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Pynchon Thomas - Vineland | Vineland è un'immaginaria cittadina della California. Qui, nel 1984, vive Zoyd Wheeler, un hippy degli anni Sessanta, che una volta all'anno si butta attraverso una vetrina... Frenesi, sua moglie, bellissima ex attrice underground, scompare nel nulla... Prairie, sua figlia, è un'adolescente eccentrica e sexy... Intorno a loro un universo improbabile ma reale in cui si muovono figli dei fiori (violenti e no) e agenti dell'FBI (sempre violenti e stupidi), rockers e metallari, matti (veri e presunti) e intellettuali, guru e tv, politica e nostalgia... Una grottesca e paradossale epopea degli anni della contestazione: il romanzo-denuncia di un autore e di una generazione.
| La recensione de L'Indice |

recensione di Daniele, D., L'Indice 1991, n. 8
La fine della 'quest', la fine del viaggio della conoscenza nella città informatizzata è sempre stata al centro dei labirintici romanzi pynchoniani, sullo sfondo di metropoli pulsanti di segnali e foriere di equivoci. Rispetto all'urbanità costellata di false piste e di indizi poco probanti de "L'incanto del lotto 49", la verde contea di Vineland - che presta nome e scena rio a quest'ultimo, attesissimo romanzo di Thomas Pynchon - sembrerebbe rappresentare un'ecologica eccezione. Ma la valle di sequoie che brucia nella bella foto di copertina, assieme a quanto resta della cultura alternativa e delle comuni anarchico-pastorali che lì hanno trovato rifugio, ha ben poco dell'"ecotopia" e molto più della "riserva", del soggiorno obbligato di un'etnia dissidente in via d'estinzione spinta lontano dai campus della mitica rivolta dalle confische immobiliari e dalle campagne antinarcotici disposte dall'allora governatore della California, Ronald Reagan. Infatti l'azione si svolge, sotto un cielo sorvolato da aerei militari in continua esercitazione, nell'orwelliano 1984, che più di un recente passato è un futuribile malato di teledipendenza.
Il nuovo rompicapo - che l'autore affida a Prairie, diretta discendente della generazione dei figli dei fiori, di cui porta inscritto nel nome ("prateria") il sublime vagheggiamento di una terra libera e incontaminata dalle tecnologie - è proprio la sorte dei reduci delle proteste studentesche, le cui radici sono in un passato di lotte sindacali del quale, sotto l'effetto derealizzante dei media, si sta definitivamente perdendo la memoria. E siccome nel percorso cifrato dei racconti pynchoniani ogni nome diventa emblematico e ogni nozione astratta trova allegoricamente il suo corrispettivo antropomorfo, Prairie si ritroverà all'inseguimento di una donna inafferrabile come "V.": sua madre Frenesi Gates, un'ex regista underground che in tempi recenti si è trasformata in "pentita" in fuga da se stessa, pur continuando a evocare quella giovanile energia riposta in un sogno rivoluzionario che sembra essersi dileguato con lei.
La Frenesi dall'antico ardore combattivo è dunque nell'oggi una latitante figura del compromesso, che porta su di sé la responsabilità morale della caduta della Repubblica Popolare del Rock and Roll, spinta al doppio gioco dal fascino viril-fascista di un funzionario dell'Fbi. Ma la vera "infiltrata", che ibrida i comportamenti del popolo sotterraneo dall'eccentrismo già un po' marcescente, è la cosiddetta "società dello spettacolo", la quale insinua tra lisergisti e rockettari, tra motomaniaci e vegetariani, tra hippie salmodianti e cultori di discipline esoteriche, il "virus del linguaggio" mediale annunciato da William S. Burroughs, giungendo nell'utopica Vineland attraverso tv via cavo, autoradio ad alto volume, radiosveglie e troupe televisive.
La valle del dissenso, erede di un'antica tradizione democratica e situata dall'autore in un "tempo predigitale non ancora tagliato a tocchetti, neppure dalla tivù", è dunque destinata a trasformarsi nella "Duluth" di Gore Vidal? in una realtà virtuale uscita dai serial televisivi dove, come osserva con disarmante pertinenza un altro figlio di Frenesi, non si sa "come fare a capire quando sogniamo e quando no"? La radicata fede luddista della cultura underground, che Pynchon pare condividere nella sostanza - assieme alla pratica di mantenere segreti i suoi nascondigli e di rendersi latitante nella vita - non sembra lasciare grandi alternative. Tuttavia, l'autore evita le cupe conclusioni apocalittiche adottando una strategia di scrittura ironico-umoresca che pare in parte decostruire i suoi presupposti teorici. Infatti, pur continuando a distinguere il mondo "zoomorfo", e quindi ancora vitale, dell'intramontabile fricchettone Zoyd, da quello "thanatoide" dei teledipendenti, Pynchon immerge ambedue in una forma di "realismo magico", sospesa tra fatto e finzione, che è il prodotto della continua mediazione dei tramiti tecnologici. In altri termini, ciò che distingue la critica del progresso di quest'autore postmoderno da quella tardomodernista è che, mentre quest'ultima tenta di sottrarsi alla contaminazione creando mondi alternativi e labirinti autoriflessivi nella difensiva riproposizione del paradigma baudelairiano, Pynchon (e con lui altri autori come J.G. Ballard e Donald Barthelme), raccoglie la sfida tecnologica scegliendo intenzionalmente l'elettronica come campo metaforico privilegiato e facendo entrare nel racconto, accanto alla citazione colta e alle schegge di controcultura, il cosiddetto "transeunte", vale a dire tutto il 'trash' della cultura di massa: dalle marche dei prodotti commerciali alle canzonette, dalla pubblicità ai generi popolari come la fantascienza, e a tutte le mitologie artificiali che vi abitano. Forse in questo senso va letta la "transfenestrazione" di Zoyd in apertura di romanzo, il salto dell'outsider nella vetrina fantasmagorica che oggi è diventata teleschermo. Il suo attraversamento dei media, come la scrittura spuria di Pynchon, è un salto simbolico nell'entropia che non produce solo vuote repliche e derive di significanti, ma apre nuovi spiragli alla satira e alla critica dell'esistente.
In questa prospettiva fa benissimo l'abile traduttore Paolini, con lo stesso rigore con cui la critica pynchoniana si esercita da anni a decifrare il citazionismo letterario dell'autore, a sbrogliare acrobaticamente le sigle e i bisticci, i virtuosismi lessicali e i neologismi appositamente coniati da Pynchon per rimandarci a questo o a quel programma televisivo, al tale presentatore o al tale concorso a premi, insomma alle caduche realtà mediali che, oltre a far parte del nostro immaginario, rientrano a pari diritto nell'enciclopedica "poetica dell'allusione" pynchoniana.
E se a tratti si perde la mappa in quest'universo saturo di segnali, ma ancora denso di ambivalenze e di contrasti; se il racconto balza ellitticamente da un punto di vista all'altro, dal tempo della storia a un flashback improvviso, l'autore avrà raggiunto lo scopo di calarci nel ritmo nervoso e intermittente della ricezione televisiva, senza per questo suggerirci una resa al relativismo babelico o al presente "thanatoide" e pacificato che troppo spesso si scambia come l'esito inevitabile della cosiddetta "condizione postmoderna".
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8 recensioni presenti. Media Voto: 3.5 / 5gianni (19-07-2010) Bellissimo romanzo. La storia è come al solito surreale, estremizzata. L’ironia la fa da padrona. Questo romanzo è veramente spassoso, in alcuni punti addirittura comico. La narrazione passa continuamente e liberamente dall’attualità (siamo nel 1984) al racconto di cose passate, e come al solito per i libri di Pynchon, è richiesta un po’ di attenzione per non perdersi, ma comunque questo libro è un po’ più semplice di altri di Pynchon. I personaggi sono estremamente caratterizzati e sono assolutamente funzionali alla storia: storia che è una satira dell’America reaganiana, delle sue lotte alle droghe, alle sue manovre economiche di tagli alla spesa pubblica, ecc.. Spassosissma ad esempio è la breve parte in cui vengono introdotte le sorelle Harleyte “un circolo di motociclisti che per motivi fiscali si erano trasformati in un gruppo di suore”. I libri di Pynchon sono così: un vulcanica ed inesauribile inventiva che porta sulla scena tantissimi personaggi uno più pazzo dell’altro. Consiglio la lettura di questo libro a tutti. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Patroclo (09-05-2010) cosí é Pynchon: non ci si aspettino trame lineari o colpi di scena costruiti con attenzione. Pynchon accumula personaggi, canzoni, riferimenti, giochi di parole per dare la sua personalissima interpretazione della storia moderna americana. il libro é farraginoso in alcune parti ma sostanzialmente funziona per il tono piú scanzonato rispetto ad as. all´"Arcobaleno" anche se il divertimento di Pynchon é tutto intellettuale, di cervello e non di pancia, senza sentimento Voto: 3 / 5 |  |  |  |
gianni (22-01-2009) A pagina 200 circa devo issare bandiera bianca. Accetto di leggere libri scritti in maniera complessa e pieni di digressioni,ma in questo caso andiamo oltre. Ho amato romanzi senza trama ma mi irritano quelli che hanno una trama confusa e caotica, come nel caso di Vineland. Daro' un'altra possibilità aPynchon perchè la maniera in cui scrive nonostante tutto mi affascina. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
walter (03-11-2006) Trama insulsa e confusionaria.
Scritto in maniera pessima, è stato un impegno arrivare alla fine. Contento solo di averlo terminato. Voto: 1 / 5 |  |  |  |
Edgar (28-12-2005) Se volete leggere un bel libro di pynchon, sceglietene un altro. se invece volete leggere un bel libro punto e basta, provate pure: ma secondo me Vineland è tutt'altro che riuscito. le parti più divertenti sono quelle con il buon Zoyd, peccato che siano una misera parte nel quadro generale. in una parola: deludente. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
marco (11-02-2005) Vineland è uno dei 10 libri che porterei sull'isola deserta.
Penso che sia imperdibile per chi ha meno di 30 anni. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Raimondo (09-08-2002) Spettacolare & Grandioso Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Il Pomeziano (01-05-2001) Dotto commento, quello riportato dall'Indice: di quelli che potrebbero far scappare i lettori, spaventati da tanta complessità. In realtà Vineland è una grande cavalcata nell'America reaganiana, cioè nell'America che incombe su tutti noi ancora oggi (Cermis docet), colla crociata fanatica contro le droghe, il liberismo sfrenato, il dominio dell'industria culturale massmediologica eccetera eccetera eccetera. E le storie di tanti simpatici sfigati, come Zoyd Wheeler, come sua figlia Prairie, come Frenesi la sua ex-, che devono sopravvivere in mezzo a quella catastrofe sociopolitica che è il reaganismo in tutte le sue forme, anche in quella più recente del Bushismo. Pynchon riesce a dipanare la sua storia scrivendo a dir poco benissimo, e facendo spesso ridere e altrettanto spesso piangere. In effetti, postmoderno o no, questo è anche un libro di grandi emozioni, provare per credere. E Brock Vond, il cattivo della storia, comincerà ad ossessionare anche i vostri incubi. Non stateci tanto a pensare su, leggetelo! Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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