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Fielding Henry - Tom Jones |
Sasso sasso67@aruba.it (11-04-2003) Satira della razionalità cui è contrapposto l’istinto naturale, il romanzo fu subito accusato di immoralità da parte dei critici. Al contrario, il libro è profondamente morale - anche troppo, verrebbe da dire con il senno di oggi - in quanto i buoni si comportano da buoni, pur sbagliando, e i cattivi da cattivi. E alla fine i buoni vengono premiati e i cattivi puniti. Il cattivo, comunque, è sempre pronto a diventare “buono” di fronte a chi mette mano al portafogli.
Nonostante questa descrizione graffiante della società inglese del Settecento (il libro è del 1749), Fielding trasfonde nel romanzo una visione ottimistica: il potere è in mano ai buoni, i quali, seppure ingannati e prigionieri dei pregiudizi del tempo, una volta aperti gli occhi non possono che far trionfare la giustizia. Inoltre i cattivi sono sì molto cattivi, ma sono anche la caricatura del cattivo del romanzo tradizionale: per quanto perfidi, sono talmente inetti che si capisce subito che non riusciranno a portare a termine i loro piani.
La trama anticipa molto da vicino quella dei Promessi Sposi ed in fondo l’ipocrisia del Settecento protestante inglese descritta in TOM JONES non è tanto diversa da quella del Seicento cattolico spagnolo in Italia. Al posto della Provvidenza manzoniana, qui però c’è la Natura che condiziona il destino dell’uomo fin dall’origine, né per i malvagi - che non sono grandi nel male come l’Innominato, ma un misto tra Don Rodrigo, Don Abbondio e Don Ferrante - è previsto il pentimento, se non un pentimento di facciata che salvi l’onore e le apparenze.
Si tratta, ad ogni modo, di un grande romanzo, allo stesso tempo patetico e umoristico, condito da una miriade di personaggi tutti funzionali allo sviluppo della vicenda, tutti descritti con mirabile sottigliezza psicologica. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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