi dolce, con un innamorato grido/tremarono l'uno di fronte all'altra. - Elicona!/O collina di sorgenti! Elicona del vecchio Omero!/che tu faccia zampillare un piccolo rivo su/queste indegne pagine!"
In casi come questi riesce difficile smettere di citare.
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